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QT n. 12, dicembre 2022 Servizi

L’obiezione di coscienza compie 50 anni

Mai come oggi è necessario agire sui temi della guerra e della pace

L’invasione dell’Ucraina e la conseguente guerra sanguinosa, dalle immediate conseguenze economiche per noi tutti, e dalla latente pericolosità mondiale, ha generato posizioni molto diversificate e dibattiti accesi. Questotrentino non intende sottrarsi. Abbiamo già registrato una diversità di posizioni della maggioranza della redazione con il collaboratore prof. Carlo Saccone sulla figura di Alexander Dugin, filosofo russo per un certo periodo ritenuto l’ideologo di Putin; ora ampliamo il dibattito: in questo numero, sul tema pace, interviene Luigi Casanova, da sempre uno dei riferimenti del pacifismo trentino; altri interventi, da punti di vista diversi, seguiranno.

Il 15 dicembre saranno trascorsi 50 anni dall’approvazione della legge sull’obbiezione di coscienza al servizio militare, allora obbligatorio. Oggi il servizio militare e quello civile sono facoltativi e aperti alla partecipazione femminile; il servizio alternativo da nazionale è diventato universale e aperto agli stranieri, si può sostenere anche all’estero. Tutti questi passaggi sono stati frutto di lotte intense e di sofferenza. Il diritto all’obbiezione è stato una conquista di resistenza di tanti cittadini che avevano sopportato la carcerazione, i processi militari, lunghi digiuni. Di questa storia rimossa si discuterà a Roma in un convegno nazionale che si terrà dal 14 al 15 dicembre. Si è trattato di una conquista significativa perché ha permesso un salto di qualità alla democrazia italiana, afferma Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento. Infatti il servizio civile oggi è una forma costituzionale della “difesa della patria”.

Chi sono stati i pionieri di questo percorso progressista? Aldo Capitini, Pietro Pinna, Claudio Baglietto e Silvano Balboni, da noi l’avvocato Sandro Canestrini, strenuo difensore degli obbiettori che venivano sbattuti nelle celle delle carceri di Peschiera, Gaeta, Forte Boccea, e poi Marco Pannella.

Il fondamento dell’obbiezione per Aldo Capitini consisteva in poche frasi: “Due ragioni, il primo tipo è di non riconoscere, nemmeno allo Stato, il diritto di costringere un uomo ad agire contro la propria coscienza. il secondo tipo è di porre come superiore al potere dello Stato il rapporto amorevole con tutti gli esseri umani, nessuno escluso”.

È stato grazie a quelle lotte, all’impegno di migliaia di cittadini facenti riferimento a diverse aree culturali, cattolica, laica, radicale, che oggi l’obbiezione di coscienza è un servizio civile, un’assistenza che ha scoperto un nuovo modo di servire la patria.

Il contesto internazionale oggi è solo superficialmente diverso da quello degli anni ’60-‘70. Certo, è superata la guerra fredda, ma papa Francesco ci ricorda settimanalmente che è in corso la terza guerra mondiale.

Nessuna esagerazione: sul pianeta sono attivi oltre 50 fronti di guerra. L’Europa stessa ne è coinvolta e non solo nell’angosciante invasione della Russia contro l’Ucraina. Una guerra che da sola ci presenta un conto di vittime che supera le centomila persone per parte, oltre 5 milioni di profughi, la distruzione materiale quasi totale della regione sud-orientale dell’Ucraina.

Emerge anche un dato culturale e politico. Questa guerra ha cancellato dal dibattito pubblico la critica alla guerra come atto di soluzione dei conflitti e ha cancellato la critica alle armi. Solo accennare a un’analisi del conflitto appena articolata ti getta sulle spalle il discredito, diventi filoputiniano. Già Eschilo aveva sottolineato come “la prima vittima di ogni guerra è la verità”. Così è oggi.

