Palestina: l'annientamento programmato
Al confine di Gaza e dentro la Cisgiordania: la vita resa impossibile
Il primo momento in cui ho avuto la certezza che quella del governo Netanyahu non era davvero una lotta contro Hamas, ma il disegno genocida di annientamento del popolo palestinese, è stato solo cinque mesi dopo il 7 ottobre, nel marzo del 2024 quando, con un’ampia delegazione di parlamentari di opposizione, ONG, giornalisti, esperti di diritto internazionale, al valico di Rafah in Egitto, sul confine con la striscia di Gaza chiusa come un carcere a cielo aperto, ho visto migliaia di camion carichi di aiuti umanitari da tutto il mondo fermi sotto il sole, e una quantità incredibile di beni salvavita bloccati al di qua del confine, per volere dell’esercito israeliano.
Era il tempo in cui Israele provava ancora a mantenere la sua fama di “unica democrazia del Medioriente” agli occhi del mondo, cercando di giustificare l’indegna negazione di questi aiuti internazionali con il rischio che Hamas potesse utilizzarli per scopi di aggressione e di terrorismo. I capannoni stipati di bombole di ossigeno, incubatrici, stampelle, wc chimici, medicinali, tavolette di cioccolata e biscotti, e tantissimi altri beni di prima necessità, ci ha però reso evidente che l’obiettivo era invece far morire quanti più civili palestinesi possibile.
Perché a quelli che non avrebbero ucciso le bombe, ci avrebbero pensato le malattie, l’epidemie, la carestia. Cioè tutto quello che è davvero avvenuto.

Gli incontri con la Croce Rossa palestinese, l’organizzazione mondiale della sanità, l’ONU attraverso UNRWA, e la visita alla Lega Araba al Cairo, ci hanno testimoniato quella drammatica verità, ma ci hanno anche resi consapevoli di quanti in Medio Oriente si aspettassero un protagonismo verso la pace da parte dell’Unione Europea. Ci hanno ripetuto spesso la loro gioia per la nostra visita, chiedendoci al contempo “Ma l’Europa quando viene?” La mancanza di una politica estera unitaria dell’UE, che si è purtroppo manifestata nei due anni successivi, ci rende impotenti e drammaticamente irresponsabili nei confronti della giustizia internazionale.
Nel dicembre successivo, una visita alla Corte Penale Internazionale a L’Aja ci ha confermato il rischio sempre più reale di un totale superamento del diritto internazionale, che poi le varie missioni della Global Sumud Flotilla hanno certificato. Se dopo aver ucciso direttamente o indirettamente almeno 70.000 palestinesi, rapisci anche cittadini europei in acque europee o internazionali e rimani impunito, vuol dire che hai il via libera per fare quello che vuoi.
Ma quando il diritto internazionale viene attaccato, quando viene meno il minimo comune denominatore di regole nel rispetto dei diritti umani nel mondo, che ci siamo dati nel secolo scorso con organismi multilaterali, dall’ONU, alla Corte Internazionale di giustizia (che giudica le responsabilità degli Stati), alla stessa Corte Penale internazionale (che giudica gli individui per crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio), nessuno sa dove si va a finire, perché a comandare, a vincere, a valere è la legge del più forte militarmente, economicamente, politicamente. E l’allargarsi del conflitto in Medioriente ne è la prova.
Sei parlamentari a Ramallah
A novembre 2025 il Comitato olimpico Palestinese ha invitato il collega deputato Mauro Berruto, ex c.t. della nazionale italiana di pallavolo, a tenere un allenamento simbolico con quello che rimane della nazionale palestinese di pallavolo, decimata da due anni di conflitto. Io e altri quattro colleghi (Laura Boldrini, Andrea Orlando, Valentina Ghio, Ouidad Bakkali) lo abbiamo accompagnato in una missione di conoscenza e testimonianza.
Quando sono entrata per la prima volta nella mia vita in Cisgiordania, quel territorio che con la striscia di Gaza e Gerusalemme est costituisce la Palestina, non mi è rimasto più nemmeno il più piccolo dubbio sul disegno della “Grande Israele”, messo in atto dal governo israeliano attraverso l’uso dei coloni e con il sostegno di un esercito sempre più violento che rapina, uccide, rade al suolo piantagioni e abitazioni, costruendo al contempo villaggi esclusivi per gli israeliani, dove piantano addirittura una vegetazione alternativa.
L’incontro con il cardinale Pizzaballa al Patriarcato di Gerusalemme ci ha permesso di capire l’orizzonte e avere una prima idea della quotidiana persecuzione della popolazione palestinese; ma non eravamo davvero preparati a quello che avremmo visto. A Masafer Yatta, un territorio brullo, fatto di pietre, pecore e qualche ulivo non ancora bruciato dai coloni, ci sono villaggi di Palestinesi che provano a resistere alle quotidiane vessazioni, aggressioni, furti di bestiame e distruzione di case o casupole. Lì, insieme ai volontari di Operazione Colomba, abbiamo incontrato Basel Adra, il regista premio Oscar del documentario “No Other Land”, accompagnato dagli attivisti Hafez e Sami Houraini. Il primo, il padre, ho avuto il piacere di conoscerlo in una serata che organizzai a Trento da assessora alla cooperazione internazionale nel lontano 2018, insieme a Moni Ovadia, quando ancora si credeva che si potesse lavorare per la pace tra Israele e Palestina, per “Due popoli e due Stati”. Sami, il figlio, è stato in Italia pochi giorni fa, per raccontare la situazione sempre più drammatica in cui versa la sua popolazione.

