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QT n. 5, maggio 2022 Seconda cover

Foreste, o legna da bruciare?

I boschi e il legno. Un grande bene comune in cui non deve prevalere l’interesse economico di breve periodo

Ragionando di foreste, ci si può divertire giocando con i numeri, nel mondo come in Italia. Comunque il tema è serio e i numeri aiutano a comprendere.

In Italia la superficie boscata ha oggi superato gli 11 milioni di ettari (mentre erano 5,6 milioni nell’immediato dopoguerra, meno ancora nel Medioevo e Rinascimento), con un aumento della biomassa del 18,4% negli ultimi dieci anni e la conseguente capacità di assorbimento della CO2 di ben 290 milioni di tonnellate. Secondo la FAO l’Italia è tra i dieci paesi al mondo con il maggiore aumento della superficie forestale, a causa dell’abbandono del lavoro negli spazi naturali. Venti alberi producono l’ossigeno necessario ad una persona per vivere, in Fiemme gli alberi sono 2000 per persona, in Italia 200.

Tutto bene dunque? Forse no. Primo, perché ai numeri deve essere accompagnata una analisi qualitativa e questa ci dice che siamo in presenza di boschi poveri, o abbandonati, o gestiti con approssimazione. Secondo, perché il trend di crescita naturale finirà intorno al 2030, cioè domani.

La lettura dei soli numeri sta portando euforia nell’ambiente della filiera del legno, perlomeno dove qualcosa di questa filiera funziona, come in Trentino. E a loro fianco si scatenano giornalisti e commentatori di media o riviste specializzate.

Abbiamo assistito al varo della legge nazionale del 3 aprile 2018 che sollecita ad utilizzare maggiormente la risorsa legno italiana, anche incentivando la costruzione di impianti di teleriscaldamento a biomassa e propone una deregulation del settore. In Trentino è appena nata una nuova associazione, il cui nome è altisonante - Trentino Europa Verde - che unisce i gestori degli impianti di teleriscaldamento. L’attuale crisi del metano, con i costi di approvvigionamento del carburante raddoppiati e gli effetti di questo utilizzo sull’atmosfera, fa ritenere che si possano moltiplicare le motoseghe nel bosco.

Si afferma ormai ovunque che si taglia troppo poco, anche in Trentino. La frase fa presa, specie fra i non addetti ai lavori, e presso chi ha interessi diretti nel potenziamento delle utilizzazioni forestali. Il cittadino viene ammorbato da frasi gettate sulla stampa locale con approssimazione, ormai da tempi lunghi. A sostenere l’attacco ai boschi ci pensano forestali in attività, altri in pensione, agricoltori, cacciatori e semplici cittadini che vedono troppe piante avvicinarsi alle loro case. Piante che vanno certamente allontanate, ma il più delle volte si tratta di boschi privati e non si arriva ad accordi che permettano soluzioni condivise fra chi abita nei pressi dei boschi e chi ha abbandonato terreni che un tempo erano prativi. Se escludiamo quest’ultimo aspetto e ritorniamo ai boschi, la soluzione invocata sembra essere semplice: la motosega, sempre e ovunque, senza che si valuti la situazione punto per punto, e specialmente senza chiedersi perché il bosco sia diventato tanto “invadente”, quali siano le cause che portano le superfici boscate ad ampliarsi. Si sottolinea che il bosco sia “sporco”. Anche solo perché a terra vi è qualche cimale, dei rami, o perché nel sottobosco c'è una esplosione di vitale presenza di arbusti; per questi motivi, a detta dei semplificatori, si moltiplicano insetti che intaccano le piante vive. Nemmeno sfiora l’idea che questo accada perché nessuno di noi più cura il territorio, nemmeno l’agricoltore. Utilizzando invece parametri scientifici, è bene sapere che il bosco lasciato a se stesso produce più biodiversità, è quindi un bene che ricade su tutta la comunità. Certo, dove possibile lo si utilizza anche per motivi economici, perché produce lavoro, reddito distribuito in più settori, anche nel mondo turistico. Per l’intera comunità un bosco coltivato è utile, ma senza mai sottovalutare le altre funzioni di una foresta, funzioni primarie. Invece, tagliare per bruciare è solo stupido, anche sotto il profilo economico, non si coltiva un bosco per motivi ecologici come si vorrebbe far credere.

