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QT n. 5, maggio 2022 Cover story

NOT: incapaci o peggio?

Nessun Ospedale Trentino: ormai chiarissime le responsabilità di Maurizio Fugatti e Raffaele De Col.

L’indagine finanziaria: quella minuscola, opaca società maltese

Ora è ufficiale. Un’indagine della Procura e della Guardia di Finanza ha acclarato che la Guerrato spa – dichiarata dalla Provincia vincitrice dell’appalto del NOT – ha le fondamenta finanziarie fragilissime ed opache, e ne sta indagando i vertici per turbativa d’asta e falso ideologico. Non basta: la Conferenza dei Servizi della stessa Pat ha giudicato il progetto della Guerrato inaccettabile, in quanto per niente rispondente a diversi fondamentali requisiti richiesti.

A questo punto si apre l’interrogativo: come ha fatto la Provincia stessa, nelle vesti della Commissione valutatrice della gara, del Responsabile del Procedimento ing. De Col, del presidente Fugatti, ad arrivare a questo punto? Come hanno fatto ad approvare, far vincere e strenuamente difendere un progetto che non doveva neanche venir preso in considerazione, per di più presentato da una ditta dai finanziamenti opachi e fragili, da cui non sarebbe da meravigliarsi se lasciasse i lavori a metà, finite le fondazioni? Sono i due, Fugatti e De Col, così incapaci?

Eppure erano stati messi sull’avviso, da mesi e mesi di questa situazione: dalla ditta concorrente, certo, ma anche dal TAR, da molteplici studi tecnici, dai consiglieri di opposizione, e – ce se lo conceda – da Questotrentino, che sul tema ha bombardato di quesiti il presidente e la sua struttura. E scusateci, ma se noi, con le nostre poche forze di piccola struttura volontaria, a queste conclusioni eravamo arrivati un anno fa, non poteva arrivarci il presidente e il suo staff di tecnici, commissari, consulenti lautamente pagati?

Di qui l’interrogativo più inquietante: è solo incapacità?

Ripercorriamo quindi questa storia, illustrandone gli aspetti più sconcertanti. Per due motivi aggiuntivi. Primo: le vie d’uscita prospettate sono ulteriormente e dolosamente peggiorative, per la sanità e per la città di Trento. Secondo: la pubblica opinione, poiché i media, finora non sono stati per niente all’altezza del proprio compito, ossia individuare e limitare le fesserie e le opacità dei governanti. E questa è un’altra cattiva notizia.

Esattamente un anno fa, su QT di maggio 2021, ci chiedevamo chi mai fosse la Auriga Asset Management, la società che Guerrato spa aveva proposto come suo partner finanziario per il grande appalto del NOT.

Avevamo fatto delle ricerche e il quadro che ne usciva era inquietante. Auriga era una sconosciuta e minuscola SGR (Società di gestione del risparmio) di diritto maltese, con sede a La Valletta. Proprietario un italiano, Rosario Fiorentino. Minuscola perché l’ultimo bilancio allora disponibile, il 2019, parlava di un giro d’affari di 398.756 euro e di un utile netto di 120.046 euro. Proprio poco per poter garantire a Guerrato i 140 milioni che le servivano come costi di costruzione dell’ospedale di competenza del concessionario.

Ma oltre a questo avevamo trovato anche altri aspetti peculiari dell’attività di Rosario Fiorentino.

A Malta Fiorentino sembrava, e tuttora pare, essere al centro di una ragnatela di società molto piccole - stando al capitale sociale, molto più piccole di Auriga - nelle quali si svolge costantemente una danza dei dirigenti. Quasi un girotondo in cui Rosario Fiorentino assieme a tale Roberto Coviello - e con qualche altro soggetto di contorno di nazionalità maltese, italiana o svizzera - si scambiano le posizioni passando da amministratore a segretario arappresentante legale e ritorno. (Questi tre ruoli, per il diritto maltese, hanno funzioni esecutive nelle società, con poteri che nel diritto italiano sono più o meno accorpati nell’amministratore delegato).

