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QT n. 6, giugno 2022 Servizi

Così abbiamo lasciato morire i nostri vecchi

Covid e Rsa: scarsità di personale, isolamento e mancanza di contatti hanno ucciso gli anziani più del virus

Più di un migliaio di vecchi trentini sono morti anche per Covid. Ma centinaia di altri si sono lasciati morire. Perché la società li ha isolati, ha reciso i loro affetti, i legami con la famiglia. La comunità apparentemente li ha difesi sigillando le Rsa per evitare il contagio. Senza riuscirci. Otto volte su dieci il virus ha superato le maglie e ha falcidiato queste persone deboli, in gran parte predisposte. Se ne sono andati via perché hanno voluto morire in quanto intrappolati tra quattro mura, strappati anche a quelle poche decine di minuti di contatto settimanale con i propri cari. Attaccati ad un telefonino che non sorride, non accarezza. E che spesso l’anziano, debole d’udito, non riesce ad apprezzare. Questo anche quando tutti erano vaccinati tre volte: anziani, personale, parenti. Anche a fine maggio 2022, dopo due anni di pandemia e i progressi nella prevenzione e cura.

Ci scrivono oggi dalla casa di riposo di N.-V. che "ancora non permettono le uscite degli ospiti se non a patto di fare 5 giorni di quarantena al rientro, col risultato che le persone rinunciano, pur di evitare poi l’isolamento. Quando la quarantena non è più prevista dalle direttive provinciali". La società civile, attraverso la politica, ha murato gli anziani dentro le Rsa, aldilà di ogni logica. Puliti, alimentati, curati, “animati”. Assistiti da medici, psicologi, fisioterapisti. Quasi…

Molte attività sono state ridotte al lumicino o sospese in tempo di Covid. Se il sistema ha in qualche modo tenuto, è dovuto al superlavoro di ausiliari, oss, infermieri, medici. Non tutti. Tanti. Perché l’opportunismo si annida in ogni categoria (chi si è negato ha pesato sui colleghi già stremati). Poi consigli di amministrazione, direttori-manager, presidenti. E l’Upipa. Tecnici ma anche burocrati che non ce l’hanno fatta sempre a difenderli. Anche perché le Rsa contano su personale insufficiente per accudire queste persone fragili che hanno fatto la nostra storia. La politica, cioè noi, ha deciso che gli anziani potevano pagare più di altri l’evento pandemico. Era comodo per tutti rinchiuderli e stop. Coi novax a dire che il Covid non è un dramma ma un’influenzucola che si porta via solo qualche vecchio acciaccato. Già: la nostra memoria storica, chi ci ha creato. I nostri vecchi.

La storia di Rosina

Due storie diverse, due vecchi andati via quando sarebbe stato possibile evitarlo, nel gennaio del 2022, a pandemia quasi domata.

Mauro Ferone, 63 anni, di Ala, pensionato: "Mia mamma Rosina Zomer, 98 anni, aveva festeggiato con noi il compleanno il 23 novembre. Si era divertita. Lucida. Era stata lei a scegliere di andare in una casa di riposo. Poi si è liberato un posto più vicino, ad A.".

Da quel momento il dramma: "Per le misure anticovid noi figli non siamo mai potuti entrare nella sua stanza. Ce la portavano al piano terra". Inserimento difficile, anche perché i familiari non potevano assisterla. "A noi chiedeva l’appoggio fisico, il sostegno alla schiena. Mentre altrimenti stava, ed è stata, sulla sedia a rotelle. Tutto il discorso di affiancamento agli operatori, quindi, non fu possibile farlo. Mamma soffrì: non dormiva bene, si toglieva il pannolone. Le hanno dato un medicinale per farla dormire. Dopo 15 giorni non migliorava e le hanno raddoppiato la dose. Dava i numeri, diceva che le rimbombava la testa. È possibile non informare il familiare di una scelta del genere? L'ho saputo solo guardando la cartella".

Molti familiari si lamentano per un uso suppostamente eccessivo di tranquillanti. "Quando c’erano gli incontri riferivamo di questo disturbo: 'Lei sa com’è fatta sua madre, si lamenta di tutto'. No, mamma era lucida e si lamentava solo con chi la trattava in modo aggressivo. E si chiudeva in se stessa. L’avevo seguita per anni e sapevo delle sue sensibilità verso certi medicinali. Ma loro non cercarono il dialogo".