Gestione di una carbonaia a Zoppè di Cadore, (Belluno)

È bene capire il tema provando una analisi più articolata della situazione. Nonostante i cambiamenti climatici in atto siano conosciuti da decenni, comprese le cause, perché abbiamo atteso tanto a liberarci dai combustibili fossili? Le crisi di approvvigionamento dovute alla guerra si susseguono, fin dalla prima, quella del 1973 che ci aveva portati ad abbandonare le auto nei giorni festivi. La guerra in Ucraina ha ridestato dal torpore il mondo imprenditoriale e quello politico, ci si accorge che anche nel pur virtuoso Trentino l’economia circolare legata al prodotto legno presenta delle lacune. Sulle emergenze, sempre, è facile si alimentino interessi di parte, sostenuti da categorie poche volte attente nel lungo periodo al bene collettivo.

Tanti boschi, ma non troppi

Il territorio provinciale è coperto per il 63% da foreste. Un dato di alta qualità, quindi positivo. C’è un altro dato significativo: ogni anno tagliamo oltre mezzo milione di metri cubi di legname, circa il 70% della crescita complessiva. Insomma, nonostante utilizzazioni massicce siamo ancora virtuosi. Ma accanto abbiamo altri dati che dovrebbero preoccuparci e quindi portarci a mantenere alto il profilo della conservazione. Vaia non è stata un evento casuale, solo meteorico: danni tanto diffusi sono anche dovuti alla fragilità dei nostri boschi, ancora troppo coetanei e monospecifici (specie abete rosso). I suoli forestali stanno perdendo fertilità anche causa una eccessiva diffusione della coltura delle conifere. Di conseguenza perdono fertilità anche i suoli agricoli. La fertilità (organica e minerale) prodotta in foresta con i tempi della natura scende a valle, quindi arriva fino ai terreni coltivati, oggi sempre più poveri anche perché gestiti con poche attenzioni. Anche per recuperare questo aspetto è necessario sfruttare meno e meglio le foreste, prima che come produttrici di legname, anche come scrigni di biodiversità, da conservare con passione. Solo così si aumenta la biodiversità complessiva. Oltre a potenziare le altre funzioni che il sistema forestale ci dona.

Gestione di una carbonaia a Zoppè di Cadore, (Belluno)

Ancora una considerazione. In Trentino, nonostante una situazione migliore di quella italiana, i boschi hanno ancora margini di crescita importanti: su un ettaro di terreno possono insistere 700 metri cubi di materiale legnoso; si dovrebbero superare almeno i 300, ma questo dato lo si raggiunge solo in zone limitate, non è quindi pensabile già oggi aumentare le percentuali di taglio, dobbiamo ancora accumulare capitale. Facendo tesoro anche delle conseguenze della tempesta Vaia e dell’invasione del bostrico che quest’anno risulterà devastante, peggio di Vaia, è quindi più che opportuno investire in conservazione, ampliare le zone di protezione, individuare boschi da conservare in modo totale. Per fare questo si devono rivedere molti dei parametri che in Provincia sostengono quella che ancora viene definita selvicoltura naturalistica.

Partendo da questo quadro generale, si possono meglio considerare vantaggi e criticità degli impianti di teleriscaldamento a biomassa.

Utilità degli impianti a biomassa

Vediamo i vantaggi per la collettività:

- Un unico camino centralizzato, ben progettato e specialmente ben gestito, impedisce il proliferare di camini familiari che diffondono in aria quantità incredibili di particelle inquinanti, specie nelle vallate interessate da fenomeni di inversione termica; Il controllo continuo dei fumi permette il drastico abbattimento delle PM10.