Fiorentino, però, di alcune di queste società era anche azionista. Ovviamente era socio unico dell’Auriga, ma ne controlla anche un altro paio.

Dalle nostre ricerche emergeva che le società dove in qualche forma compariva il nome di Fiorentino saltavano fuori in due grandissime inchieste sui paradisi fiscali. Quella sui Paradise Papers (centrata soprattutto su Malta) e in precedenza anche in quella nota come Panama Papers, nata dalle rivelazioni sugli affari loschi dello studio fiscale Mossack Fonseca di Panama.

Ma spulciando i registri avevamo trovato anche una liaison dangereuse di Fiorentino.

Il signor Auriga infatti, da metà 2016 ad aprile 2017, era stato tra i dirigenti di una società, la Sunset Financials Limited, che è la cassaforte maltese di Gianluigi Torzi, l’uomo che è accusato di aver truffato il Vaticano con l’affaire del palazzo londinese. E non pareva un fatto casuale: nella società di Torzi, nel 2017 Fiorentino era stato sostituito da Roberto Coviello. Insomma Torzi, Fiorentino e Coviello avevano fatto il solito balletto di scambio di poltrone.

A quel punto, per capire meglio, avevamo chiesto un parere a Giangaetano Bellavia, uno dei maggiori esperti di paradisi fiscali in circolazione (e volto noto in tv, in quanto consulente fisso di Report per le questioni di riciclaggio).

Bellavia ci aveva detto che non era possibile dire niente di specifico su Auriga Asset Management, ma che certamente eravamo di fronte ad una situazione opaca. Aggiungendo però che “chi sceglie giurisdizioni di questo tipo (Malta, n.d.r.) lo fa perché gli serve non far vedere qual’è la provenienza del denaro”. Le aveva definite “operazioni col burka”.

Inoltre Bellavia ci aveva indirizzati ad un documento della Banca d’Italia, le linee guida per le pubbliche amministrazioni che devono valutare gli aspetti economici di un contratto d’appalto. Un documento dove vengono evidenziati criteri di valutazione e soprattutto indicatori di anomalie finanziarie.

A pagina 7 del documento, la Banca d’Italia indica due criteri che devono far scattare l’attenzione rispetto al soggetto che finanzia l’appalto: “Il soggetto cui è riferita l’operazione è caratterizzato da strutture societarie opache (desumibili, ad esempio, da visure nei registri camerali) ovvero si avvale artificiosamente di società caratterizzate da catene partecipative complesse nelle quali sono presenti, a titolo esemplificativo, trust, fiduciarie, fondazioni, international business company”. Trust e fiduciarie che troviamo nella rete di società che fa capo a Rosario Fiorentino. Un altro criterio recita: “Il soggetto cui è riferita l’operazione è caratterizzato da ripetute e/o improvvise modifiche nell'assetto proprietario, manageriale (ivi compreso il “direttore tecnico”) o di controllo dell’impresa”.

Poi tra gli indicatori di anomalia relativi allo specifico settore degli appalti e contratti pubblici si trova il caso di “apporto di rilevanti mezzi finanziari privati, specie se di incerta provenienza o non compatibili con il profilo economico-patrimoniale dell’impresa”.

Ecco, se la Commissione d’appalto del Not voleva avere consigli su come valutare il finanziatore di Guerrato, bastava che seguisse le indicazioni della Banca d’Italia. E nella Commissione c’era almeno un commissario, l’avvocato Valentina Milani, che certamente queste linee guida le doveva conoscere. L’avvocato Milani infatti, citiamo dal suo curriculum, “dal 2016 è Consigliere esperto del Dipartimento del tesoro del Ministero dell’economia e delle finanze, dove coordina anche il Tavolo inter-istituzionale sul partenariato pubblico privato istituito presso la Ragioneria generale dello Stato e incaricato di redigere il contratto standard di concessione per la progettazione, costruzione e gestione di opere pubbliche a diretto utilizzo della PA mediante società di progetto”.

Che nessuno, in Commissione o negli uffici provinciali, si sia fatto venire il minimo dubbio lascia onestamente basiti.

