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QT n. 2, febbraio 2019 Monitor: Cinema

“Van Gogh - sulla soglia dell’eternità” di Julian Schnabel

Lo sguardo del pittore, decisamente personale e originale

“Van Gogh - sulla soglia dell’eternità”

Di film su Van Gogh ne sono stati fatti una quantità, tra i quali forse il più conosciuto è “Brama di vivere” del 1956, diretto da Vincente Minnelli e interpretato da Kirk Douglas e Anthony Quinn. Se non ricordo male la rappresentazione del tormento e della follia dell’artista erano da parte di Douglas piuttosto muscolari e da Actor Studio, ma non indifferenti erano invece gli intenti di rendere onestamente le vicende, le ambientazioni effettuate nei luoghi realmente vissuti dall’artista e le opere, i cui colori si fondevano con quelli stessi della pellicola. Insomma: notevole, specialmente per un prodotto hollywoodiano dell’epoca. Successivamente una serie di altri lavori per la televisione di vari paesi europei hanno servito per lo più finalità didascaliche.

C’era quindi la necessità di un altro film? E vista la sempre crescente popolarità dell’artista olandese, l’operazione non suona un po’ furba e opportunista? Ovviamente tutto dipende da come si fanno le cose, e il taglio dato al racconto da parte del regista Julian Schnabel, che nasce come artista figurativo, è decisamente personale e originale.

Della vita di Van Gogh vengono ricostruiti cronologicamente frammenti degli ultimi tre anni di vita dal 1888 al 1890: dal primo soggiorno in Provenza alla morte. Ma le vicende sono per il regista solo un pretesto per immaginare e restituire lo sguardo dell’artista in soggettiva sulle persone, sugli ambienti, sui panorami che l’hanno circondato in quel periodo, con forse un po’ troppe sequenze di camera a mano. Alle immagini si unisce la voce fuori campo, voce interiore di Van Gogh. Insomma, Schnabel pare aver fatto il massimo sforzo di immedesimazione per poterci rendere la sensibilità dell’artista olandese, ma altrettanto per mettere in evidenza l’idiosincrasia tra l’artista e il suo tempo.

Non vengono per questo negati la tensione, la follia, l’alcolismo, la violenza, ma sono resi attraverso la fragilità della persona, l’inabilità di stare al mondo di un artista ipersensibile e disadattato, vittima di un mondo che non lo capisce e accetta. Da qui le nevrosi, che solo il dipingere sembra quietare, in una spirale di desiderio di normalità e crisi che si avvolge su se stessa.

Quello che più sembra interessare al regista è comunque l’innocenza dello sguardo, la curiosità, la ricerca della luce e delle emozioni, la visione e considerazione pittorica di soggetti all’epoca ritenuti inadatti. Come ad esempio nella sequenza che ritrae Van Gogh mentre dipinge le radici di un albero sradicato. Sequenza che da pacifica si trasforma in drammatica alla presenza di una scolaresca aggressiva e provocatoria, a sottolineare l’abisso tra uno sguardo infantile già soggetto al pregiudizio artistico e lo sforzo di purezza dell’artista adulto. Con questo obiettivo il regista non si sente interessato alla fedeltà alle vicende, ma ne dà una sua versione. Ne è un esempio il rapporto con il fratello Theo, del quale sottolinea la dipendenza e la dimensione affettiva, piuttosto che i contrasti. Ancora più emblematica in questo senso è la sequenza finale dell’incidente che porta alla morte di Van Gogh: un incidente sì, ma tutt’altro che un suicidio, come comunemente considerato.

Il regista è insomma interessato allo sguardo artistico di Van Gogh, da qui anche l’utilizzo di alcune tecniche di ripresa inusuali, come lo sfuocato nella parte bassa dello schermo che può essere scambiato per astigmatismo, ma anche come sguardo commosso. Provate a guardare un quadro come “Campo di grano sotto cielo nuvoloso”. Non è struggente nella sua bellezza? Ecco, forse allora è con gli occhi pieni di lacrime, che erano del pittore, che il regista prova a restituirci il suo sguardo.

Meritata Coppa Volpi a Venezia per il protagonista Willem Dafoe.

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