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QT n. 7, luglio 2026 Servizi

Cavalieri veri e fasulli

“Perfido”, il Presidente Mattarella e una scuola di Povo

Sinceramente non abbiamo in grande stima le onorificenze della Repubblica. Innanzitutto per il gran numero degli insigniti, migliaia ogni anno. Poi per le denominazioni – oltre a Cavaliere c’è Commendatore: che ci ricorda l’aulico personaggio del Convitato di Pietra del Don Giovanni di Mozart, figura austera, drammatica ma al contempo un po’ ridicola, che l’incorreggibile Wolfgang erigeva a tremendo giudice, sotto sotto sbeffeggiandolo. All’aperto sbeffeggio erano invece destinati i “Commenda” della commedia all’italiana, neo ricchi potenti, ma ignoranti e grevi. Le altre denominazioni si commentano da sole: Grande Ufficiale, Cavaliere di Gran Croce, Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone. Ci riportano indietro di cent’anni e più, oppure al mondo dell’operetta, e qui torniamo nel ridicolo.

C’è però un altro motivo di perplessità: nel processo Perfido, di due massimi imputati erano entrambi Cavalieri del Lavoro. Sono Giulio Carini, elemento di raccordo tra gli ‘ndranghetisti trentini con la Calabria e con le istituzioni politiche, economiche, amministrative nonché con la magistratura; e il generale Dario Buffa, che forniva al mafioso Domenico Morello un indebito porto d’armi, informazioni sulle indagini che lo riguardavano, nonché si presentava agli inquirenti spacciandosi come agente dei servizi segreti. Anche qui saremmo nel ridicolo, se non fosse che i due soggetti sono riusciti, in maniera tutt’altro che commendevole per il Tribunale, ad uscire dal processo e farla franca, impedendo a tutti noi di capire quali fossero i rapporti tra la mafia e le alte sfere. Insomma, sembra che essere Cavalieri, nella vita sia poi utile. E che Cavaliere non mangia Cavaliere.

Il Cavaliere al Merito della Repubblica Walter Ferrari

Ma proprio per questi motivi siamo molto contenti nel segnalare come, in contrasto con tale andazzo, siano state assegnate le due onorificenze di Cavaliere al Merito della Repubblica a tutt’altre persone. Non generali, non imprenditori-faccendieri dalle altissime frequentazioni. Ma a un maestro e a un operaio/pastore. E, attenzione, due persone - Vigilio Valentini, cinquanta anni fa sindaco di Lona Lases, e Walter Ferrari, nostro prezioso collaboratore - che sono cittadini specchiati, ma però nella loro valle sono additati dai potentati locali come “il male del paese” o, peggio, come poveri sfigati, rancorosi, da lasciar perdere, che “vanno in giro per le case, con le loro biciclette e depositano volantini nelle buche delle lettere, dove parlano male di tutti”.

È il ben noto stigma che nei piccoli centri viene appioppato a chi osa opporsi ai soprusi dei ras del paese.

Ora invece Sergio Mattarella li porta ad esempio. Con due provvedimenti molto simili, li elogia come “portavoce del Coordinamento Lavoro Porfido”, “protagonista di una decennale opera di inchiesta e denuncia, nonché di tutela dei lavoratori più deboli all’interno del settore del porfido in Trentino… Con costanza e determinazione ha portato all’attenzione pubblica irregolarità contrattuali, condizioni di lavoro precarie e situazioni di abuso nei confronti dei lavoratori più fragili. Il suo impegno ha contribuito a sensibilizzare istituzioni e opinione pubblica sui temi della dignità e della sicurezza del lavoro."

Il Cavaliere Giulio Carini

Perfetto. Si poteva anche parlare del coraggioso contrasto dei due novelli Cavalieri all’avanzare, nella loro comunità, della criminalità organizzata, ma probabilmente il Presidente non ha voluto apparire come colui che interferisce con procedimenti giudiziari ancora parzialmente in corso.

In conclusione, un sincero plauso a Mattarella. Questo ci sembra un caso in cui le istituzioni funzionano, fino a riabilitare una prassi inutilmente pomposa, quando non grottesca.