- Le emissioni di CO2 del gasolio da riscaldamento sono di 326 Kg per MW/h, 250 per il gas naturale, 29 per i pellet (cilindretti di legno pressato, prodotti a partire da residui di segatura e lavorazione del legno), 25 la legna da ardere, 26 il cippato: l’utilizzo di gasolio, come del gas, va superato in tempi brevi, ovunque sia possibile.

- I costi, valutati appena prima della crisi della guerra, sono di 147 euro il MWh per il gasolio, 138 per il gas naturale, 72 per il pellet, 25 per la legna da ardere, 24 per il cippato: i prodotti del legno sono dunque più convenienti.

- Il bilancio di CO2 emessa bruciando legna è uguale a zero, perché quanto assorbito con la fotosintesi durante lo sviluppo della pianta viene rimesso in atmosfera; pertanto – soprattutto se le piante verranno sostituite da altre con la rinnovazione naturale – il bilancio della CO2 emessa è uguale a zero e non si contribuisce all’aumento del riscaldamento globale.

- Si utilizzano in gran parte prodotti residuali delle segherie e aziende che trattano legnami, si contribuisce così a ridurre i chilometri di trasporto del rifiuto e a completare il ciclo del legno.

- Il costo dell’acqua calda e dell’energia prodotta con le caldaie a legna si mantiene abbastanza stabile non subendo le oscillazioni di mercato internazionale alle quali stiamo assistendo in questi tragici mesi.

- I territori interessati rimangono liberi da ricatti economici, si investe nell’autogoverno delle comunità.

- Prima della guerra un Kw/h prodotto dalle biomasse costava 0,111 euro, prodotti da altre energie fossili 0,128. Oggi questo dato è migliorato a vantaggio delle biomasse.

- Attorno all’impianto di teleriscaldamento a biomassa nascono altre produzioni, di energia, di prodotti secondari del legno come i pellet e non solo.

Le controindicazioni

La distruzione provocata a Lavazè dalla tempesta Vaia..

I vantaggi descritti sono importanti. Ma è bene anche soffermarsi sulle criticità.

Fino a poco prima della tempesta Vaia l’Alto Adige, forte di 72 grandi impianti di teleriscaldamento a biomasse, doveva importare il 50% del prodotto di combustione. Le aziende del settore e i boschi provinciali non riuscivano a soddisfare la domanda, parte del legname importato proveniva dalla vicina Austria (comunque centinaia di chilometri di trasporto) e in maggioranza dai paesi dell’Est, anche via mare. Era quindi fallito il tema dell’autogoverno del territorio; ma anche quello della sostenibilità ecologica, quando si incentivano disboscamenti selvaggi.

In Trentino gli impianti complessivi sono 57, con una distanza di approvvigionamento media di 60 chilometri. L’indice comincia ad essere preoccupante. Quelli di grandi dimensioni, paragonabili a quelli del Sudtirolo, sono 32. Valutazioni attente della reale disponibilità di legname portano a concludere come in Provincia si sia raggiunta l’utilizzazione ottimale. Sicuramente è ancora possibile con una attenta valutazione della disponibilità della risorsa legno, per determinati territori non serviti da questi impianti e che dispongono di segherie locali, costruire qualche singolo impianto. Ovviamente in ambiti urbani concentrati, che non soffrano di dispersione edilizia o in una eccessiva distribuzione delle frazioni. Non sarebbe serio imitare l’Alto Adige, ritrovandosi fra qualche mese a dover importare legname per bruciarlo.