Non tutto è semplice e lineare nella guerra della Russia contro l’Ucraina. Il movimento degli obbiettori e della pace, nonostante mille difficoltà che si possono solo intuire, è attivo sia in Russia che in Ucraina. Ma le informazioni le si trova solo su due quotidiani, l’Avvenire e a volte il Manifesto, o su specifici social. Ai pacifisti ucraini come Yurii Sheliazhenko viene chiesto giornalmente come si possa rimanere pacifisti in tempo di guerra (una domanda che la sinistra italiana nemmeno si pone più). La risposta non appartiene alla cultura razionale e opportunistica della sinistra e della politica tutta: “Il rifiuto di uccidere è un imperativo morale”.

Va sottolineato che l’obbiezione di coscienza era permessa nella prima stagione del comunismo, con Lenin. Alla sua morte sono quasi subito seguite dure repressioni. Anche in Ucraina, fin dal 1991, è in vigore una legge che istituisce il servizio civile alternativo a quello militare. Con lo scoppio della guerra (2014) l’obbiezione è rimasta possibile, ma è stata cancellata con la legge marziale imposta nel febbraio 2022, ben prima dell’invasione russa. Ad oggi sul terreno di guerra sono documentati 235 casi di resistenza non-violenta, quindi di azione diretta contro l’invasione russa.

Poca cosa? Per comprendere cosa significhi una simile scelta bisogna vivere in Ucraina, da prima della guerra, ascoltando chi è stato privato del diritto di parola grazie ai silenzi delle democrazie occidentali. In Italia sono già stati 34 i viaggi della speranza intrapresi dai nostri militanti pacifisti e il cantiere di lavoro è aperto ogni giorno. Non è vero che non esista risposta alternativa alla guerra.

Mentre dai sondaggi più accreditati si rileva che oltre il 50% della popolazione italiana è contraria all’invio di armi all’Ucraina (la risposta del mondo politico è banale: “Si tratta di visione egoistica”), nel nostro Parlamento una critica severa coinvolge meno del 2% dei parlamentari, più un’area, quella rappresentata dai 5 Stelle, che almeno sul tema sollecita un confronto politico in Parlamento. Clamoroso è dunque il distacco fra il paese reale e quello rappresentato nelle istituzioni, un dato che non va sottovalutato. Un distacco drastico fra il sentire comune e chi è chiamato a rappresentarci, tutti. Eppure i motivi per sostenere ancora il valore forte dell’obbiezione di coscienza nella sue diverse forme sono ancora drammaticamente attuali.

Trento, 1982: manifestazione pacifista contro l’installazione dei cosiddetti euromissili alla base USA di Comiso (1 di 2)

Siamo governati da una destra che sta imponendo la sua cultura, ben lontana dai valori della solidarietà. Sul tema della guerra destre e Pd sono acriticamente disponibili all’aumento consistente delle spese militari e non sostengono iniziative per l’apertura di una trattativa: ambedue gli schieramenti ci stanno privando di analisi rimanendo supini alle politiche sempre più aggressive della NATO (non dell’ONU, organismo drammaticamente cancellato da ogni agenda politica).

Anche il giornalismo, senza nulla togliere al merito di poche testate già citate e al Fatto Quotidiano, ha cancellato il confronto sulla complessità, le ragioni della guerra in atto contro l’Ucraina, impedendo così ai cittadini approfondimenti e valutazioni su perché e come siamo arrivati a subire e accettare una guerra tanto feroce.

Guardandoci attorno, da tempo troppo lungo il Mediterraneo si sta trasformando in un diffuso sepolcro di disperati, un cimitero che raccoglie sofferenze, fame, persone alla ricerca di uno spiraglio di speranza e dignità: questo è accaduto e continua ad accadere anche perché l’Europa non sostiene politiche solidaristiche. Anzi, negli ultimi anni si è consolidata l’Europa dei muri: in Ungheria come in Polonia e in Austria, come del resto a Ventimiglia verso la Francia. ? l’Europa delle destre al governo, dalla Svezia fino all’Ungheria, dalla Slovacchia alla Polonia, che impone la legge del più forte, degli interessi economici a scapito dei diritti umani.

