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Scuola dell’infanzia: una iniziativa avvilente

Insegnanti e personale delle scuole d’infanzia

Siamo le insegnanti delle Scuole dell’Infanzia provinciali del Circolo 1 e vogliamo descrivere cos’è la scuola, la scuola in cui crediamo, in cui lavoriamo. Chi fa questo lavoro, sa che è un lavoro impegnativo che coinvolge la mente e il cuore, che si deve fare con dedizione, ma anche con professionalità, con una formazione permanente.

Sostenute dai coordinatori pedagogici, formatori ed esperti dell’educazione, abbiamo lavorato a un modello di scuola e ad una visione di bambini competenti che co-costruiscono le loro conoscenze in un ambiente stimolante basato sulle relazioni con gli altri.

Una scuola che mette al centro i bambini coi loro diritti, che pensa a loro come adulti di domani. Una scuola come luogo di apprendimento, che valorizza i saperi, il “mettersi in ricerca” partendo dalla curiosità e dalla motivazione del bambino. Una scuola che dialoga con le associazioni sul territorio ed elabora progetti con le altre istituzioni scolastiche ed educative e si confronta con le famiglie. È questa l’idea di scuola che ci ha ispirato e che abbiamo contribuito a far crescere anche attraverso la formazione del Servizio Scuole Infanzia. La sinergia tra ente e insegnanti ha permesso di costituire un sistema della Scuola dell’Infanzia innovativo ed efficiente riconosciuto a livello nazionale e internazionale.

Date queste premesse, non riusciamo a capire, se non facendo riferimento a scopi di propaganda politica e ricerca di consenso, l’azione messa in atto dalla Giunta provinciale. In breve tempo sono state raccolte le risposte a un questionario, quantomeno semplicistico, che ha “verificato” l’interesse di un certo numero di famiglie al prolungamento dell’apertura delle scuole dell’infanzia fino a fine luglio al “modico” costo di € 50.

Se partiamo dai diritti dei bambini, ricordiamo che il diritto all’istruzione è garantito dalla Costituzione e dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e, come insegnanti, sosteniamo che l’istruzione debba essere aperta a tutti e gratuita; come anche previsto anche dall’art. 4 della L.P.13 del 1977 che regolamenta la frequenza alla Scuola dell’infanzia.

Riteniamo professionalmente avvilente tale iniziativa della quale insegnanti e personale ausiliario non sono stati nemmeno informati. La scuola è basata su progetti e organizzazione i cui tempi rispettano diritti e bisogni dei bambini. Aggiungere un mese di scuola senza che si siano programmati modalità e contenuti, senza coinvolgere gli operatori scolastici, svilisce sia la professionalità dei docenti sia la scuola. La scuola, anche quella dell’infanzia, articola la sua azione per la crescita psichica, cognitiva e relazionale dei bambini. Le modalità ludiche hanno sempre obiettivi di apprendimento: i bambini imparano a stare insieme, a sviluppare abilità e competenze in un contesto socializzante di crescita individuale ma anche di comunità. Il bambino si allontana dalla famiglia e viene inserito in un gruppo, impara a condividere spazi, tempi, oggetti, relazioni affettive, apprende così a stare con gli altri e acquisisce uno dei più importanti principi del vivere sociale: la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri.

Al bambino la scuola richiede concentrazione e fatica: normalmente dalle 7 alle 10 ore al giorno per dieci mesi all’anno in sezioni in cui sono inseriti fino a 25 bambini. Si può pensare che la Scuola dell’Infanzia sia solo gioco, ma così dimentichiamo che il gioco per il bambino è un’attività che coinvolge tutta la personalità (motoria, emotiva, cognitiva). Parliamo di individui che hanno un’età tra i due anni e mezzo e i sei anni e a volte rivelano difficoltà a parlare davanti agli altri o fanno fatica ad esprimersi nel gruppo.