La lettura dei media offre troppa attenzione alla raccolta di biomassa disponibile (i boschi sono sporchi, si afferma in modo trionfante e riduttivo) inneggiando al forestale paesaggista, quello dalla motosega facile. Vedansi gli articoli della Confindustria e Confartigianato locale o le farneticanti lettere di persone che si fanno passare per esperti. Il territorio provinciale, pur disponendo di tanta massa vegetale, non è che permetta la raccolta di questo patrimonio ovunque: il nostro è un territorio fragile, morfologicamente impegnativo, un territorio che impone attenzione prioritaria ai problemi della sicurezza idraulica, valanghiva e dalle frane. Più si incide, anche con strade nuove e sempre più larghe, più pericoli si diffondono. Certo è che la filiera del legno va rafforzata. Sul territorio troviamo esperienze d’avanguardia, eccellenze, vedi l’area del Primiero, o di Fiemme. Ma l’imprenditoria privata, anche quando investe in innovazione, non sa fare gruppo, le esperienze rimangono isolate. Ad esempio, le segherie sono 121 con soli 1300 occupati, 718 sono i lavoratori del comparto dell’arredo, 121 le aziende di boscaioli Non si è ancora riusciti a strutturare una convincente catena di custodia (garanzia sulla provenienza del legno e sostenibilità della gestione delle foreste) del comparto: significherebbe definire e rendere efficiente il processo di lavoro legato al legno partendo dall’asportazione della materia prima effettuata dai boscaioli fino alle segherie e alla seconda e terza lavorazione del prodotto. Non siamo stati capaci di fare rete.

Nonostante gli impianti di teleriscaldamento diffusi un po’ ovunque, il 45% degli scarti di segherie viene portato fuori provincia, e contemporaneamente si deve importare prodotto (truciolato) per fare isolamenti nell’edilizia, importazione sempre più cara, attualmente ai limiti della sostenibilità del settore dei pannelli di truciolato. Un paradosso.

Le associazioni imprenditoriali spingono perché si diffonda l’energia da biomassa in ben 47 comuni che ne sono privi. Il costo del cippato è favorevole, 22-35 euro contro i 120 del gasolio e i 117 del metano, non c’è dubbio alcuno. Però la costruzione delle reti è onerosa, la Provincia di Trento ha tolto i contributi del 30% a fondo perduto per la loro costruzione, in sostanza non c'è posto per altri impianti se non in zone ben studiate.

Si deve quindi passare ad una revisione del piano energetico provinciale. È una urgenza. Poi procedere con cautela e non farsi imbrigliare dalla pubblicistica imprenditoriale. In questi giorni si è espresso sul tema Enrico Allasia, presidente della Federazione nazionale dei produttori di legno, subito sostenuto con mozioni in Parlamento dal deputato veneto di Forza Italia Dario Bond. Si vogliono invadere ettari di boschi: ora c’è l’emergenza dettata dalla crisi russa, altre volte si invocava a sproposito la manutenzione diffusa in funzione antincendio, oppure, si dice, si rilancia la selvicoltura, si investe nelle aree svantaggiate, si offre una risorsa rinnovabile a impatto zero.

Non viene spesa una riga per analizzare le altre funzioni della foresta, funzioni che qualora valorizzate creerebbero lavori di ben altro spessore qualitativo che non quelli del taglio fine a se stesso. Leggere i documenti prodotti in questi giorni è avvilente: una totale assenza di cultura, lo svilimento della scienza.

Fortunatamente c’è chi va al di la degli stretti interessi di breve periodo dell’industria del legno o dell’energia, cercando di approfondire la situazione, studiando ancora. In questi mesi è partito il progetto ONEforest che mira a creare nuovi modelli di gestione forestale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Partendo da alcuni assunti: la gestione forestale come condotta fino ad oggi va rivista, servono studi interdisciplinari, l’obiettivo deve essere quello della conservazione della foresta in quanto catena di valori, (assorbimento di CO2 e naturalità, vari usi umani).

Gli studi entreranno a fare parte della Rete Internazionale di Foreste Modello.

Prima di decidere, spinti da interessate pressioni verso il potenziamento degli impianti di teleriscaldamento a biomasse, è bene attendere i risultati di questi studi, visto che rivestono un profilo internazionale e vengono seguiti da una realtà a noi tanto vicina, l’Università di Bolzano.

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