Il pacifismo dimenticato

Ancora oggi, come era 50 anni fa, la cultura militarista, in presenza di un quadro politico inadeguato, si impone nella nostra società e si vede in continuazione quanto sia pervasiva la presenza militare, nella Protezione Civile come nella gestione della pandemia, nella militarizzazione di troppi corpi di polizia, Carabinieri e Forestali. Lo si legge nel voto che ha portato anche l’Italia ad accettare l’imposizione della NATO e dell’Unione Europea all’aumento delle spese militari fino e oltre il 2% del PIL.

Lo si legge nel popolo dell’alta cultura. Anche nella nostra piccola Provincia: uno storico mensile trentino, UCT, lo scorso anno ha dedicato un numero monografico alla cultura della pace, puntando però l'attenzione esclusivamente alle istituzioni: una lettura sostenuta in modo miope anche da quanti dirigono o nel passato hanno diretto il Forum per la pace, impedendo così al lettore più giovane di comprendere perché le istituzioni erano state portate a dichiarare oltre 40 comuni denuclearizzati, a varare una specifica legge sulla pace, un numero che ha cancellato la vitalità della società civile trentina degli anni ’80 e ’90.

A livello nazionale nessuno ricorda più le grandi manifestazioni per la pace, l’oceanico raduno di Roma del 2003 con oltre 3 milioni di presenze, i tanti comitati disarmisti e non violenti, i soldati democratici attivi nelle caserme, la lotta contro la base americana di Comiso. Lo si constata nelle insistenti invocazioni al ripristino del servizio militare obbligatorio, inteso dalle nostre destre come scuola di vita, formatore di uomini veri (e anche di donne, oggi), specialmente cittadini pronti a obbedire ciecamente in vista della vita lavorativa che li attende.

Lo si legge drammaticamente nel possibile ritorno all’uso della bomba atomica, fino ad oggi usata contro la popolazione solo dagli Stati Uniti.

Lo si osserva nella crisi climatica, frutto di una politica consumistica che ha radici profonde in una società militarizzata e addomesticata. A 50 anni di distanza è evidente come in tutti i campi della vita e della politica, nelle comunità piccole e grandi, l’istituto dell’obbiezione di coscienza sia più che mai attuale, ovviamente gestito e articolato con il sentire e le emergenze di oggi.

Trento, 1982: manifestazione pacifista contro l’installazione dei cosiddetti euromissili alla base USA di Comiso (2 di 2)

Il movimento per la pace degli anni ’70-’90 del secolo scorso era sostenuto culturalmente da un diffuso fronte intellettuale e artistico, dalla capacità di tanti settori della sinistra, del mondo laico e cattolico di dialogare e così approfondire la complessità della politica estera. Vanno ricordati i tanti i convegni della rivista fiorentina Testimonianze, sostenuta nell’azione dall’attivismo di padre Ernesto Balducci. Questi convegni avevano uno slogan che li accomunava: “Se vuoi la pace prepara la pace” ed erano nutrimento e stimolo di azione per personalità come Berlinguer, Ingrao, Pertini, Willi Brandt, Olof Palme.

Bene, oggi, in qualunque tragico modo finisca la guerra in Ucraina o come si svilupperà e accrescerà la crisi delle migrazioni, c’è bisogno di alimentare un humus culturale che riprenda quelle sensibilità e quel coraggio civile e ci porti, come cittadini protagonisti, ad imporre alla politica la preparazione dei futuri urgenti scenari di pace.

Guardando lontano, la pace la si prepara, non la si improvvisa durante una guerra. Questo agire su tempi lunghi è compito della politica nobile, è compito di noi cittadini, è un dovere della sinistra; oggi è decisivo ritornare a dare priorità ai valori dell’obbiezione di coscienza all’affermarsi della cultura militarista.

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