Mauro Ferone e i fratelli chiesero l’intervento dello psicologo. "Per loro mia madre era entrata in un inizio di demenza. Cosa che lo psicologo negò. Confermò che con persone dialoganti la mamma rispondeva bene. Dalla cartella (diario multidisciplinare) seppi che a giugno era calata di 4,9 chili... una persona di 40 chili… Inconcepibile. Chiesi io l’intervento dello psicologo, che asseverò che aveva bisogno di rapporti interpersonali. Non di gente che grida, televisione accesa… Quando andavamo a trovarla, rinasceva. Ma gli appuntamenti erano uno alla settimana e io nella sua stanza non sono mai entrato. Dissi loro che se c’erano dei volontari che entravano, perché non potevo farlo io che avevo il green pass, con mascherina? 'Ne parliamo' mi disse il direttore la scorsa estate. A novembre riproposi la cosa al presidente: 'Vedremo'. Era previsto per gennaio. Non esistevano divieti vincolanti a quel punto".

Carenza di rapporti coi familiari, questo era il dramma della signora. E di troppi vecchi. "Chiesi lo psicologo: chiusa in stanza mamma non ce la fa più. Mi fu detto che in situazioni come questa lo psicologo non interviene".

E scattò di nuovo la chiusura totale. Era entrato il Covid nella Rsa. "Il 2 gennaio mio fratello aveva una visita programmata ma trovò l’accettazione chiusa. Nessuno ci aveva avvisato. Per qualche giorno non risposero nemmeno al telefono. Alla fine, mio fratello riuscì a parlare al cellulare con mamma: lei disse che si rifiutava di mangiare perché stava chiusa in stanza. La chiamai anch’io per convincerla a mangiare. Non capiva perché doveva stare sbarrata in camera visto che i dipendenti entravano ed uscivano. Il meccanismo era che gli ospiti che si ammalavano erano portati alla Rsa di A.".

La mamma dei fratelli Ferone morì il 25 gennaio. "Noi chiamavamo per tenerla su, chiamate vocali perché per il video ci sarebbe voluto un operatore ma era quasi impossibile trovarli: li trasferivano dal letto alla carrozzella, portavano la colazione e non li vedevano più. Poi il pranzo… e la cena. In pratica l’operatore dal punto di vista sociale non c’era. C’era un altro ospite in stanza ma non parlava, non ci poteva essere rapporto tra i due".

Nella grande struttura, centinaia di ospiti, il personale già insufficiente nel preCovid, decimato dalla pandemia e dalla sospensione dei novax, non poteva fare di più. "Mamma rispondeva alla battaglia. Sul diario disciplinare c’è scritto che si rifiutava di mangiare e batteva i pugni sul tavolo. Oppure 'esce in corridoio e si mette a cantare'. Io insistevo, 'mandate qualcuno a parlare con lei perché sta soffrendo l’isolamento'. Il 20 gennaio mi hanno mandato questo video (la mamma con un operatore canta 'La coppia più bella del mondo' e manda saluti, n.d.r., ). Ma erano con lei solo perché avevo rotto le scatole. Il fatto drammatico è che si alimentava poco o saltava il pasto. Arrabbiata perché non poteva uscire dalla stanza. Con 3 dosi, mascherina e personale bardato!".

Mauro Ferone ha copia di tutti i documenti. Ha scritto a tutti, ha parlato con tutti. Ecco un passo della “cartella clinica”: "Si presenta arrabbiata perché non deve uscire dalla stanza. Da quel momento in poi ospite molto oppositiva e aggressiva. Rifiuta di mangiare già a colazione e a pranzo. Assaggia solo. Alle 13 le chiediamo di andare a letto e rifiuta. Appisolandosi sul tavolo". La signora era reclusa pur trattandosi di persona libera e con tutte le capacità cognitive. Intorno al 22 o 23 gennaio in quella casa di riposo ripristinarono le visite dei parenti. Ascoltiamo un suo audio: “Come faccio a mangiare in quell’odore di chiuso… se una di noi due va in bagno, l’odore rimane dentro”.

