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Il supermercato dell'energia

La situazione del Kazakistan, ricchissimo di risorse energetiche e non solo, che, a causa della politica predatoria delle sue classi dirigenti, ha ridotto la popolazione alla fame. Da “Una Città”, mensile di Forlì.

Mentre lavoravo al Parlamento europeo, siccome l’Asia centrale è una di quelle zone del mondo di cui non importa niente a nessuno, mi sono più volte trovato a fare io le relazioni, per il gruppo dei Verdi, perché a me invece interessava, e quando l’Unione europea ha deciso infine di occuparsene, ho seguito da vicino lo sviluppo delle relazioni tra Ue e Asia centrale.

Ebbene, ricordo che quando era relatrice la francese Nicole Kiil-Nielsen, toccò a me organizzarle il viaggio. Decidemmo di cominciare appunto con una visita in Kazakistan, senonché ebbi l’infelice idea di pianificarlo per febbraio. Per cui arrivammo ad Astana a metà febbraio.

Erano le sei di mattina e, intanto che scaricavano i bagagli, guardai fuori. Nell’area antistante l’aeroporto c’era un cortile dove si vedeva un termometro digitale: meno venticinque gradi! È stato così che ho appreso che Astana è la seconda capitale più fredda del pianeta, dopo Ulan Bator, la capitale della Mongolia. Trascorremmo tre giorni e mezzo ad Astana, dove la temperatura massima era meno dodici, meno tredici; giornate splendide, di un sole brillante, ma era così freddo che l’umidità dell’aria si congelava e cadendo a terra, con i riflessi del sole, provocava un effetto quasi di brillantante.

Ma veniamo al tema. L’Asia centrale è costituita da cinque repubbliche; quattro culturalmente turchiche, una, il Tagikistan, iranica (quindi indoeuropea).

L’ex presidente Nursultan Nazarbayev (a sinistra) e il suo successore Kassym- Zhomart Tokajev.

La potenza regionale è il Kazakistan, nono paese al mondo per estensione territoriale; un territorio enorme, nove volte l’Italia per neanche 19 milioni di abitanti, ma soprattutto un paese ricchissimo di risorse naturali; basti ricordare che fornisce il 40% dell’uranio mondiale. Io l’ho definito un supermercato dell’energia, perché è un grande produttore di idrocarburi, gas, petrolio.

L'Italia ne sa qualcosa: durante i viaggi che ho fatto c’era sempre personale dell’Eni che andava e tornava dal Kazakistan, perché lì l’Eni ha moltissimi interessi e diciamo che la politica estera ed energetica dell’Italia non può prescindere dagli interessi dell’Eni. Ma il paese è ricchissimo anche di altre materie prime, in particolare delle cosiddette terre rare, alla base dei semiconduttori, dei chip, ecc.

Essere in buoni rapporti col Kazakistan è quindi fondamentale. Peraltro, la dirigenza kazaka è perfettamente consapevole di questa situazione: ai kazaki è sempre piaciuto essere corteggiati sulla scena internazionale. Non a caso hanno adottato una politica estera multivettoriale; certo, legata alla Russia, ma libera di muoversi a 360 gradi, quindi avendo rapporti con la Cina, con l’Unione europea e gli Stati Uniti. Ovviamente il cordone ombelicale con Mosca è rimasto molto forte. Mosca non ha mai mancato di far sentire la propria voce, una voce spesso scomoda, soprattutto quando cercava di mettere in riga Nazarbayev, anche se Nursultan Nazarbayev, che è il padre fondatore della patria, viene direttamente dalla nomenclatura comunista dell’Unione sovietica. Tra l’altro Nazarbayev è stato uno dei leader più longevi al mondo, sicuramente il più longevo nell’area dell’Osce, perché era al potere dal giorno dell’indipendenza del Kazakistan, quindi dal 1991, fino al 2019, quando ha deciso spontaneamente di cedere la presidenza a quello che, fino a poco tempo fa, si pensava fosse un suo prestanome.

Nazarbayev, infatti, prima di lasciare la presidenza, si è creato una sorta di centro di potere alternativo che gestiva gli interessi più delicati e opachi del paese, per cui sembrava avesse ancora in mano i fili dei burattini.

Se posso aprire una parentesi, sempre per inquadrare il paese, il Kazakistan ospita due tra le maggiori catastrofi ambientali provocate dall’uomo. A ovest abbiamo il prosciugamento del mare d’Aral, che ha sconvolto completamente la vita delle popolazioni residenti nella zona. Nella parte orientale del paese si trova invece la città di Semej, già Semipalatinsk, dove c’era il poligono nucleare dell’Unione sovietica, in cui sono stati fatti tutti i test atomici.

Dopo la fine dell’URSS, il Kazakistan, in nome del nuovo corso e dell’avvio di questa politica multivettoriale, ha spostato la capitale da Almaty, una città di più di un milione di abitanti, non particolarmente bella però vivace, dove c’erano tutte le ambasciate, ad Astana, una città inventata dal niente, una sorta di Disneyland, con tutti edifici nuovi, in marmo sfavillante, vetrate incredibili, torri e grattacieli futuristici. Ma il centro vitale, culturale, è rimasto Almaty. C’è sempre stato questo dualismo tra Almaty e Astana, che peraltro dal 2019 si chiama Nur-sultan in omaggio a Nazarbayev.

