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Il volgare di Trento? Bruttissimo

Quest’anno, per il l’esattezza il 14 settembre, ricorreranno i 700 anni della morte per malaria di Durante di Alighiero degli Alighieri, cioè Dante. Consapevoli del diluvio di congressi, simposi, conferenze, seminari ecc. organizzati per l’occasione, ne anticipiamo, per così dire, a giugno l’anniversario della dipartita in modo da accennare ad un dettagliuccio riguardante il nostro dialetto trentino.

Dunque il sommo poeta, oltre alla notissima Divina Commedia e altro, scrisse in latino tra 1303 e il 1304 il “De vulgari eloquentia” (Sulla parlata popolare). Dante era in cerca di un idioma volgare con dignità linguistica al di sopra delle singole parlate regionali e immaginava che uno di questi potesse diventare di riferimento per tutti (“per mescerne un dolcissimo idromele”). Intendeva illustrare – sono sue parole - “come ciascuna di queste varietà (di volgare) si diversifichi entro se stessa, per esempio la parlata della destra d’Italia da quella che è della sinistra - infatti in un modo parlano i padovani, in un altro i pisani -; e perché quelli che abitano più vicino differiscano ancora nel parlare, come milanesi e veronesi, romani e fiorentini, ed inoltre quelli che s’accomunano nella stessa stirpe di popolo, come napoletani e gaetani, ravennati e faentini; e, ciò che fa più meraviglia, quelli che dimorano sotto uno stesso cittadino reggimento, come i bolognesi del Borgo di San Felice ed i bolognesi di Strada Maggiore”.

Insomma, non più solo il latino, ormai lingua esclusiva di clero e istruiti: era tempo di poetare e scrivere in volgare, lingua naturale perché “è la prima ad esser udita dalla balia stessa e parlata”.

Il poeta visse una vita da film: quasi ghibellino poi guelfo bianco, nel 1302 fu condannato (su “suggerimento” di Bonifacio VIII) al rogo dai guelfi neri per baratteria, frode, dolo, falsità, malizia, pratiche inique, proventi illeciti… Si eclissò giusto in tempo e passò il resto della vita ad intrallazzare per tornare a Firenze, ma senza successo: non vedrà più la città.

Mollato da Gemma Donati, sua legittima consorte legata per famiglia ai guelfi neri, iniziò a peregrinare di signorotto medioevale in signorotto: gli Ordelaffi di Forlì, i Malaspina in Lunigiana, a Treviso da Gherardo, Bologna, Padova e a Verona da Bartolomeo e Cangrande della Scala, presso i quali fu costretto ad allentare la sua alterigia in cambio di protezione e del pane quotidiano, ossia di qualche servizio (“E come è duro calle lo scender ed il salir l’altrui scale”... ahinoi, valido tutt’oggi!).

In tal modo Bartolomeo, signore di Verona cui in seguito dedicherà il Paradiso, lo inviò a Trento nel 1303 con l’incarico di appianare alcune divergenze col principe di Trento e Guglielmo di Castelbarco in merito al controllo e passaggio in val dell’Adige. Non si conoscono bene i risultati della sua azione diplomatica, ma di certo ebbe modo di parlar malissimo del nostro dialetto.

Infatti dopo aver definito quella bolognese come la parlata più bella d’Italia (sembra abbia frequentato l’università di Bologna), l’irascibile fiorentino definì la nostra non degna di essere presa in considerazione perché piena di barbarismi, pur al netto della sua intrinseca bruttezza!

Il suo ipse dixit: “Diciamo che le città di Trento e di Torino, nonché di Alessandria, sono situate talmente vicino ai confini d’Italia che non possono avere parlate pure; tanto che, se anche possedessero un bellissimo volgare - e invece l’hanno bruttissimo, per come è mescolato coi volgari di altri popoli - dovremmo negare che si tratti di una lingua veramente italiana. Perciò, se quello che cerchiamo è l’italiano illustre, l’oggetto della nostra ricerca non si può trovare in quelle città”.

Avrà sentito favellar in slambrot giù alla Ruina di Marco? Sarà stato ospite in val dei Mocheni? Troppe “Z” aspre e parole ostrogote (snol, brodec, pefel ecc..)?

Gli si sarebbe potuto obiettare che ciascun volgare è un sincretismo di altri o che, come cantava Pino Daniele, “ogni scarrafone è bello a mamma soja”, ma tant’è….

I trentini, per parte loro, lo hanno perdonato: Dante col suo volgare (nei fatti il toscano di Petrarca) inventò gli italiani e l’Italia, perlomeno quella dei dotti, smise di considerarsi soltanto una “espressione geografica” (Metternich nel 1847, ben 500 anni dopo).

Curiosamente, Trento d’inizio secolo scorso gli eresse con 600 anni di ritardo il più grande monumento d’Italia, quello nell’omonima piazza. In verità la statua fu messa lì per motivi nazionalistici e non come pro memoria del fiorentino, ma questa è già un’altra storia.

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