L’intervento della magistratura rimette oggi le cose nella loro proporzione.

Giustamente la Procura intende chiarire come e perché la Guerrato abbia scelto un finanziatore anomalo e non una normale banca, data l’entità dell’operazione e la evidente sproporzione tra la capacità economica di Auriga e la dimensione del finanziamento necessario.

Le ipotesi di reato finora rese pubbliche sono turbativa d’asta e falso ideologico, che a quanto pare riguardano sia Rosario Fiorentino per Auriga, che Antonio Schiro, presidente della Guerrato. Mentre per il solo Fiorentino è stato ipotizzato anche il reato di esercizio abusivo di attività finanziaria.

Queste accuse si basano, per quanto possiamo capire, sull’assunto che Auriga non avesse le autorizzazioni della Banca d’Italia per concedere finanziamenti, ma solo quelle che consentono la cosiddetta “gestione di portafoglio”, raccolta di fondi da investire per conto dei clienti. E che quindi abbia affermato il falso promettendo che avrebbe finanziato la Guerrato, sapendo di non avere le autorizzazioni necessarie, e di conseguenza abbia turbato il regolare svolgimento dell’appalto.

Sulla questione delle autorizzazioni però si sono già pronunciati sia il Tar di Trento che il Consiglio di Stato ed entrambi hanno concluso che sì, le SGR, Società di Gestione del Risparmio, quale è l’Auriga Asset Management, possono finanziare opere pubbliche. Tutto questo basato su un’interpretazione della norma che tiene conto delle indicazioni di Banca d’Italia su chi può essere considerato investitore istituzionale.

Ma, ad essere sinceri, non sembra probabile uno scontro in punta di diritto tra la procura e i giudici amministrativi. Ci pare più sensato immaginare che l’inchiesta sul NOT abbia uno scopo e un’ampiezza che i magistrati non hanno ancora rivelato.

Le inadempienze tecniche: il progetto inaccettabile

La storia della Guerrato naturalmente si lega alla presentazione del suo progetto sul NOT: così carente da essere ai limiti del grottesco.

Teniamo presente il dato di partenza: alla gara per il nuovo ospedale ormai, dopo anni di vicissitudini, concorrono solo due società, la Pizzarotti spa di Parma, grande ed importante, la seconda-terza impresa di costruzioni in Italia; e la Guerrato spa, di Rovigo, in concordato preventivo. Davide contro Golia.

Davide non solo è piccolo, è in cattive condizioni. Alla data in cui le imprese dovrebbero presentare i progetti (20 febbraio 2019) la Guerrato non ha né i requisiti giuridici, né quelli economici-finanziari per partecipare, in quanto appunto in concordato preventivo. La data in cui il Tribunale fallimentare di Rovigo dovrà decidere in merito è lontanissima, il 31 marzo. Per fortuna dell’impresa di Rovigo, la Pat concede una proroga alla presentazione, di 40 giorni, fino al 2 aprile. Così l’1 aprile presso il Tribunale il concordato viene concluso positivamente, e la Guerrato entra in gioco. Chiede una nuova proroga di 15 giorni, la Pat gliene concede 7, il nuovo termine, questa volta tassativo, diventa il 9 aprile.

Perché sono importanti queste date?

Perché dimostrano come l’impresa corra sul filo del rasoio: solo un giorno prima del (primo) termine viene a sapere che potrà partecipare. Chiaramente il progetto non lo ha fatto in un giorno, e neanche in otto (il tempo tra il via libera del Tribunale e il termine ultimo); prendendosi dei rischi ha iniziato prima, incaricando una società di progettazione, la Prisma Engineering srl di Padova. Quanto prima? Dalla documentazione presentata sappiamo che Prisma, ha lavorato “da febbraio ad aprile”. Due mesi, probabilmente meno. Neanche due mesi per ragionare sul progetto, eseguirlo, presentare carriolate di documenti, piantine, prospetti, calcoli, relazioni.

