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QT n. 9, settembre 2020 Servizi

Porta Pia, l’occasione sprecata

La rottura del 1870 non è servita alla Chiesa per liberarsi da quella struttura statale – e quindi completamente mondana – che sembra il capovolgimento di ogni ideale evangelico.

Sono passati 150 anni dalla “breccia di porta Pia” che segnò il tramonto dello Stato della Chiesa e aprì la strada per fare di Roma la capitale del Regno d’Italia, finalmente unificato. Dopo il 20 settembre 1870 la reazione di Pio IX fu drastica: il pontefice si dichiarava prigioniero del Regno d’Italia, scomunicava i sovrani sabaudi e impediva ai fedeli di riconoscersi e di partecipare alla costruzione del nuovo Stato unitario. Le peggiori profezie si erano compiute: il modernismo, le idee liberali, le aspirazioni al progresso erano per davvero il nemico mortale, il coacervo delle peggiori eresie massoniche, già condannate senza appello con la pubblicazione del “Sillabo” allegato all’enciclica “Quanta cura” del 1864.

Il 20 settembre cambiò la storia del nostro Paese e del cattolicesimo in generale. Si concludeva il potere temporale della Chiesa.

Sarebbe stato per davvero così? In queste righe non voglio fare assolutamente ricostruzioni storiche (mi perdonino anzi gli storici se scriverò qualche imprecisione), ma riflettere dal punto di vista cattolico sui rapporti tra la Chiesa e lo Stato italiano, prima monarchico – liberale e fascista – quindi repubblicano/democratico. Viene anche da domandarsi che cosa significhino oggi quegli eventi di 150 anni fa, se la distrazione con cui vengono ricordati – o dimenticati del tutto – sia ascrivibile alla pandemia che sembra assorbire su di sé qualsiasi attenzione (o la tornata elettorale) oppure all’incapacità della nostra società di fare memoria, oppure ancora a una rimozione particolare di quella rottura che invece, a nostro avviso, andrebbe ripensata con grande acribia.

Come è noto nei decenni successivi al 1870 la Chiesa cercò di ritornare sui propri passi, alleggerendo via via l’arcigno giudizio sulla modernità e aprendosi allo status quo che non aveva la forza di modificare, nel tentativo intercettare le nuove tendenze culturali, sempre e comunque con grande circospezione.

Ormai però il treno della storia era passato e il solco con il mondo circostante continuò ad allargarsi. Per qualcuno l’avvento del regime fascista era l’occasione “provvidenziale” per il ritorno della Chiesa alla sua posizione di centralità e di controllo delle coscienze. Sicuramente il sistema autoritario e gerarchico di Mussolini corrispondeva meglio all’idea di società religiosa cattolica piuttosto che la democrazia scaturita dal pensiero illuminista, spesso anticlericale.

Con i Patti Lateranensi del 1929 nacque la Santa Sede e quindi alla Chiesa venne “restituito” un briciolo di territorio. Da allora il vescovo di Roma è ancora un “sovrano” che è al vertice della Santa Sede (che è distinta dallo Stato della Città del Vaticano, su cui ha la sovranità), una monarchia assoluta – si potrebbe aggiungere pure l’aggettivo teocratica – con inno nazionale, stemma, ambasciatori, sistema giudiziario, moneta, burocrazia, un seggio all’Onu, un piccolo esercito di guardie svizzere. Quest’ultime si ricordano soltanto per certi episodi di cronaca nera oppure per le sgargianti uniformi michelangiolesche: loro sono folklore, tutto il resto no.

La rottura del 1870 non è servita alla Chiesa per liberarsi da quella struttura statale – e quindi completamente mondana – che sembra essere il capovolgimento di ogni ideale evangelico. Dopo i Patti Lateranensi papi e teologi hanno giustificato la necessità di possedere un piccolo territorio come condizione indispensabile per esercitare liberamente la propria missione spirituale. Quindi viene da chiedersi se, per poter svolgere il proprio compito, la Chiesa cattolica deve per forza avere una piccola sovranità temporale. E le altre Chiese cristiane che non la posseggono sono forse meno libere?

In realtà questa complessa architettura istituzionale (con il paradosso di una Chiesa che, per essere autonoma dalle altre sovranità ne deve avere una propria) comporta continui compromessi e commistioni con i poteri costituiti, fonte di scandalo per non pochi cristiani. Sarebbe stato come se Pietro e Paolo avessero chiesto a Nerone qualche privilegio, qualche piccolo territorio da amministrare.

