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QT n. 5, maggio 2021 Servizi

Elettrodotto, una decisione poco partecipata

I pro e in contro dell’interramento, richiesto da molte parti

Alessandro Dal Rì

È cominciato nel 2001 l’iter che ci ha portati qui, di fronte al progetto definitivo del nuovo elettrodotto in Marzola. Dopo una serie di passaggi, incastonati l’uno nell’altro, tra valutazioni di impatto ambientale (VIA) e richieste di pareri, firme di protocolli con il coinvolgimento di Provincia e Comune, e passaggi al Ministero dell’Ambiente.

La lentezza nel procedere ha contribuito a fare in modo che per la popolazione residente il progetto sia rimasto sotto traccia, e che quindi gli aspetti tecnici sulla questione non siano stati approfonditi a dovere e a tempo debito. Questo, oltre alla forte sensazione che si potesse fare molto di più, il vero grande punto debole di tutta questa vicenda. Ma andiamo per gradi.

Partiamo da un presupposto: l’opera, così come è progettata oggi, non sarebbe una tragedia. È vero, per una questione di sicurezza in prossimità dei nuovi tralicci si renderebbe necessario il disbosco. Eppure l’impatto non sarebbe così negativo, come hanno spiegato alcuni naturalisti del Muse in un incontro organizzato in collina est: le nuove aree di “non bosco” che verrebbero a crearsi sarebbero addirittura ben viste in virtù di una maggiore biodiversità, alla luce della forte espansione delle aree boschive in Trentino a scapito delle aree pianeggianti. Per gli uccelli sarebbero dispiegabili una serie di accorgimenti per evitare che i tralicci finiscano per essere fonte di pericolo, ma resta invece il grave rischio di impatto contro i cavi, con esiti quasi sempre letali.

Dal punto di vista dei rischi per la salute delle persone e per l’ambiente dovuti ai campi elettromagnetici (rischio comunque classificato come “possibilmente cancerogeno per l’uomo” dall’OMS, per cui non vi è una correlazione statistica dimostrata ed è ancora oggetto di studio) dati alla mano si può dire che il traliccio, nei suoi dintorni, abbia un effetto minore rispetto al cavo interrato.

Resta l’aspetto paesaggistico, che nel 2021, in una città come Trento, non può passare in secondo piano: avere 29 piloni che attraversano la nostra bella Marzola - e che dovremo tenerci per molto tempo - non può essere la scelta normale.

Come accennato in apertura, l’iter di approvazione del progetto è stato lungo, e il suo tragitto ha fatto tappa ovviamente in Provincia, ma anche in Comune di Trento e nelle Circoscrizioni interessate dall’opera. Tutto bene quindi?

Non esattamente. Perché è vero che i passaggi formali ci sono stati, ma è vero anche che le indicazioni date da chi amministrava Trento in quei frangenti sono state in grandissima parte ignorate. Infatti delle sei richieste che il Comune di Trento aveva avanzato in occasione del suo parere positivo rispetto al progetto di nuovo elettrodotto, soltanto una è stata accolta: l’interramento della parte che passerà vicino al Dos San Rocco. Dalle circoscrizioni, invece, in particolare da Villazzano, è sempre stato dato parere negativo, con annessa la richiesta di interrare la linea. Sicuramente il fatto che il Comune di Trento abbia, nel 2015, votato a favore della linea aerea seppur con delle osservazioni, è stato elemento decisivo perché l’iter arrivasse fino a qui. Il fatto poi che il Comune, in quel passaggio, abbia agito in modo difforme rispetto agli organi periferici, non è certo stato un elemento di forza in vista di una revisione del progetto.

Di fronte a questa “partecipazione” e a questo “ascolto” soltanto formali, viene forte una tentazione: quella di provare a mettersi di traverso, puntando sull’interramento completo della linea a tutela del paesaggio. Le valutazioni in questo senso, però, non sono del tutto scontate. Anzitutto perché il nuovo elettrodotto porterebbe all’eliminazione di chilometri di altre linee elettriche, alcune già esistenti sulla Marzola, altre di passaggio in città di Trento in aree densamente popolate.

La nuova linea, inoltre, sarebbe fortemente più efficiente rispetto a quelle già esistenti e questo produrrebbe un risparmio annuale sulle emissioni di CO2 in atmosfera. Questi due fattori acquisiscono importanza se messe in relazione ad un dato: le tempistiche. Perché se rigettare l’opera e ripartire con la programmazione significasse dover aspettare altri vent’anni, quei residenti che vivono in prossimità delle linee elettriche e che hanno organizzato, nei decenni, molte raccolte firme per chiederne lo spostamento, così come tutta l’anidride carbonica in più che andremmo a rilasciare inutilmente in atmosfera, probabilmente non giustificherebbero lo stop.

Impuntarsi, in quel caso, ci farebbe rischiare di essere quelli del “meglio nemico del bene”. D’altra parte, se una revisione del progetto potesse seguire un iter più rapido, avrebbe sicuramente senso riprendere in mano la questione: un elettrodotto tradizionale ha una vita media di quasi un secolo. Il che significa che se ne riparlerebbe dopo il 2100. Abbiamo il dovere, anche nei confronti delle prossime generazioni, di valutare bene.

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