Di qui una delle ragioni delle incredibili carenze, ai limiti del ridicolo, del progetto. Intendiamoci, la prima ragione è la corsa al risparmio: la Guerrato, appena uscita dai guai finanziari, malamente coperta da una pseudo-società discutibile, l’Auriga (ricordiamo che Pizzarotti invece è garantita dal fondo francese Meridiam, specializzato a livello internazionale in grandi finanziamenti di infrastrutture pubbliche, con un giro d’affari di 18 miliardi di dollari, 45.000 volte superiore a quello di Auriga, per intenderci) ragionevolmente non vuole ficcarsi in nuovi guai e trovarsi a costruire in perdita l’ospedale. Ed ecco quindi che presenta un progetto sottodimensionato, risparmiando anche dove non si dovrebbe (e non si potrebbe, con dei commissari di gara veri): 20.314 metri quadri (una superficie come 200 appartamenti) in meno di quanto richiesto dal disciplinare di gara, le 50 stanze richieste in Ostetricia ridotte a 34, le 14 in Infettivologia ridotte a 10, e via così.

Ma la seconda ragione è la mancanza di tempo materiale: per cui, con l’acqua alla gola, si è evidentemente proceduto a vista, scopiazzando di qua e di là. Sulla tutela della sicurezza dei lavoratori si scrive: “L’area in esame è inserita nel tessuto urbano di Mezzolombardo con elevata presenza di edifici residenziali...” Edifici residenziali? Mezzolombardo?? Un evidente copia/incolla da qualche altro progetto. Ancora: sull’inquinamento acustico viene presentato uno studio fonometrico sui rumori in una “zona di Trento in prossimità della strada SS47” che è la Strada Statale della Valsugana, cioè a Trento nord, quando il NOT è a Trento sud. Non ci resta che piangere.

Oltre le ridicolaggini ci sono poi gli svarioni. Il progetto fatto in fretta e furia risulta raffazzonato, tale da non soddisfare minimi requisiti di ragionevolezza, peraltro espressamente richiesti dal disciplinare di gara: la vicinanza tra Pronto Soccorso e Terapia Intensiva (sono situati agli estremi opposti dell’ospedale, e su due piani diversi), la contiguità di Ginecologia e Ostetricia, in cui operano gli stessi medici (i due reparti sono in due edifici diversi), i percorsi pulito\sporco che si intrecciano, le cabine elettriche e i gruppi elettrogeni posizionati al secondo piano interrato, a fianco di vasche a pelo libero in cui convogliare le acque bianche da piogge abbondanti, il tutto ad alta probabilità di black out con immaginabili tragiche conseguenze.

L’elenco è lunghissimo. Noi lo abbiamo compilato e pubblicato. Lo abbiamo anche presentato a Fugatti. Il Presidente non ha fatto una piega.

Perché a questo punto il problema è: la Prisma ha fatto quel che ha potuto, la Guerrato ci ha provato. Ma la Commissione valutatrice, come mai non si è accorta di queste mancanze? Come mai non ha cestinato, anzi ha fatto vincere un progetto del genere? Forse il progetto Pizzarotti era una schifezza ancora peggiore? Come mai l’ingegner De Col, Responsabile di gara, ha avallato questo scempio?

A dire il vero il presidente Fugatti, una linea difensiva la ha presa. Nello scorso settembre in Consiglio Provinciale, di fronte alle richieste di chiarimenti delle opposizioni, ha opposto un fiero mutismo, dietro la motivazione che sull’appalto era pendente una sentenza della Cassazione poi. Ma i magistrati si stavano, e si stanno ancora occupando, degli aspetti finanziari, ossia della validità delle garanzie offerte da Auriga, non degli aspetti tecnici, ossia della compatibilità del progetto con le richieste del disciplinare. Questo silenzio del presidente è una evidente, clamorosa copertura dell’incredibile ruolo delle cinque scimmiette: i cinque membri dellaCommissione valutatrice che non hanno visto, letto, calcolato; e del loro superiore, il Responsabile Unico Raffaele De Col.