Mentre conversavamo con loro, alcuni giovani coloni hanno occupato la casa e il campo dell’aiuto regista e l’esercito, anziché difenderlo, ha messo sotto sequestro militare i suoi possedimenti.
A Ramallah, la capitale della Cisgiordania, mentre l’allenatore Berruto regalava ai giovani atleti palestinesi un pomeriggio di felicità, io e gli altri colleghi abbiamo vissuto il momento più terribile, toccante, sconvolgente, indimenticabile, di questa missione. L’incontro con tre giovani atleti diciassettenni, da poco rilasciati da due anni di prigionia dura nelle carceri israeliane, senza aver compiuto alcun reato.
Quando la tua vita non conta più nulla
Perché se sei palestinese oggi, sulla tua terra, non hai più alcun diritto reale, il 98% delle denunce presentate da palestinesi viene infatti rigettata. Se ti chiami Ahmed e hai 15 anni, una mattina possono entrarti in casa tre cittadini israeliani armati di bastoni, picchiare la tua famiglia e se reagisci lanciando delle pietre, l’unica arma di difesa che possiedi, vieni portato in prigione, dopo aver visto tuo fratello quattordicenne morire davanti ai tuoi occhi, perché la reazione dell’esercito israeliano non è proteggerti da questa aggressione, ma supportarla. E siccome tuo fratello non muore abbastanza in fretta, colpito a un occhio da un proiettile, mentre rantola a terra, il soldato lo soffoca con lo scarpone sul collo. E non servono i tuoi insegnanti a scuola che ti fanno scudo, per impedire di portarti via, perché i soldati sono tanti e armati e alla fine ti fai due anni di carcere per qualcosa che non hai compiuto, ma di cui ti sei auto accusato sotto la minaccia dell’arresto di tua madre, e ora porti sul corpo i segni di torture indicibili di cui parla chiaramente il tuo corpo, mentre lo mostri a noi, spettatori stranieri attoniti. Braccia spezzate, bruciature, ferite, ma di quelle che ti porti dentro non parli.

Oppure di anni ne hai 13 e sei una piccola promessa della boxe palestinese e un giorno non dai più notizie di te, né a tua madre né al tuo allenatore, che continuano a chiamarti incessantemente su quel cellulare a cui a un certo punto risponde un soldato israeliano: “Ammar non c’è più, ve l’abbiamo ucciso noi“.
Sei incappato in un posto di blocco e ti hanno sparato alle spalle, lasciandoti morire dissanguato nella loro camionetta. La tua unica colpa era, forse, quella di rappresentare un target che vale tanti punti, per il divertimento dei soldati, come a Sarajevo. Se sei nato in Cisgiordania, oggi la tua vita è completamente controllata dall’esercito israeliano, che decide a suo piacimento di chiudere con dei posti di blocco l’ingresso e l’uscita dal tuo villaggio. Se sei fuori, non puoi rientrare a dormire a casa tua, se sei dentro non puoi uscire per andare a lavorare o a scuola. In trappola, perché il governo Natanyahu deve dimostrarti che ha il controllo sulla tua libertà, anche di movimento.
Di questo abbiamo avuto la prova noi stessi, al rientro dalla visita a Ramallah al Presidente dell’ANP, che ha la gestione amministrativa e civile delle città palestinesi in Cisgiordania.

