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Da Chamberlain a Trump

Un presidente che antepone l’opportunismo alla strategia; analogie e differenze tra le iniziative di pace per l’Ucraina e gli accordi di?Monaco del 1938. Da “Una Città”, mensile di Forlì.

Stephen Eric Bronner (traduzione di Stefano Ignone)

Le analogie storiche non calzano mai perfettamente: il 2025 non è certo il 1938. La data a noi più prossima ha segnato il tentativo di imporre una pace sulla guerra russo-ucraina, mentre quella più distante era stata contraddistinta dal tentativo di impedire una guerra tra la Germania e le democrazie europee. Eppure la conferenza stampa del 28 febbraio scorso, tenuta dal presidente Trump e dal suo vice Vance con il presidente ucraino ci ha fatto riaffiorare alla mente ricordi spiacevoli. Questo affare, con cui si porrebbe fine al conflitto a costo dell’integrità della sovranità ucraina, assomiglia a quegli accordi di Monaco con cui si cercava di mettere pace tra la Germania e le democrazie europee a costo dell’abbandono della Cecoslovacchia al proprio destino.

Dopo aver ritirato la Germania dalla Società delle Nazioni, messo fine all’occupazione francese del protettorato della Saar, rimilitarizzato la Renania e ottenuto l’annessione dell’Austria, Adolf Hitler aveva rivendicato i Sudeti, quell’area della Cecoslovacchia abitata da cittadini di discendenza germanica, e minacciato di dichiarare guerra se le sue richieste non fossero state esaudite.Accontentarlo avrebbe significato lo smembramento della Cecoslovacchia, motivo per cui il suo presidente, Eduard Benes, vi si era opposto. In pratica, la resistenza ceca dipendeva dal sostegno dei suoi alleati, l’Inghilterra e la Francia.

L’Europa sembrava di nuovo sull’orlo di una catastrofe, appena vent’anni dopo la fine della Prima guerra mondiale. Disposto a evitare la guerra a ogni costo, il primo ministro britannico Neville Chamberlain e quello francese Edouard Daladier si erano accordati con Mussolini, che era andato a Monaco per incontrare Hitler. In particolare è il comportamento del Führer con Chamberlain a richiamare quello tenuto da Trump e Vance con Zelensky. In quell’occasione Hitler aveva fatto una sfuriata, incutendo il panico nei capi delle democrazie d’Europa. Tutto questo, però, era successo a porte chiuse, mentre le sparate di Trump e Vance sono avvenute in pubblico, davanti a tutto il mondo.

Il comportamento infantile di Trump non gli è certo costato il supporto della sua base; checché si voglia dire del presidente, una cosa è certa: conosce il suo pubblico. A Zelensky non restava altra scelta che accettare l’invito di apparire davanti alle telecamere per discutere una pace che non aspettava altro che la sua approvazione.

Eppure, questa non era sufficiente: Trump e Vance volevano mostrarlo prostrato davanti al mondo per ringraziare la Casa Bianca per un’iniziativa politica che si sarebbe dimostrata svantaggiosa per il suo paese. Tutto l’incontro era il set perfetto per esibire quel tipo di retorica da bulli che Trump è solito adoperare.

La sovranità ucraina era già compromessa; questo, infatti, era stato il prezzo da pagare per l’aiuto ricevuto dall’amministrazione Biden per respingere l’invasione russa. In una simile condizione di dipendenza, Zelensky era già in posizione di netta inferiorità. Lo sapeva lui, e lo sapevano bene anche i leader Usa.

Peraltro, Trump è da tempo un ammiratore del presidente russo, e sono noti i suoi affari immobiliari con Mosca, come è risaputa la sua antipatia per Zelensky, risalente al rifiuto di quest’ultimo di falsificare delle prove sul figlio dell’allora vice-presidente Biden che gli potevano tornare utili durante la campagna presidenziale del 2020.

La parola appeasement, pronunciata oggi, ha un sapore nuovo. Con quell’approccio, Chamberlain e Daladier volevano soddisfare la fame imperialista di Hitler, mentre ora Trump vuole solo normalizzare i rapporti con la Russia per fare un favore all’amico Putin. Quando insisteva nel dire in campagna elettorale che avrebbe potuto porre fine alla guerra “in 24 ore”, Trump si dimostrava già pronto a esaudire la volontà di Putin di appropriarsi di circa il 20% dell’Ucraina. Proprio come la Cecoslovacchia nel 1938, dunque, nel 2025 l’Ucraina rischia di finire smembrata; però c’è una differenza: Chamberlain sperava che Hitler non avanzasse ulteriori richieste territoriali e rispettasse ciò che rimaneva della Cecoslovacchia, mentre Trump pare disinteressato all’eventualità che Putin rinunci o meno a ulteriori avventure imperialiste.

L’accordo tra Trump e Putin, a quanto pare, era in preparazione ben prima della famosa conferenza stampa con Zelensky. L’avevano delineato Stati Uniti e Russia a Riad, per mano del Segretario di Stato americano Marco Rubio e del Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Si era trattato di un vertice isolato e, proprio come dalla Conferenza di Monaco del 1938 erano state escluse la Cecoslovacchia e gli altri stati est-europei, a Riad non sono stati invitati né rappresentanti dell’Ucraina né dell’Unione europea. Questo non può sorprendere nessuno, date le basi su cui questa pace si sarebbe dovuta concludere, e cioè quello che Trump stesso, orgogliosamente, ha definito “un grandissimo affare”, capace di dare agli USA accesso pressoché illimitato alle risorse minerarie dell’Ucraina in cambio di un “fondo di investimento per la ricostruzione” gestito congiuntamente da Kiev e Washington.