Da questo punto di vista la “breccia di Porta Pia” è stata un’occasione sprecata, un momento storico unico e forse irripetibile per liberarsi del fardello delle tentazioni diaboliche del potere e della ricchezza, e per ritornare almeno un poco al modello di Gesù di Nazareth, messia umile e povero, beffardamente riconosciuto come “re” nelle ore della passione.

Neppure il trauma della Seconda guerra mondiale, neppure il Concilio Vaticano II cambiarono questa impostazione, come dimostra l’articolo 7 della Costituzione in cui si mantiene sostanzialmente il Concordato del 1929. In questo modo il mondo ecclesiale credeva di mantenere la propria influenza sulle masse, mentre in realtà la mentalità e gli stili di vita della gente galoppavano in tutt’altra direzione. Già alla fine degli anni ‘50, infatti, don Lorenzo Milani parlava della più grande tragedia della Chiesa: “Esser liberi, avere in mano sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti, scuola e con tutta questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il bel frutto di essere derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti. Aver la chiesa vuota. Vedersela vuotare ogni giorno di più”. Avere in mano il potere, essere contigui ad esso, possedere le leve della politica e della cultura e, inesorabilmente, essere estranea dai bisogni dei poveri e dei deboli. Ma bisognerebbe allargare il discorso: essere sempre più lontana dalle persone comuni.

Pio IX

La Chiesa non ha fatto ancora i conti con quello che si chiama “potere temporale” non solo dei pontefici. Certo rimangono le parole di Giovanni Battista Montini che, ancora cardinale arcivescovo di Milano, aveva detto nel 1962 di non avere “alcun rimpianto, né alcuna nostalgia, né tantomeno alcuna segreta velleità rivendicativa” rispetto all’epoca del papa re, anzi di “ringraziare la Divina Provvidenza” per i frutti scaturiti dai fatti culminati nel 20 settembre 1870. Posizione ribadita da Papa nel 1970, quando Paolo VI disse che 100 anni prima era avvenuto “un fausto evento per la storia della Chiesa”. A queste parole si potrebbero contrapporre le celebrazioni di lutto che ogni anno vedono le varie sigle della destra cattolica più integralista esaltano l’eroismo delle truppe zuave che si sono sacrificate in difesa del vicario di Cristo contro l’aggressione di miscredenti e massoni.

11 febbraio 1929, la firma dei Patti Lateranensi.

Benché queste frange reazionarie non siano da sottovalutare (basti pensare alla santificazione del loro punto di riferimento, papa Pio IX), nessuno, neppure in Vaticano, sognerebbe la resurrezione di uno Stato – quello della Chiesa – simile in tutto e per tutto ai coevi Stati italiani, se non più corrotto, inefficiente e chiuso a qualsiasi innovazione (forse soltanto il Regno delle due Sicilie era più arretrato). Nessuno vorrebbe un papa che si mette la corazza e guida le truppe in qualche guerra per conquistare briciole di territorio, come accaduto molto spesso in età moderna.

Ma nessuno parla più del fatto che per la Chiesa sia necessario avere la sovranità su un piccolo territorio. Ripeto: sto parlando da una prospettiva cattolica.

Davvero l’odierna struttura istituzionale favorisce la libertà della Chiesa? Oppure costringe a comportarsi come qualsiasi staterello? Perché deve essere il Papa il sovrano della Santa Sede? Non potrebbe nominare un “primo ministro” laico? E ancora: deve essere un cardinale a guidare la politica estera vaticana? Non potrebbe essere un tecnico ad amministrare i beni dello Stato del Vaticano? Magari un giorno un papa dirà che i Patti Lateranensi sono stati una sciagura, che bisogna ritornare a prima del 1929. Anche se lo facesse nel centenario dell’accordo, cioè tra 9 anni, sarebbe però troppo tardi. Come si dice: è inutile chiudere il cancello quando i buoi sono scappati. E non torneranno facilmente indietro.

La Chiesa non si riformerà da sola, ci vogliono spinte esterne. Nel 1870 la storia aveva fornito un’occasione irripetibile. Quando ci sarà ancora la possibilità di rinunciare davvero al potere temporale?

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