L’Italia che non ci sta
Cronaca e foto della manifestazione sindacale di Roma contro la Finanziaria di Tremonti: la parte di Italia che si è impoverita, e guarda con apprensione al futuro.
Nella notte di venerdì 5 dicembre, tra le dieci e le undici, partono i pullman e il treno speciale a portare i lavoratori trentini alla manifestazione sindacale di Roma contro la finanziaria di Tremonti. Una sfacchinata: la notte pressoché insonne, l’arrivo prima dell’alba, la giornata in corteo, poi ancora il viaggio di ritorno, fino a mezzanotte. Ma il programma non sembra pesare sui 500 della Cgil trentina con cui salgo sul treno: l’impegno civile che muove queste persone non prevede lamentazioni; neanche per quelli cui toccano degli scompartimenti gelidi, perché "un disguido tecnico" ha tolto il riscaldamento. E’ giusto, è bene andare, per l’oggi e per il futuro. Anzi, già che ci siamo, facciamolo in allegria.
A stupire non è il numero dei manifestanti, per quanto superiore alle attese ("i vertici sono rimasti spiazzati, non si aspettavano tanta gente" ridacchia un sindacalista della Uil). E una tale folla - che siano il milione, o il milione e mezzo, o anche i "soli" cinquecentomila della Questura – proveniente dai quattro angoli della penisola, fa sempre impressione.
E la dignità è il concetto chiave. Lo vedi nel signore che inalbera il cartello "Come si può vivere con 420 euro al mese?". O in quello che orna il copricapo con la scritta "Il carovita mi ha dimezzato la pensione". Lo capisci dalle espressioni intense, dure con cui questa gente segue i discorsi dei capi. Lo senti nel fremito di indignazione che sale quando si ricorda Bossi che chiama Bingo Bongo gli extracomunitari. E’ una parte di società che si è già impoverita, e che guarda con apprensione al futuro.
Il Trentino, per ora, è un’isola.
I discorsi dei "leader" non sono all’altezza. Pesano le divisioni: un anno e mezzo fa, al Circo Massimo (Roma: le emozioni e le ragioni), la sola Cgil di Cofferati aveva portato il doppio di persone in difesa dell’articolo 18, nel grande, disperato eppur vittorioso sforzo di contrastare un centro-destra allora invincibile, che aveva ridotto la maggior organizzazione sindacale nell’isolamento, con Cisl e Uil a sottoscrivere il Patto per l’Italia. Oggi Berlusconi è molto meno credibile, il Patto per l’Italia è risultato una bufala, Cisl e Uil sono tornate a Canossa: sotto la spinta delle cose, e di quelle persone che lì, in piazza, in vigile silenzio aspettano. Anche i sindacalisti di base sono duri, "Diciamolo, quelli di Milano (che hanno bloccato la città scioperando fuori dalle regole, n.d.r.) hanno ragione" sibilano.
E ancora il pessimo Angeletti della Uil che, quando è l’insieme della politica economica di Tremonti a rovinare il sistema-paese, ripropone invece col pilota automatico le più obsolete contrapposizioni padroni/lavoratori. E infine Epifani, segretario della Cgil, che fa un discorso finalmente complessivo, che abbraccia l’insieme dei problemi in un’ottica generale; ma alla guerra non osa nemmeno accennare, ancora per timore di rompere un’unità troppo fragile.
"Di oggi, non potranno non tenere conto" si dice mentre si sfolla. Le cronache dei giorni seguenti ci diranno che la giornata, oltre che intensa, è stata anche utile.