Il Cavaliere Dario Buffa

Una bella iniziativa

Anche nella società, oltre che nelle istituzioni, c’è chi trova la maniera di far crescere la consapevolezza della presenza della mafia e della sua pericolosità.

Parliamo di un’iniziativa nella scuola secondaria Margherita Hack di Gabbiolo, dove all’esame di terza media, uno studente ha presentato un sunto di un’attività intitolata “"NON È COSA NOSTRA! Percorso multidisciplinare sulla legalità”. In un’immagine viene sintetizzata, con chiarezza ed efficacia, la dinamica dell’infiltrazione mafiosa in Trentino. In un’altra vengono riassunte le possibilità di studio interdisciplinare del fenomeno mafioso.

Una bellissima iniziativa. Che si aggiunge a quella dell’Istituto Martini di Mezzolombardo, che a suo tempo ha portato in tutto il Trentino e anche in giro per l’Italia uno spettacolo teatrale sul porfido e la ‘ndrangheta, interpretato dagli studenti di una classe quinta.

Si parla sempre di crisi della scuola: questi due esempi ci mostrano invece cosa può fare una scuola interattiva, aperta alla società, da cui trae ispirazione e poi fornisce elementi di comprensione, riflessione, ed educazione civile.

Un sindaco minacciato di morte?

Marco Casagranda, sindaco di Lona Lases dal 2005 al 2018, ha querelato Walter Ferrari (e di conseguenza il direttore di QT) per diffamazione a mezzo stampa. La colpa sarebbe averlo definito, in un articolo sul nostro giornale, rappresentante della lobby del porfido, in continuità col padre Sergio Casagranda, consigliere provinciale. Non solo: Ferrari nell’articolo ricordava pure come Casagranda figlio avesse in lista e in maggioranza Pietro Battaglia, condannato in via definitiva per associazione mafiosa, e avesse nominato come assessore (alle cave, naturalmente) il fratello Giuseppe Battaglia, “amministratore delegato” della locale ‘ndranghetista, anch’egli condannato.

La cosa non meriterebbe particolare rilievo. Quelli riportati da Ferrari sono fatti. In quanto all’indignazione di Casagranda figlio per la definizione del padre come “autorevole rappresentante della potente lobby del porfido”, si tratta di un giudizio politico, peraltro condiviso da tutti i giornali dell’epoca, come provato da decine di articoli, e che di sicuro non dispiaceva allo stesso consigliere, come potrebbe testimoniare chi scrive. E allora, dove sta la diffamazione?

Non c’è, ha deciso il Tribunale, che ha disposto l’archiviazione della querela (cui Casagranda ha presentato opposizione). Noi non ne scriveremmo, se non fosse per un’affermazione di fronte al GIP del legale dell’ex sindaco, che per enfatizzarne l’irreprensibilità (e per converso la protervia di Ferrari e di QT) con enfasi ha affermato che Casagranda sarebbe stato “ripetutamente fatto oggetto di minacce di morte da parte della 'ndrangheta”.

Ora, cosa questo c’entri con l’articolo di Ferrari non è immediatamente comprensibile. Resta però la gravità dell’affermazione, ripresa anche in un’interrogazione parlamentare dell’On. Stefania Ascari al Presidente del Consiglio Meloni e al Ministro dell’Interno Piantedosi: “Eventuali minacce di morte rivolte a un amministratore locale, attuale o cessato dalla carica, richiedono un'immediata verifica da parte delle competenti autorità di pubblica sicurezza… L'eventuale esistenza di minacce riconducibili alla criminalità organizzata nei confronti di un ex sindaco imporrebbe un approfondimento urgente circa la loro natura, provenienza, tempistica e possibile collegamento con vicende amministrative e politiche”. Per questo Stefania Ascari sollecita il Ministero, il Commissariato del Governo e il Comitato provinciale per la sicurezza, ad approfondire e chiarire la circostanza, ventilando le circostanze dell’art. 143, condizionamenti di tipo mafioso che possono portare allo scioglimento dei consigli comunali.

Marco Casagranda chiarirà. Tenendo presente il rischio di incorrere nel reato di Procurato allarme presso l'Autorità.

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