Fortunatamente Maurizio Fugatti non è l’imperatore. Lui e il suo braccio destro De Col (Nerone e Tigellino, li abbiamo chiamati) ci provano ad essere gli unici a decidere, ma le cose sono più complesse.

Il progetto da loro dichiarato vincitore è infatti passato all’esame della Conferenza dei Servizi (Dipartimenti della Pat, Comune, Agenzie ed Enti provinciali tra cui in particolare l’Azienda sanitaria). O meglio, una versione aggiornata del progetto, un po’ meno impresentabile di quella che aveva “vinto” la gara. “Una nuova proposta di modifica del progetto è stata presentata il 3 marzo dall’impresa vincitrice per superare una serie di difformità rispetto al bando” aveva dovuto ammettere in Consiglio provinciale Fugatti. Già qui il problema era grosso: è fortemente dubbio che si possa far vincere una gara a un progetto che presenta “una serie di difformità rispetto al bando” e poi farlo modificare. La gara diventa una burletta.

Comunque: De Col, visti i pesantissimi rilievi presentati dai vari servizi e in particolare dall’Azienda sanitaria, passa all’azione. Ricorda come “il promotore (cioè la Guerrato) è obbligato ad apportare al proprio progetto modifiche di dettaglio, ai fini dell’approvazione, richieste dall’Amministrazione concedente al fine di adeguarlo allo Studio di fattibilità”.

Modifiche di dettaglio? Mah. De Col incontra la Guerrato e invita la Conferenza dei Servizi a “confermare o evidenziare le cause ostative all’approvazione” come pure “le modifiche e\o integrazioni da apportare al progetto”. Segue un elenco impressionante di “elementi emersi” e di “modifiche progettuali” richieste, tutt’altro che di dettaglio.

La Guerrato apporta diverse modifiche, di assoluto rilievo: elevazione di un piano dell’ospedale, spostamento delle centrali termiche dal seminterrato al secondo piano ed altro ancora. Ma non basta: la Conferenza dei Servizi, riunita il 6 aprile, boccia definitivamente il progetto, ritenuto inemendabile.

O almeno, questo è quanto è emerso. Fugatti non rende infatti disponibile alcun documento, in linea peraltro con l’assoluta mancanza di trasparenza sempre opposta su questa vicenda. E comunque Nerone e Tigellino sembrano non arrendersi. Sulla sorte del progetto impresentabile presentato dalla società del loro cuore, continuano a traccheggiare: “Valuteremo... vedremo”. Finché l’iniziativa della magistratura, che mette nel registro degli indagati i vertici di Guerrato ed Auriga, non li costringe a prendere atto della realtà: la gara fatta vincere alla piccola società di Rovigo va annullata.

NOT e disinformazione

A questo punto si dovrebbero trarre delle conclusioni. Come mai si è arrivati a questo punto? Perché non ci si è resi conto prima della scarsa credibilità del proponente e dell’impresentabilità del progetto?

Fugatti e De Col, per evitare queste domande, alzano una spessa cortina fumogena, e iniziano una serrata campagna di disinformazione. Che inopinatamente viene accolta e seguita dai media (ne parliamo a lato).

Vari sono gli elementi di questa campagna, uno più grave dell’altro. Il primo è lo scaricabarile. La colpa è delle giunte precedenti “Il NOT lo abbiamo ereditato” ha ribadito Fugatti in Consiglio Provinciale. Cosa ripresa dai media, per cui si è di fronte a una telenovela, o alla maledizione di Tutankamen; ne consegue che tanti sono i responsabili, e quindi nessuno lo è. Invece no: i predecessori hanno combinato pesanti pasticci, da Dellai (il ricorso al project financing) a Rossi (si era impuntato – in nome dell’Autonomia, naturalmente - a inserire nella Commissione valutatrice uomini che non potevano entrarci per incompatibilità). Però la gestione dell’attuale bando, così miseramente naufragato, è tutto responsabilità di Fugatti: la pessima Commissione valutatrice è stata nominata da lui, non da altri, nell’aprile 2019. In quanto alla Finanza di Progetto, Fugatti non solo la ha accettata, ma vuole anche estenderne l’utilizzo, ad iniziare dall’Ospedale di Cavalese.