Il giorno 25 Mauro Ferone ottenne infine il permesso di visitare la madre. "Il 24 ero stato chiamato dalla Rsa. La cartella dice: 'Paziente trovata per terra, in decubito laterale con ciabatta autorimossa, piccolo ematoma al gluteo, mobilità conservata, nega algie'. Ho provato a chiamarla e non riuscii. Mi chiamò un operatore che le disse: 'Parla che c’è tuo figlio'. Nulla. Alle 9 del 25 mi chiamò l’infermiera: 'Dobbiamo spostare la visita perché sua madre ha la febbre'. Alle 10 ricevetti una videochiamata da un operatore: vidi mia mamma con gli occhi aperti, bocca spalancata. 'Mamma come stai?'. Non rispose. Mamma! Niente. E allora dissi: 'Signora, non vede che mia mamma non si muove, fa fatica a respirare?'… Alle 10.30 mi chiamò l’infermiera: 'Sua madre sta male, non reagisce. Cosa facciamo?'. Il medico non c’è sempre in struttura, lavora su due case di riposo... Dissi di mandarla subito al pronto soccorso". L’infermiera rispose che l’ambulanza era già lì e gli passò l’operatore che le aveva già fatto l’elettrocardiogramma e trovato il cuore debolissimo. "Portatela subito a Rovereto. Vi seguo".

Ma poi la chiamata del medico della casa di riposo: la signora era morta. Non era nemmeno partita per Rovereto. Le considerazioni del figlio: "Non si sa se è morta per la caduta dalla sedia a rotelle. Dal 4 al 25 mia madre ha sofferto, è rimasta isolata, con una persona mentalmente non presente, con visite del personale solo per pasti, medicine, pulizia. Una persona presente e con bisogno di rapporti umani".

“Ci vuole qualcuno che ti accarezza…”

Una circolare della Provincia del 2020 diceva chiaramente che si sarebbero dovute mettere in atto delle procedure per compensare le chiusure anti Covid delle Rsa: momenti di socializzazione maggiori. Niente invece. Il personale lavorava in condizioni difficili, turni stressanti. "Si puntava solo sulla risposta sanitaria. - considera oggi Mauro Ferone - Tutti col green pass, personale, anziani, parenti e il personale con le bardature previste. Sono convinto che per gli ospiti lucidi, col bisogno di contatti umani potevano essere organizzati incontri con i familiari. Ma non mettevano nemmeno più gli ospiti a mangiare nel salone in cui potevano socializzare, salutarsi, avere un controllo visivo. Tra l’altro, si faceva altrove, col plexiglass si sarebbero potute continuare le visite".

Una considerazione struggente: "Ci vuole qualcuno che ti tocca, ti accarezza, ti sorride. Telefonai in Provincia dopo che l’Upipa mi disse sostanzialmente che loro erano dei passacarte e non c'entravano nulla con le circolari. Il dottor Nava mi disse che capiva ma ricordò tutto il personale che mancava in servizio, le migliaia di operatori assenti. A me vengono i brividi: se io sono responsabile delle sofferenze di centinaia di anziani devo fare delle scelte, politiche, di investimento nei settori in cui la gente soffre".

Mauro Ferone ha scritto a tutti. Zero risposte dall’assessore Segnana. Gli ha scritto invece il Presidente della Repubblica Mattarella: "Mi rendo pienamente conto della sofferenza che sia sua madre sia lei avete provato nella condizione di assoluta separazione ed isolamento, e delle carenze di criteri che avrebbero comunque potuto attenuare le condizioni di privazione che le necessarie misure anticovid hanno prodotto. Vanno garantite con maggior rigore condizioni adeguate di assistenza nelle case di riposo: il rispetto del diritto degli anziani rientra tra i doveri della Repubblica anche attraverso regole e azione di vigilanza appropriate".

La storia di Carlo

La seconda vicenda è stata più breve nel tempo. La narra Luciana Sartori, 58 anni, di Grigno. Suo padre Carlo è morto il 22 gennaio a 95 anni nella casa di riposo di P.. "L’ultima settimana – ricorda in pianto – papà a casa non stava benissimo. Assistito da me e mio fratello. Con l’assistenza domiciliare. Loro ci consigliarono infine di portarlo in una Rsa. Decidemmo per Grigno, una buona struttura. Papà era vaccinato e così noi figli. La domenica gli avevamo fatto il tampone, negativo. Venerdì mattina doveva entrare in Rsa. Giovedì mi chiamarono dall’Upipa: chiuso per un caso di Covid. C’era posto a P. Chiamata l’ambulanza io salii con papà (mio fratello ci seguì). Arrivati, la lettiga scomparve dietro la porta. Il tempo di offrire un caffè ai barellieri e sopraggiunto mio fratello, volevamo salutare papà".

