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QT n. 10, ottobre 2022 Cover story

Come si è persa la sinistra

La lezione del voto nelle fabbriche. Come, ad inseguire la destra, la sinistra ha perso prima gli operai e poi se stessa.

Se vai nelle fabbriche il risultato elettorale lo conosci già – diceva un mese fa Michele Guarda, segretario provinciale del sindacato dei metalmeccanici – Vince la destra”.

Ora, dopo il voto,sarebbe vitale per il centrosinistra provare a capire i motivi di questa sconfitta. Ma più che inabissarsi nei discorsi da politicanti (quali alleanze? Calenda sì o Calenda no? E Fratoianni? Ah, questa legge elettorale!) dovrebbe invece domandarsi: come mai i lavoratori non ci votano più?

Ifatti subito sfatano una delle frottole consolatorie che tanti si raccontano: “L’Italia è un paese di destra, che solo occasionalmente guarda a sinistra”. Storie: il PCI era per definizione il “partito operaio” e raccoglieva il doppio dei voti dell’attuale PD, mentre la destra dal dopoguerra è rimasta per mezzo secolo emarginata: “Fascisti carogne, tornate nelle fogne”. E ora?

Se mi si chiede per quale motivo le tute blu votino a destra – risponde Michele Guarda – cioè Salvini ieri e Meloni oggi, faticherei, anche ammesso che il dato sia così netto, a dare una risposta univoca. D’altronde è un fenomeno mondiale: pensiamo al sostegno che Donald Trump o Marine Le Pen riscuotono proprio nelle fabbriche. Diciamo pure che di questi tempi i valori della solidarietà e dell’uguaglianza non godono di grande appeal. Tutto il mondo dell’associazionismo e dell’impegno sociale sta attraversando un periodo di difficoltà, sembra manchi la voglia di partecipare e di impegnarsi. Forse è l’onda lunga del thatcherismo, forse è il rincoglionimento causato dai social network, chissà. Qualche anno fa il PD di Renzi riscosse un successo travolgente, cosa che sembrerebbe smentire il trend, ma anche allora non fu un’improvvisa ri-conversione dei lavoratori ai valori della sinistra, quanto piuttosto il banale bisogno di 80 euro in più, netti e subito, in busta paga”.

E dunque?

Mi viene più facile – prosegue Guarda – osservare la medaglia dall’altro lato: come stanno i lavoratori oggi? Come è percepito il centrosinistra dalle tute blu? Negli ultimi 40 anni c’è stato un netto peggioramento delle condizioni di lavoro: esternalizzazioni, precariato, flessibilità di mansioni e di orari, età del pensionamento posticipata, licenziamenti facili. E zero redistribuzione della ricchezza. Le disuguaglianze sociali sono aumentate in tutto il mondo, grazie al prevalere dell’ideologia neo-liberista, ma in Italia si è persino fatto di più: non solo è aumentato il divario tra ricchi e poveri (vedi il grafico a fianco) ma i lavoratori – unici in Europa! – hanno visto diminuire il loro reddito (vedi il secondo grafico). Ora, non tutti gli operai conoscono queste statistiche, ma sicuramente tutti le vivono.

Il centrosinistra è percepito da molti lavoratori come quello che non ti ha difeso – prosegue Guarda – o persino come quello che materialmente ha fatto le leggi peggiorative della tua condizione. Al centrosinistra vengono rinfacciati l’abolizione della scala mobile, la precarietà del lavoro, la perdita dell’articolo 18, la legge Fornero, eccetera. Il PD, in particolare, è visto dagli operai come un partito che si occupa degli immigrati, dei diritti dei gay, dell’ambiente, della parità di genere, tutte istanze sacrosante, ma che anziché stare al fianco di lavoratori e famiglie preferisce i salotti dei manager e delle star”.

Una reazione da innamorati traditi?