La seconda cortina fumogena è relativa alla pesante inadeguatezza del progetto, dovuta all’insorgere di “nuove esigenze”, la Facoltà di Medicina e il Covid. No, Fugatti. L’ospedale approvato è inadeguato rispetto alle prescrizioni redatte nel 2018: se ti mettono Terapia Intensiva lontanissima dal Pronto Soccorso, o la piazzola per l’elicottero impraticabile, il Covid non c’entra niente. Se in Ostetricia ti danno 34 stanze invece di 50, e tu dici che ti va bene, che c’entra la facoltà di Medicina?

Le nuove esigenze sono un’ottima scusa per tirare una riga sul passato, e seppellirlo nel dimenticatoio. Per rafforzare questa linea, si propina l’ultima e più grave disinformacja: cambiamo la localizzazione. Ospedale non più al Desert, ma a Mattarello, nell’area San Vincenzo, quella ora spianata per Vasco Rossi.

Ne abbiamo parlato nello scorso numero (“NOT, i nodi vengono al pettine”): la superficie più grande, quasi 27 ettari – si dice – permetterebbe di ospitare anche i futuri ampliamenti, tra cui le strutture legate alla nuova facoltà di Medicina. In realtà l’area al Desert, ora che il Ministero della Difesa è disponibile a concedere anche i 2,5 ettari delle adiacenti Caserme Chiesa da poco rase al suolo, consta di 25,7 ettari, una differenza insignificante rispetto a San Vincenzo. In compenso, in una “Analisi comparativa” tra le due aree effettuata nel 2016 da una commissione tecnica paritetica Comune-Provincia in quasi 200 pagine di dati, grafici, parole, per quanto orientata (dalla Pat) il più possibile verso San Vincenzo, non ha potuto non arrivare alla conclusione che dal punto di vista economico ed urbanistico non c’è paragone: San Vincenzo allungherebbe tutti i percorsi, sparpaglierebbe la città, implicherebbe una bretella dalla tangenziale e un prolungamento del collegamento ferroviario mentre al Desert “si può arrivare con tutti i mezzi, a piedi, in bicicletta, con l’autobus... e lì l’ospedale è vicino sì alla tangenziale, all’autostrada, ma anche alla città” ci diceva il sindaco di allora Andreatta (vedi “NOT, spreco e buon senso” su QT del marzo 2016).

Adesso Fugatti, al solo scopo di confondere le acque e smarcarsi dalle responsabilità, rilancia San Vincenzo. E’ un cinico gioco delle tre carte, in cui ci rimettono le casse pubbliche, ci rimette la città.

Conclusioni

A questo punto, dissipate le cortine fumogene, invece di baloccarsi con nuovi rilanci, nuove localizzazioni sempre più strampalate, si dovrebbe porre un punto fermo. Siamo di fronte a un disastro amministrativo. Di chi sono le responsabilità? Non si può pensare di governare il Trentino con uomini che hanno combinato un disastro del genere.

Siamo quindi davanti a due quesiti piuttosto banali, ancorché pesantissimi nelle loro conseguenze:

Ipotesi 1. I commissari di gara o per incompetenza non hanno potuto, o per pigrizia non hanno voluto, valutare correttamente né il progetto poi dichiarato vincitore, né la solidità della società proponente. Chi doveva vigilare sui commissari, non lo ha fatto. A livello politico si dovrebbero prendere i dovuti provvedimenti. Non è prevedibile. Auspichiamo che intervenga la Corte dei Conti.

Ipotesi 2. Qualcuno ha manovrato affinché quel progetto risultasse vincitore a prescindere dalle sue gravi carenze progettuali. In questo caso, trattandosi di un’ipotesi di turbativa d’asta, un reato penalmente grave, auspichiamo che ad intervenire sulla parte progettuale, come già è avvenuto per la parte economico-finanziaria, sia la Procura della Repubblica.

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