Ma l’infermiera disse che era impossibile: “Non si può entrare”.

Abbiamo il green pass”.

No”. 11.30 del venerdì.

Ha tutte le carte Luciana, le registrazioni. "Un nuovo tampone risultò negativo... Stava in una stanza con un altro ospite, dicevano. Poi abbiamo scoperto che non c’era l’altro ospite. Noi in stanza non abbiamo mai potuto entrare. Eppure la struttura era aperta, non c’erano casi di Covid. Perché?". Poco personale, forse poca sensibilità, più facile così, senza problemi. Senza rogne.

"Chiedemmo di vederlo almeno in videochiamata. Avevo chiesto fosse col tablet ma avevano pochi tablet. Chiesi di portare lì un mio cellulare e potei vedere papà, disperato. Domenica o lunedì chiedemmo di vederlo fisicamente. Fu nella stanza per le visite, mascherina, gel e tutto il resto. Papà stava su una sedia a rotelle. Pareva perduto: il poggiatesta dietro e il vassoio per appoggiare le mani. Una larva, dopo tre giorni. Il medico mi ha mostrato la terapia, diceva che si agitava alla notte, piagnucolante... Era perché non ci vedeva accanto a lui! Ci siamo informati, lo mettevano sulla sedia a rotelle caricandolo con un argano. Chiedemmo quindi di vederlo in stanza, per evitargli ciò. 'Impossibile, per Covid'. E il letto non entrava in ascensore, per portarlo sotto. Nonostante la struttura fosse covidfree. Decidemmo che non l’avremmo visto più per non costringerlo a ciò".

Lo vedevano in videochiamata. Senza carezze, parole dolci, occhi negli occhi. Un novantenne. "Non si alimentava più... Chiamavo due o tre volte al giorno: dovevo attendere un’infermiera, poi l’altra, perché cambiava il turno. Molto pressappochismo: una del personale disse che era venuta la moglie a trovarlo... ero io, papà era vedovo da 30 anni... non leggevano ciò che avevano scritto".

Siamo a sabato 22, giorno della morte del padre di Luciana: "Dal 14 lo avevo visto una sola volta dal vivo. La cosa che contesto è che in Rsa non c’erano problemi di Covid e che potevano farcelo vedere in stanza. Il sabato chiamai verso le 9 e trovai un’infermiera. 'Poretìn, l’è chi ch'el ràntola. L’è tuta la nòte ch'el ràntola'. Non era il Covid, gli avevano rifatto il tampone".

Luciana decise di correre in Rsa. "No, è sabato e fino a lunedì non si potrà avere l’autorizzazione".

"Ma potrebbe essere tardi" rispose lei. Che chiese alfine di vederlo in videochiamata. "Era inquadrato male, ho cercato di dirgli le solite cose: 'Papà, stai tranquillo, non possiamo entrare per il virus, ti abbracciamo tanto'. Penso mi abbia sentita, un movimento degli occhi".

Luciana Sartori e il fratello furono chiamati un’ora dopo al cellulare da una operatrice. "L’avevo lasciato 5 minuti ed è mancato". E, beffa delle beffe "proprio ora che avevo rintracciato il medico che mi ha autorizzato a farvi entrare".

Ha le lacrime Luciana. "Ciò che contesto è che dopo due anni di pandemia e con tutti vaccinati non si permetta ai figli di incontrare un uomo che sta morendo. Perché il letto non passa dall’ascensore? Allora è la struttura che non è adeguata! Il permesso di entrare a vedere mio padre alla fine ce lo hanno concesso. Allora esisteva la possibilità? Io so che in piena pandemia all’ospedale di Borgo qualcuno, pur bardato, ha potuto salutare la mamma morente. Invece in quella Rsa no. Ma chi decide? Faccelo abbracciare che sta morendo! Mi dici che sta rantolando dalla notte... dov’è la sensibilità?".

Due morti. Non per Covid ma per le restrizioni da Covid. Così abbiamo fatto morire i nostri vecchi.

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