Di fronte a questa complessità ci sentiamo di dire No a un ampliamento del calendario scolastico: il bambino, dopo l’impegno di 10 mesi di scuola, ha diritto di riposarsi, di stare in famiglia, di godere di un rapporto privilegiato con l’adulto nel gruppo familiare, allo svago, al riposo, al gioco fine a se stesso. Però siamo consapevoli che le famiglie hanno necessità lavorative e richiedono al servizio pubblico di essere aiutate nella gestione dei figli. Ma esistono delle realtà che possono fornire servizi di conciliazione in luoghi pensati proprio per questo, luoghi ricreativi e all’aperto: cooperative, enti e centri estivi che offrono percorsi laboratoriali, di avvicinamento allo sport, di immersione nella natura, gestiti da operatori preparati, da giovani che in tal modo trovano un’occupazione e possono così fare un’esperienza lavorativa. Siamo convinte che questa sia una proposta che soddisfa le esigenze delle famiglie nel rispetto dei diritti dei bambini.

Se le intenzioni della politica provinciale sono di migliorare il servizio scolastico, la soluzione non è nel prolungamento del calendario. Il personale scolastico conosce la situazione e ritiene necessario essere coinvolto nelle ipotesi di cambiamento migliorativo.

Chi lavora nella scuola chiede da tempo di affrontare le criticità educative che stanno emergendo: bambini talvolta fragili, intolleranti alle piccole frustrazioni, sottoposti spesso a frequenti stimolazioni, magari ricchi in conoscenze, ma meno autonomi e più dipendenti dall’adulto, bisognosi di rinforzi affettivi, emotivi e sociali. Quindi per offrire una maggiore efficacia all’azione educativa sono auspicabili alcune modifiche organizzative:

  • Ridurre il numero di bambini per sezione, da 24-25 a 15 se l’insegnante è da sola, a 20 se le insegnanti sono due;
  • aumentare il numero delle ore di compresenza di due insegnanti per gruppo (attualmente solo 2-3 ore al giorno);
  • prevedere la sostituzione dell’insegnante assente con una supplente senza utilizzare orario aggiuntivo di colleghe del plesso;
  • sostenere l’inserimento di figure professionali che affrontino le complessità psicologiche ed educative (psicologi ed esperti per i bambini con bisogni educativi speciali);
  • riflettere sul sistema formativo ed educativo dai Nidi d’infanzia alla Scuola primaria.

La politica ha la responsabilità di sostenere una Scuola di qualità e, coinvolgendo chi ci lavora, di offrire un servizio anzitutto rivolto ai bambini e ai loro diritti trovando anche soluzioni alle esigenze delle famiglie. Ed è con questa motivazione che chiediamo:

  • di essere informate sul pensiero e le scelte educative di chi gestisce il Servizio Scuola in modo diretto e non, come è spesso accaduto, dai giornali o dai genitori dei bambini;
  • di essere coinvolte ai tavoli di confronto su una possibile idea di Scuola dell’infanzia per poter tradurre al meglio le idee in una concreta azione educativa e didattica. Facciamo inoltre osservare che nel panorama nazionale la Scuola dell’infanzia statale è integrata nel sistema scolastico con gli altri ordini di scuola ed è inserita negli Istituti Comprensivi scolastici.

A livello europeo alcuni paesi, riconoscendo il ruolo educativo della Scuola dell’infanzia, hanno iniziato a inserire l’obbligatorietà della frequenza per i bambini nella fascia 3-6 anni. In Francia l’inizio dell’obbligo è a tre anni; dal 2015 in cinque paesi (Croazia, Finlandia, Svezia, Lituania, Cechia) è previsto l’obbligo a cinque anni; in Grecia stanno passando da 5 a 4 anni di età. Perché in Trentino vogliamo tornare al punto di partenza quando il servizio infanzia era basato su un asilo assistenziale e di custodia non riconoscendo gli sviluppi degli anni trascorsi e l’impegno di molti che hanno lavorato nella scuola e per la scuola?

Abbiamo cercato di essere propositive e abbiamo espresso un sentire comune tra gli operatori scolastici: siamo insegnanti che lavorano da diversi anni e che non si muovono tra opportunità, convenienze e contrapposizioni politiche, ma tra bambini.

Insegnanti e personale ausiliario delle Scuole dell’infanzia provinciali del Circolo di coordinamento 1 (seguono 76 firme)

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