Dopo l’incontro commovente con i familiari di Marwan Bargouthi (unico leader morale riconosciuto da tutti i Palestinesi, in carcere duro da 25 anni), dopo la visita alla Chiesa della Natività, deserta in una Betlemme in ginocchio senza turismo, dopo la scoperta a Gerico che i furti di bestiame e la distruzione delle capanne da parte dei coloni non risparmiano più nemmeno i beduini, nel rientrare a Gerusalemme ci siamo fermati nella cittadina di Himza per cambiare vettura. L’apartheid in vigore non consente infatti alle auto con targa verde, che circolano in Cisgiordania, di entrare nel circuito urbano di Gerusalemme, ma solo alle targhe gialle dello Stato di Israele.
All’improvviso ci siamo ritrovati imprigionati nel villaggio, per un posto di blocco multiplo, che ha sbarrato le vie d’uscita al traffico, e nel buio della sera abbiamo udito esplosioni di bombe sonore e stordenti tutto intorno a noi, mentre un mirino verde fluorescente, che non dimenticherò, è comparso puntato sul bagagliaio dell’auto che ci precedeva. L’autista ci ha nascosti allora in una via buia, in attesa che passasse il bombardamento, invitandoci a stare tranquilli perché “succede tutti i giorni“. Una meravigliosa famiglia palestinese ci ha ospitati per tutta la sera nella propria abitazione, in attesa che la nostra ambasciata ci desse notizie di quanto stava succedendo. Anche queste splendide persone ci hanno tranquillizzato rispetto alla consuetudine di questi attacchi, che sono atti di intimidazione dell’esercito sulla popolazione.

Il menzognero comunicato del Ministero degli Esteri italiano
Quando le armi hanno taciuto, il traffico è ripreso e siamo rientrati con la nostra vettura nella Città Santa, dove siamo stati raggiunti da un comunicato stampa, che dichiarava come, grazie all’intervento tempestivo del Ministero degli Esteri italiano e della nostra Ambasciata, sei parlamentari del partito democratico fossero stati salvati da due blindati dell’esercito israeliano, nell’ambito di un’operazione antiterrorismo. In questa notizia, che il governo italiano ha fatto circolare, non c’è una parola di verità. Non solo noi non abbiamo avuto alcun contatto con l’esercito israeliano e con nessun loro mezzo blindato, ma non eravamo certamente dentro un’operazione antiterrorismo, bensì nella giornaliera azione di terrore cui i militari sottopongono la popolazione residente in Palestina.
A poco è valso il nostro comunicato di smentita. L’obiettivo era quello di porci in cattiva luce, come coloro che disturbano irresponsabilmente una giusta operazione antiterrorismo e vengono oltretutto salvati da quell’esercito, che mettono costantemente in discussione. Ovviamente la stampa della destra italiana non ha mancato di raccogliere questa versione.

Nel ringraziare questa testata giornalistica per avermi concesso di raccontare questo piccolo spaccato di esperienza vissuta, come ho promesso ai palestinesi “perché al danno per lo sterminio non si sommi anche la beffa della narrazione falsa”, voglio lasciare due messaggi.
In una situazione di totale soggezione, ingiustizia e mancanza di stato di diritto, i cittadini e le cittadine palestinesi che cercano di resistere sulla propria terra, ci hanno chiesto di ringraziare tutti gli italiani e le italiane che sono scesi in piazza per dimostrare vicinanza, perché questo ha dato e dà loro la forza psicologica per resistere di fronte a un presente terribile e un futuro nerissimo. Infine, il mio invito a dubitare sempre di quanto ci viene raccontato dalla stampa sulle vicende del Medioriente: serve informarsi da fonti attendibili, che possono dimostrare quanto viene affermato, perché se nemmeno sei parlamentari italiani sono riusciti a raddrizzare notizie false su vicende vissute direttamente, quanto possono essere manipolate le informazioni che ci arrivano?