Ai tempi in cui ancora si chiamava Astana, ricordo di aver visto cose incredibili: proponendosi come la vetrina, il biglietto da visita del Kazakistan, voleva colpire il visitatore fin dal principio, per cui era pieno di edifici in stile neoclassico, in marmo portato dall’Italia; addirittura mi hanno accompagnato in un grande centro commerciale dove all’ultimo piano era stata ricostruita una spiaggia caraibica, con la sabbia, una laguna, una temperatura di 30 gradi e punti luminosi che richiamavano il sole caraibico... tanto per dare un’idea del lusso in cui galleggiava questo paese.

Una cleptocrazia

Un panorama della capitale Astana.

Il Kazakistan, con i proventi petroliferi, dell’uranio, ecc., galleggiava su un mare di dollari. Dove sono andati a finire questi petrodollari?

Il termine che calza a pennello, per questa come per altre repubbliche dell’Asia centrale, è “cleptocrazia”. Il Kazakistan è una cleptocrazia nel senso che l’élite al potere ha arraffato tutto quello che poteva. Non a caso alcuni dei familiari di Nazarbayev compaiono nei famosi Panama Papers e in altri leaks pubblicati dal consorzio dei giornalisti investigativi. In questa area esiste una cultura fondata su una sorta di “diritto di bottino”, per cui chi vince le elezioni (che molto spesso sono elezioni farsa) ha il diritto di accaparrarsi il bottino del paese. Il clan che vince spartisce le ricchezze tra i suoi, lasciando gli altri alla fame. Ora, dalle notizie che arrivano, non è chiaro se effettivamente il clan di Nazarbayev sia stato emarginato. Pare che Nazarbayev sia stato destituito da Tokayev dall’incarico di presidente del consiglio di sicurezza nazionale. Alcuni dicono che sia già espatriato...

Nazarbayev era in buoni rapporti con Mosca, anche se ultimamente c’erano state frizioni sia per le sue linee di politica estera, sia per il trattamento della minoranza russa. Il Kazakistan ha infatti emanato delle leggi per adottare l’alfabeto latino anziché quello cirillico, sancendo il kazako (una lingua turchica) come lingua ufficiale, il che ha disturbato notevolmente Putin, assieme a questa scelta di instaurare un rapporto privilegiato con l’Unione europea.

Esistono tre paesi a cavallo fra Asia ed Europa: la Turchia, la Russia, e poi il Kazakistan che – pochi lo sanno - vanta una parte di territorio al di qua degli Urali. In nome di questa posizione, quando l’Unione europea ha lanciato la politica di vicinato con i paesi dell’altra sponda del Mediterraneo e con le ex repubbliche sovietiche europee che fanno da cuscinetto tra federazione russa e Unione europea, anche il Kazakistan ha cercato di intrufolarsi. Alla fine questi tentativi sono stati respinti perché era una forzatura un po’ eccessiva. Però ci hanno provato. D’altra parte per noi il rapporto col Kazakistan è indispensabile, anche se non dobbiamo dimenticare che le forniture di petrolio e gas passano comunque attraverso gasdotti e oleodotti controllati da Mosca.

La rivolta

Il Kazakistan è un paese socialmente devastato: come spiegavo prima, l’élite al potere è piena di soldi ma la popolazione fa fatica a sbarcare il lunario, quindi è ovvio che siano scoppiate delle tensioni sociali molto forti, sfociate in gennaio in una rivolta popolare contro il governo a causa della crisi economica-finanziaria del paese, degli aumenti dei prezzi delle materie prime e del costo della vita.

In Asia centrale, fino a pochi anni fa, c’erano due dittature sanguinarie, il Turkmenistan e l’Uzbekistan di Karimov; una terza dittatura, il Tagikistan, e poi il Kirghizistan, la repubblica direi più aperta, più mobile, dove già nel 2005 c’è stata la famosa rivoluzione dei tulipani (una delle rivoluzioni colorate temute da Putin e considerate una macchinazione dell’Occidente); e infine il Kazakistan, dove Nazarbayev aveva lasciato qualche margine d’azione alla società civile: esistevano ad esempio delle Ong che, pur in libertà vigilata, potevano portare avanti anche dei programmi finanziati dall’Ue.

Questo per dire che da parte dell’Europa c’era un atteggiamento benevolo nei confronti del Kazakistan, anche perché era indispensabile dal punto di vista energetico; ma comunque la repressione non era dura come altrove, anche se poi in parlamento i rappresentanti dell’opposizione non erano mai più di uno o al massimo due. Il maggior dissidente era, Mukhtar Ablyazov, che noi conosciamo bene perché era il marito della Shalabayeva, la cui espulsione dall'Italia ci fece apparire come una repubblica delle banane.

Ora leggo che sarebbero arrivati migliaia di agenti infiltrati dall’esterno, tagiki, uzbeki o altro, legati al terrorismo islamico o ad altri servizi segreti, impegnati a fomentare i moti di protesta. Io non penso che i servizi occidentali abbiano giocato un ruolo in queste ultime vicende. Non era nel loro interesse, tanto più che da tempo abbiamo dato per scontato che il Kazakistan sia legato allo spazio dell’ex URSS, quello che Putin sta cercando di ricompattare sia come alleanza militare (il contingente di 2.500 soldati mandati a mantenere l’ordine dopo gli scontri è formato da 5-6 repubbliche dell’ex URSS), sia dal punto di vista economico attraverso la cosiddetta Unione economica euroasiatica.

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Paolo Bergamaschi ha lavorato per 24 anni come consigliere politico presso la Commissione Esteri del Parlamento europeo. Collabora con riviste, siti web e quotidiani con reportage e analisi su questioni europee e avvenimenti internazionali.

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