Non è stato reso pubblico un eventuale ruolo previsto in quest’impresa per le società di Trump, ma state certi che alla fine il presidente otterrà la sua fetta di torta. Trump punta molto sul fatto che l’accordo ricompenserà gli Stati Uniti con 500 miliardi di dollari di profitti a fronte dei 130 miliardi di aiuti (e non 350, come dichiarato dal presidente) forniti fin qui all’Ucraina.

L’appeasement odierno presenta un'ulteriore differenza col passato: non solo prevede l’abbandono di un alleato e il rafforzamento di un dittatore, ma costringe anche la vittima dell’invasione a pagare un prezzo di cui beneficerà l’invasore.

Questa forma di compensazione mineraria dovrebbe partire immediatamente, mentre i soldi americani arriverebbero dopo: non proprio la formula ideale per una gestione “congiunta” del fondo di investimento per la ricostruzione.

Senza ulteriori garanzie sulla sicurezza ucraina, inoltre, l’idea che un simile accordo possa bastare a stemperare le ambizioni imperialiste di Putin appare quantomeno ingenua, se non addirittura un escamotage per nascondere le vere intenzioni, dato che Trump ha spesso affermato che intende lasciare carta bianca a Putin sulla regione e mira a normalizzare i rapporti col vecchio nemico della Guerra fredda.

A essere generosi, si può anche pensare che Chamberlain conoscesse i rischi della guerra e con la sua manovra diplomatica stesse solo prendendo tempo per permettere a Inghilterra e Francia di cominciare il riarmo. Ma non si può dire lo stesso di Trump con Putin. Gli Stati Uniti hanno cambiato rotta a tutta la loro politica estera, e in questa guerra tra russi e ucraini hanno decisamente cambiato lato della barricata. Proprio ora che Trump lo ha definito “un dittatore”, c’era da aspettarsi che Zelensky protestasse circa il trattamento ricevuto in mondovisione e mettesse in dubbio questo accordo. Ma è altrettanto vero il fatto che la sua amministrazione non avesse un piano B a sostegno di questa protesta è indice di irresponsabilità, e lo stesso può essere detto dell’Unione europea.

I paesi europei si trovano ora nella stessa posizione dell’amministrazione Biden, e cioè ci si aspetta che offrano un appoggio (illimitato) all’Ucraina. Resta da capire se questo comporterà l’aumento degli aiuti militari, un aggravio delle sanzioni e del boicottaggio di Mosca o persino la creazione di un esercito europeo. Intanto, Turchia, Francia e Regno Unito parlano già di inviare truppe in Ucraina, cosa che accresce il rischio di un ampliamento del conflitto.

Il mondo non si è ancora ripreso dalla débacle della conferenza stampa del 28 febbraio, e ancora non sappiamo se era stata preparata appositamente o frutto di provocazioni improvvisate da Trump e Vance. Dimostrando di saper tenere testa a dei bulli autoritari, Zelensky ha salvato la faccia, ma questi cercheranno sicuramente di fargliela pagare; Trump potrebbe anche invocare il ritiro delle sanzioni alla Russia, la loro applicazione all’Ucraina, o -come affermato durante lo scontro verbale- abbandonare del tutto Kiev e l’Europa.

Proprio come la Cecoslovacchia del 1938, che era oggetto di un’aggressione imperialista, anche l’Ucraina del 2025 ha un’importanza secondaria in questa crisi. Certo, sarebbe un errore presumere che, al presentarsi di una nuova crisi, il presidente Trump si comporterà seguendo quello che tradizionalmente intendiamo per “interesse nazionale”. Se lo avesse a cuore davvero, non applicherebbe dazi elevati alla Cina, né sosterrebbe la Russia ignorando la minaccia che Putin rappresenta per la pace globale.

Le azioni descrivono la realtà meglio delle parole: Trump ha sempre fatto coincidere l’interesse nazionale con i benefici che possono arrivare per sé o i suoi affari. L’implicazione politica di questo approccio è che il presidente non segue alcuna strategia prestabilita, ma piuttosto il proprio opportunismo mascherato da tattica. Ciò significa che non si possono più dare per certe le alleanze storiche, che è lecito aspettarsi esercizi arbitrari della forza, che in qualunque momento una politica può essere sovvertita e che nessuna nazione può più considerare gli Stati Uniti un alleato affidabile.

L’appeasement del 1938 portò al disastro. La scarsa risolutezza dimostrata da Chamberlain e Daladier spinse Mussolini a stringere il “patto d’acciaio” con i nazisti, rese Hitler più audace nell’imporre il suo volere sulla Polonia e spinse Stalin a riconsiderare la partecipazione comunista al Fronte popolare anti-fascista del 1936. Tre anni dopo, la Russia dovette invertire la rotta firmando il noto patto di non aggressione con Hitler, cosa che diede il la alla Seconda guerra mondiale. Cionondimeno, c’è un’altra differenza cruciale tra allora e oggi: Chamberlain e Daladier temevano Hitler e la guerra che avrebbe potuto provocare, mentre Trump non teme affatto Putin.

Al contrario: gli Stati Uniti sono pronti a lasciare mano libera a Putin nella regione, cosa che potrebbe permettergli di prendere di mira gli stati baltici. Ma questo potrebbe anche mettere Zelensky sotto pressione, costringendo lui -o un suo successore- a tornare a Washington in ginocchio per accettare l’accordo originale.

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Stephen Eric Bronner è un politologo, professore di scienze politiche presso il Board of Governors alla Rutgers University di New Brunswick, New Jersey ed è il direttore delle relazioni globali per il Center for the Study of Genocide and Human Rights.

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