Beh, in realtà gran parte della responsabilità del peggioramento delle condizioni dei lavoratori è stata anche, se non soprattutto, del centrodestra. Tutti se la prendono con la riforma Fornero, dimenticando che fu motivata, oltre che con le dinamiche demografiche, anche con la necessità di evitare al Paese la bancarotta, sull’orlo della quale ce l’aveva portato Berlusconi. E riguardo la crescita delle disuguaglianze, è il centrodestra che ha favorito i ceti più ricchi, coi condoni e i tagli fiscali, mentre tutto il peso di mantenere lo Stato ricade sulle spalle di lavoratori e pensionati, che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo. Ma nell’urna tutto questo conta poco, conta più come si viene percepiti. Così, mentre Giorgia Meloni gira nelle periferie e parla con e come i borgatari, la classe politica dell’ex PCI è vista come quella che si bea di giocare a scopone coi Marchionne”.

“Come mai, come mai, pagan sempre gli operai...”

Ma, si potrebbe obiettare, il centrosinistra ha responsabilmente sostenuto i governi tecnici – Ciampi, Monti, Draghi – che si sono fatti carico di evitare il default dell’Italia, che avrebbe comportato conseguenze drammatiche anzitutto proprio per le famiglie e per i lavoratori.

All’inizio degli anni ‘90 tra le parti sociali, cioè tra lavoratori, imprenditori e Governo, si fece un solenne patto: moderazione salariale in cambio di risanamento del debito, per salvare e rilanciare il Paese. Risultato dopo 30 anni: i salari sono rimasti immobili, il debito pubblico è cresciuto. A cosa sono serviti i sacrifici chiesti ai lavoratori? E dove è finito l’enorme incremento della produttività generato dalla rivoluzione informatica e robotica? Qualcuno qui si è mangiato i salari, l’incremento della produttività e pure le casse dello Stato. Chi? La parte più abbiente del Paese, che in questi trent’anni si è arricchita in modo esponenziale, proprio mentre chi lavorava stringeva la cinghia”.

Questa analisi ricorda uno slogan degli anni ’70: “come mai, come mai, sempre in culo agli operai”.

Slogan attualissimo. Da cui si capisce perché le tute blu detestino chi ha chiesto loro i sacrifici, facendo promesse sempre tradite. Sacrifici non solo salariali. Col Jobs Act, dicevano, le multinazionali investiranno in Italia e spariranno i contratti precari: oggi abbiamo il record di precari e le multinazionali disinvestono. Nel 2011 dicevano che se il debito pubblico avesse superato il 120% del Pil l’Italia sarebbe fallita e dunque la riforma delle pensioni era un sacrificio necessario: oggi il debito è al 155% del Pil e in campagna elettorale non se ne è neppure parlato, anzi tutti hanno fatto a gara a promettere elargizioni. Poi la porcata della Fiat che fa carta straccia di contratti di lavoro, delle leggi e persino della Costituzione, promettendo in cambio investimenti mai fatti: ok, è avvenuta ai tempi del governo Berlusconi, ma l’immagine rimasta impressa nella mente dei lavoratori è il PD che con gli autori di quello scempio ci ha organizzato i convegni o, peggio, le cene e le partite a carte. E così via per una miriade di norme che hanno favorito il lavoro nero, quello precario, i subappalti, i licenziamenti senza motivo, i demansionamenti: la politica sempre dalla parte del padrone, poi ti sorprendi se i lavoratori non ti votano?”.

Eppure, se come detto all’inizio siamo di fronte a un fenomeno mondiale, non tutto forse si spiega con gli errori del centrosinistra italiano. Senza dubbio siamo di fronte ad una metamorfosi. Maurizio Landini, con una espressione efficace, dice che prima ci sentivamo lavoratori, poi ci siamo sentiti cittadini, ora rischiamo che ci considerino solo consumatori. A mio parere esiste eccome il bisogno di una politica che in modo non ideologico, non settario, si faccia carico di riequilibrare gli interessi, di correggere le storture del libero mercato contrastando i soprusi dei più forti a danno dei più deboli, di far sì che i progressi tecnologici siano utilizzati per accrescere il benessere di tutti, anziché solo la ricchezza di pochi. Invece, un po’ ovunque nel mondo, le forze che si richiamavano al socialismo, che erano cioè anche formalmente espressione del mondo del lavoro, sembra che, finita la Guerra fredda, abbiano sentito la necessità accreditarsi presso l’imprenditoria e la finanza prostrandosi alle loro richieste, pensando che quello fosse il passaporto per conquistare il governo. La risposta di popolo, sgangherata e controproducente, è stata affidarsi al populismo, Salvini, Le Pen, Trump, la Brexit. Oppure, all’astensione”.

