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QT n. 17, 12 ottobre 2002 Servizi

“Mani pulite”: il libro che non dovrebbe esistere

La presentazione a Trento del libro di Travaglio, Barbacetto e Gomez.

Auditorium, Aula Magna. Entriamo, con mezzora d’anticipo, nella sala quasi vuota. Poco dopo è già gremita: adulti soprattutto, com’era logico pensare, ma anche liceali. Non c’è un solo posto a sedere, e in piedi si sta stretti. Finalmente Roberto Scarpinato, Procuratore aggiunto di Palermo, prende la parola, poi Marco Travaglio, Gianni Barbacetto e Peter Gomez presentano il loro libro "Mani pulite. La vera storia". L’ironia degli interventi si fa sempre meno velata e il pubblico risponde con vigorosi applausi almeno ogni cinque minuti. Un successone, roba da far tremare le vene a chi viene anche solo nominato nelle pagine del libro.

Marco Travaglio.

Oppure no? Proviamo a riflettere su una dichiarazione dello stesso Scarpinato, più volte ripresa dagli autori: "In un Paese il cui sistema democratico funziona, un libro come questo non sarebbe necessario, non dovrebbe esistere". Che significa? Tante cose. Ad esempio, che l’adesione dei trentini è stata notevole, ma non così ampia come sembra. Lo svolgersi della serata suggerisce che all’Auditorium ci fosse solo chi era almeno in parte (se non del tutto) convinto della veridicità e della buona fede di ciò che avrebbe ascoltato. I detrattori o non c’erano o se ne sono stati zitti. Noi, purtroppo, propendiamo per la prima ipotesi. Diciamo "purtroppo" per due motivi, uno di carattere generale, l’altro più specifico. Anzitutto, in una democrazia moderna che si rispetti, il discorso politico si basa sul confronto, è uno scambio dialettico fra le parti. Se una è assente, il dialogo si chiude in un monologo, un modo come un altro per ripetere a se stessi verità magari sacrosante, ma che restano confinate nel "quartiere".

Ciò sarebbe grave di per sé, perché non consente a forze politiche e Magistratura di comunicare. Ma il secondo punto, meno ideologico e più contingente, è anche peggio. In Francia o negli Stati Uniti la giustizia fa il suo corso intervenendo pesantemente nelle vicende politico-economiche del Paese. E ciò accade da almeno un secolo e mezzo. Scossone dopo scossone, sono cadute teste di parlamentari, imprenditori e via dicendo. Nessuno, in Francia o in USA si è mai scandalizzato se un magistrato compie il suo dovere, semmai si scandalizza per la corruzione dilagante. Qui da noi pare che i ruoli siano ribaltati. Non dal ’92, si badi, ma già nel neonato Regno d’Italia, come Scarpinato ha ribadito nella sua presentazione.

Il pool di Mani Pulite è stato l’unico ad avere il coltello dalla parte del manico nei confronti dei politici, e l’ha tenuto poco. Dopo due anni si è ritrovato a difendere se stesso dall’accusa di "illegittimo sospetto" e simili. Dunque è vero: un libro come quello di Travaglio dovremmo proprio augurarci che fosse superfluo, persino anacronistico. Sarebbe una garanzia che l’apparato immunitario del sistema funziona, che il suo antivirus non è a sua volta debellato da un organismo che tiene più alla malattia che alla salute. Ma così, ci dicono, non è. E lo dimostrerebbero gli "avvisi di comparizione" divenuti miracolosamente "avvisi di garanzia" secondo chi li ha ricevuti, le "conferenze Onu" convertite in "G8", i suicidi eccellenti (Gardini in primis) da imputare a Mani Pulite anche se dovuti ad altre indagini, e così via…

Fatto sta che, di là dalla tesi del libro e dalle nostre convinzioni in merito, è evidente che o il pool o chi indaga sul pool ha una gran faccia tosta: mente sapendo di mentire. Peccato che il confronto si riduca a un compiaciuto e vittimistico battibecco fra persecutori e perseguitati. L’impressione è che il sistema politico-giudiziario nostrano abbia le fattezze d’un serpente che si morde la coda, incapace di mozzare le sue teste laddove è necessario. Dallo scandalo della Banca Romana (tutti assolti) a Tangentopoli, non siamo quasi mai stati all’altezza del nostro essere "democratici".

Ecco perché stendere un bilancio non è facile. Quello di Travaglio è un libro coraggioso (o fazioso, secondo i punti di vista), la cui documentazione aggiunge elementi importanti alla storia d’Italia, e molto meno, temiamo, al dibattito politico e all’impegno civile di noi italiani. Non per sua colpa, ma proprio perché sembriamo poco interessati a uno scontro vero, costruttivo, e ben di più allo sfotterci, al piangerci addosso, la Sinistra nella sua tana e la Destra nella propria.

Ben vengano i libri come questo, che riflettono sugli atti giudiziari divenendo manuali di storia; ci auguriamo, però, che Travaglio e i suoi colleghi non ne debbano scrivere altri e presentarli, come lo scorso 4 ottobre, per spiegare a noi cose che già dovremmo sapere dai taciturni mezzi d’informazione. Cose che, nella migliore delle ipotesi, non dovrebbero nemmeno accadere. Con tali premesse, non lamentiamoci se il nostro Paese diverrà (o sta già diventando) peronista. Continuando ad arroccarci sulle nostre posizioni, a rifiutare un dibattito che sia davvero tale, l’Argentina non è poi così lontana. Nel dubbio, come ha chiuso Barbacetto, "prenderemo anche noi lezioni di tango".