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La nuova disGiunta provinciale

Come bambini. Come i bambini di una squadretta di calcio alla vigilia della partita.

Si è appena concluso l'ultimo allenamento e l'allenatore, Maurizio, si appresta a comunicare ai piccoli giocatori quale sarà la formazione nel prossimo incontro. La decisione è resa problematica dal fatto che al nucleo “storico” della squadra si sono aggiunti da poco cinque nuovi bambini, smaniosi di partecipare. E difatti le scelte del Mister non li soddisfano. Gli era stato promesso che uno di loro, Francesco, sarebbe stato nominato capitano, ma Maurizio ha poi preferito Achille, il suo cocco – dicono. In cambio – prova a convincerli l'allenatore – metterà in squadra due di loro anziché uno solo.

Ma i prescelti – lo stesso Francesco e Claudio – dovrebbero giocare in difesa, uno magari addirittura in porta, e si sa che tutti i bambini vogliono fare gli attaccanti. E poi, che cos'è questa idea strampalata che un capitano vale quanto due giocatori?

Maurizio cerca di persuadere i ribelli: “Badate che quello del terzino è un ruolo fondamentale in una partita... Il portiere poi...”. E a dargli manforte interviene anche il piccolo Mirko, che fino a poco tempo fa giocava (maldestramente) proprio come terzino. Ma il tentativo di persuasione non funziona.

A pensarci bene, il vero scandalo, che nessuno sembra notare, è che la scelta della formazione è stata fatta non in base allo stato di forma dei piccoli atleti e alle rispettive competenze, ma secondo le discutibili simpatie dell'allenatore. Basti vedere quel ciccione, probabilmente un altro cocco di Maurizio, che dovrebbe giocare all'ala: lui, che si muove lento come una tartaruga!

A questo punto scendono furibondi dalle gradinate anche tre genitori, Lollo, Donzello e Alessandro (quest’ultimo addirittura minaccioso) invocando il rispetto dei patti.

Vabbè – fa un estremo tentativo Maurizio - Francesco potremmo anche metterlo centravanti, ma capitàno – sia chiaro – rimane Achille”.

Mister, non se ne parla, - lo interrompe Francesco scuro in volto - se le cose stanno così, allora noi non giochiamo. Magari faremo il tifo per voi, ma resteremo in panchina”.

E detto fatto, i due si allontanano dal campo accompagnati dai genitori. In realtà, mentre Francesco appare determinato nel suo rifiuto, Claudio non sembra altrettanto convinto di quella decisione: basta vedere com’è sull'orlo del pianto (ci teneva tanto a giocare!) e più che camminare sembra venir trascinato dall'amico, che fissa quasi con odio. Ma anche gli altri tre “nuovi” - Carlo, Christian e Daniele - hanno il muso lungo: a far arrabbiare il Mister, va a finire che non li farà mai giocare…

Una domanda dovrebbero porsi tutti i contendenti: cosa penserà la tifoseria di questi capricci?

Quanto al Partito Democratico e dintorni, invece che una squadra di calcio viene in mente un gioco di carte poco conosciuto, il cosiddetto “tressette a perdere”, dove vince chi effettua meno prese, meno punti, chi dà prova di inerzia insomma. Una tattica rischiosa, ma che in altre circostanze ha pagato, grazie soprattutto alla balorda litigiosità degli avversari.

Ma questa volta non ha funzionato.

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