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Un popolo dimenticato

I diritti - riconosciuti ma non rispettati - del popolo Sahrawi.

Fra i tanti popoli dimenticati, che Franz Fanon chiamava "i dannati della terra", va ricordato quello Sahrawi che vive nella parte meridionale dell’Algeria in un territorio grande come l’Italia, ricco di fosfati e con un mare pescoso. Al termine di una guerra dura e sanguinosa, il Fronte Polisario (che è l’organismo politico e militare del popolo Sahrawi) costrinse il Marocco nel 1988 a firmare un trattato di pace che prevedeva tra l’altro il referendum per l’autodeterminazione, cioè per l’indipendenza dello Stato Sahrawi.

Due giovani sahrawi in un campo profughi.

Nel 1991 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvò il referendum garantendone lo svolgimento, che però non è mai avvenuto. Il Marocco lo ha sabotato in ogni maniera e il boicottaggio continua. I Sahrawi intanto hanno organizzato il loro Stato, che si chiama RASD: Repubblica Araba Sahrawi Democratica, riconosciuta da 80 paesi e facente parte della Organizzazione dell’Unità Africana. La sua capitale provvisoria è Tindouf. Il presidente della Repubblica Sahrawi recentemente ha raccontato a una missione italiana, di cui faceva parte Tom Benetollo dell’ARCI, le sofferenze della sua gente, che vive da decenni in condizioni disumane. E ha aggiunto: "Abbiamo ottenuto il riconoscimento che volevamo... E’ tempo di andare ai referendum. Non accetteremo rinvii... Non si può andare avanti così. Se non ci sarà un chiaro impegno, non escludiamo neppure la ripresa della lotta armata".

La situazione è singolare perché mostra intrecciati il diritto e il suo rovescio. Il presidente Sahrawi Abdel Aziz chiede un chiaro impegno: ma questo c’è già. C’è la firma del re del Marocco in calce al trattato di pace, e c’è la risoluzione dell’ONU. Sono passati 9 anni (la consultazione elettorale era prevista nel 1991), ma il referendum deve ancora svolgersi. A Timor invece, i cui fatti risalgono all’anno scorso, il referendum si è già svolto e l’ONU è intervenuta per farne rispettare il risultato. Il diritto e il suo rovescio, appunto!

Nel territorio Sahrawi invece del referendum c’è il "Muro". Il Marocco non si è limitato a sabotare il referendum, violando il trattato di pace e la risoluzione dell’ONU, ma ha costruito una fortificazione militare alta 6 metri e lunga 2500 chilometri, piena di radar e con un fortino ogni 300 metri. Si chiama il "Muro", come quello di Berlino, la cui sola manutenzione costa 1000 miliardi l’anno. Il "Muro" è stato costruito non solo per evidenti scopi militari, ma per dare un segnale politico. Il Marocco non vuole il referendum che sancirebbe l’indipendenza dello Stato Sahrawi, ma preferisce la così detta "larga autonomia" di tutto il Sahara occidentale sotto la sovranità marocchina. Il Marocco intende stracciare gli accordi e la risoluzione ONU, e far tornare indietro la storia.

Questa eventualità è fermamente respinta dalla Repubblica Sahrawi, dal presidente Abdel Aziz fino all’ultimo pastore. Inoltre l’Algeria, che è alleata del Fronte Polisario, cioè dello Stato Sahrawi, non ha interesse ad accettare un simile passo indietro, che equivarrebbe a una sconfitta politica e diplomatica dopo una vittoria militare conquistata sul campo. Che fare?

L'esperienza insegna che anche la più nobile delle cause non può sostenersi e vincere sui soli sentimenti, per quanto nobili. Bisogna che gli ideali si innervino negli interessi della politica. Si può immaginare allora un "do ut des" che giovi concretamente alla causa Sahrawi. Il Marocco guarda all’Unione Europea come a un traguardo desiderato, che però non potrà raggiungere con la ferita aperta della questione Sahrawi. L’Italia potrebbe sponsorizzare il Marocco in cambio del referendum. In questo mese di aprile il re del Marocco sarà in visita in Italia. Quale migliore occasione per insistere per lo svolgimento del referendum, per il rispetto della legalità internazionale, in nome dell’ONU?

Il diritto non deve valere solo in alcune regioni del mondo e in altre no. Perché per Timor sì e per il popolo Sahrawi no? Khofi Annan, segretario generale dell’ONU, ha lanciato un suggerimento: il popolo di Timor ha avuto la fortuna di trovare uno sponsor potente, l’Australia. Forse l’Italia potrebbe fare per la Repubblica Sahrawi la parte dell’Australia. Perché no? Diventerebbe un titolo d’onore per la nostra politica estera. Alla nobiltà della causa si sposerebbero i concreti interessi economici dell’Italia, che da una maggiore intesa con l’area magrebina e sahariana (Algeria, Marocco e Repubblica Sahrawi) vedrebbe incrementarsi i traffici commerciali e un migliore approvigionamento di materie prime.

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