La resa politica, culturale più grave

Tutti i populismi propongono soluzioni che peggiorerebbero le condizioni dei più deboli. Anzitutto la detassazione dei ricchi, con conseguente decadimento dei servizi sociali. Ma anche su questo punto il centrosinistra sembra voler scimmiottare la destra.

Questa a mio parere è la resa politica, culturale, più grave, di un centrosinistra senza più punti di riferimento: aver accettato, o persino fatto propria, la demonizzazione del fisco, che assieme ai contratti di lavoro costituisce l’altro pilastro della redistribuzione della ricchezza. ‘La lotta di classe esiste e l'abbiamo vinta noi’, disse anni fa il miliardario americano Warren Buffett, commentando l’ennesimo taglio delle tasse sui profitti finanziari negli Stati Uniti. Il fatto che il centrosinistra, e addirittura anche parte del sindacato, si siano accodati alla guerra alle tasse è desolante”.

E oggi? Come si possono riconquistare i voti dei lavoratori?

Questa è una domanda troppo difficile. Ciò che però so è cosa servirebbe ai lavoratori. Se vuoi riconquistare il loro voto, prova almeno ad ascoltare i loro bisogni. Cominciamo, per dirla con uno slogan, ridando dignità al lavoro.

Nulla di complicato, se ci fosse la volontà. Primo: cambiare le regole della contrattazione, ridando ai contratti nazionali di lavoro il compito di redistribuire la ricchezza, oltreché quello di proteggere i salari dall’inflazione. Secondo: cancellare i contratti pirata, quelli firmati coi sindacati “gialli” (i sindacati di comodo, che il datore di lavoro si crea all’uopo ndr), cioè approvare una legge sulla rappresentanza che garantisca ai lavoratori il diritto di contrattare. Se non c’è contrattazione, infatti, c’è schiavitù. Terzo, una legge sul salario minimo, che abbia come obiettivo quello di aumentare i salari più bassi, non quello di fotografarli, perché in tante realtà il sindacato non ha la forza sufficiente. Quarto, contrastare la precarietà del lavoro, il principale fattore che distrugge salari e diritti. I contratti precari vanno combattuti coi vincoli e coi divieti, non con gli incentivi. Quinto, impedire i finti appalti e le finte esternalizzazioni, quelli fatti solo per abbassare i salari, cancellare i diritti e lucrare sulla pelle di chi lavora. Se guidi un muletto dentro un’azienda devi essere dipendente di quell’azienda. Se lavori dentro un museo devi essere dipendente del museo. Se fai l’infermiere in una casa di riposo devi essere dipendente della casa di riposo. È così difficile? Ogni riferimento a vicende trentine è del tutto voluto. Potrei continuare. Non servono convegni, le cose da fare son lì sotto il naso.”.

C’è speranza?

Il centrosinistra deve abbandonare l’idea che per andare al governo – lo dico con una metafora – bisogna farsi fotografare mentre, sorridendo, si danno calci in culo agli operai. È un metodo, sia chiaro, che ha funzionato e in parte funziona tutt’ora, ma alle persone normali quella roba lì non serve. Non lo dico io, lo dicono i dati dell’OCSE. Mi pare che una riflessione positiva si sia aperta. I 5 Stelle si sono dimostrati più sensibili ai bisogni dei più deboli e alle istanze del lavoro: è così che mi spiego il loro positivo risultato. Detto tutto questo, però, penso più banalmente che noi tutti, anziché aspettarci che la politica ci porti qualcosa di buono, dovremmo andare a prenderci ciò che ci spetta, tornando ad impegnarci in prima persona, nelle associazioni, nel sindacato e anche nei partiti”.

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