In ricordo di quelle donne di 80 anni fa
A partire da questo numero prende il via una nuova rubrica interamente dedicata a figure femminili – legate in qualche modo al nostro territorio – che hanno fattivamente contribuito alla Resistenza e alla lotta di Liberazione. A partire da giugno ogni numero presenterà di volta in volta la storia di una di quelle donne.A partire da questo numero prende il via una nuova rubrica interamente dedicata a figure femminili – legate in qualche modo al nostro territorio – che hanno fattivamente contribuito alla Resistenza e alla lotta di Liberazione. A partire da giugno ogni numero presenterà di volta in volta la storia di una di quelle donne.
Raccontare la Resistenza non è certo un’impresa semplice, basti solo pensare all’impegno messo in campo dalle diverse forze politiche antifasciste e dunque al suo carattere di lotta popolare, politica e militare. Mettere in evidenza l’elevato numero di donne che vi hanno preso parte – ognuna portando con sé la propria storia personale, il proprio vissuto, fatto anche di dubbi, d’incertezza, di coraggio, d’insofferenza, di rabbia, di paura ma pure di concretezza, di freddezza e di incredibile sangue freddo – mi pare rappresenti oggi non solo un tributo doveroso, ma anche una forma di riscatto che vale la pena sottolineare con forza soprattutto se si considera la poca attenzione che si è data a questo loro impegno per moltissimi anni. Non va scordato, infatti, che tutte noi, che siamo venute dopo di loro, abbiamo un immenso debito di riconoscenza nei confronti di “quelle donne” e delle loro battaglie, che di fatto hanno gettato le basi e contribuito a consolidare la libertà di cui noi godiamo oggi.

Tuttora, nelle diverse occasioni pubbliche in cui si affronta la questione resistenziale, si dimentica quasi sempre di trattare non tanto la partecipazione delle donne alla Resistenza, che la storiografia ha indubbiamente affrontato, anche se molto tardivamente, quanto il suo carattere politico. Così la tendenza è di raccontare le resistenti a partire dagli uomini che hanno avuto accanto, o ancora di far rientrare il loro impegno nel solco delle iniziative assistenziali che già a partire dall’Ottocento costituivano l’unico terreno che permetteva alle donne di affacciarsi alla sfera pubblica.
Eppure, almeno le lavoratrici, avevano già affrontato alcune dure lotte politiche a partire da fine Ottocento con gli scioperi delle mondine per l’aumento salariale prima, la rivendicazione delle otto ore lavorative poi, per sfociare infine negli scioperi antifascisti del marzo 1943 che partivano da Torino per estendersi a tutto il nord Italia – nei territori dove la concentrazione operaia era più densa, le fabbriche erano militarizzate e scioperare poteva costare una condanna senza appello. Scioperi che continueranno negli anni successivi fino a fondersi nella Resistenza.
Il 1943 si rivelerà, infatti, un anno cruciale per il regime con la disfatta sul fronte orientale, gli scioperi al nord, la caduta di Mussolini e l’armistizio dell’8 settembre che segnerà una frattura insanabile per il Paese e vedrà le donne entrare in scena da protagoniste: non era mai successo prima, non così numerose e di ogni condizione sociale.
Si tratta del primo moto di ribellione che porterà molte donne ad aderire alla Resistenza nel momento in cui – in seguito all’occupazione nazista di gran parte della Penisola – esse si mobilitano nell’aiuto ai soldati in fuga. Da questo primo slancio di solidarietà prenderà l’avvio anche quella che in seguito sarà l’azione capillare – non solo dal punto di vista organizzativo, ma anche di formazione politica – messa in campo dalle nuove associazioni femminili.
Fu questa una decisione di grande coraggio da parte delle donne che non soggiacendo ad alcun obbligo di leva non erano tenute a una scelta così politica.
Per dare l’idea della partecipazione femminile all’insurrezione vale la pena ricordare alcuni dati: ai Gruppi di difesa della donna parteciparono in 70.000, 35.000 furono le partigiane combattenti, 4.653 le arrestate, torturate e condannate, 2.756 le deportate in Germania nei Lager tedeschi, 1.700 le donne ferite, 623 le fucilate o uccise in combattimento; 512 le commissarie di formazioni partigiane, 19 le medaglie d’oro al Valor militare per la Resistenza (delle quali ben tre di origine o di fatto trentine: Tina Lorenzoni, Ancilla Marighetto, Clorinda Menguzzato), 18 quelle d’argento.
La presenza femminile e soprattutto l’impegno politico messo in campo dalle donne della Resistenza rappresentava quindi una novità dirompente e un punto di rottura nei confronti dell’immagine stereotipata della donna imposta dal regime.
Rispetto a territori come l’Emilia-Romagna o il Piemonte, la Resistenza nella nostra regione non conoscerà la dimensione di movimento di massa tipica di altre zone d’Italia anche perché, all’indomani dell’armistizio, Trento Bolzano e Belluno diventeranno Zona d’operazione delle Prealpi sotto diretto controllo del Reich.
Due sono comunque le partigiane originariedel nostro territorio che ebbero un ruolo fondamentale nella straordinaria rete organizzativa, connotata da una forte impronta politica, che operava nel ravennate: Ines Pisoni e Valeria von Wachenhausen Jülg, entrambe militanti del Partito comunista.
Mentre la dimensione che più si è avvicinata, nelle nostre provincie, ad una rete clandestina capillare e diffusa è quella dell’assistenza al Lager di Bolzano. Nel campo di via Resia, infatti, grazie alla mobilitazione di diverse persone, tra le quali emergono molte donne, si riuscì a mettere in piedi un’organizzazione di straordinaria efficienza in grado di aiutare gli internati e di preparare – grazie ai due comitati di assistenza - quello interno e quello esterno al campo – le loro fughe in stretta collaborazione con il CLN di Milano. Con l’arresto e l’internamento di Ferdinando Visco Gilardi, che coordinava l’organizzazione esterna, dopo un breve periodo di assestamento sarà Franca Turra con l’aiuto di Mariuccia Visco Gilardi a prendere le redini dell’organizzazione clandestina fino alla Liberazione.
Furono prevalentemente donne gli emissari mandati dal CLN di Milano, così come quelle del comitato di assistenza interna e spesso anche chi collaborava dall’esterno, in un impegno corale e diffuso nonostante la difficile situazione in cui versava la città di Bolzano.
Si intuiscono le difficoltà che devono aver affrontato solo leggendo la testimonianza di Enrico Serra – inviato diverse volte a Bolzano da Ferruccio Parri per collaborare con la rete di assistenza – dove nulla si dice del lavoro da loro svolto né nel comitato interno, né in quello esterno al campo (vedi: Testimonianze. Trentino e trentini nell’antifascismo e nella Resistenza, a cura di Vincenzo Calì e Paola Bernardi, p. 444). Inoltre in una sua relazione al CLN di Milano Serra si spinse persino a suggerirne l’esclusione con funzioni direttive dal comitato centrale e di servirsene solo per compiti in sottordine. Questo atteggiamento non rappresentava sicuramente la regola, tanto che alti referenti diedero invece un parere molto positivo, ma è pur sempre un indizio di come fosse difficile far riconoscere e accettare l’importante contributo dato dalle donne.
Anche durante la Liberazione, all’interno dei cortei di partigiani acclamati dalla folla che sfilavano nelle città liberate, di donne se ne vedevano pochissime e comunque quasi sempre senza armi; la loro presenza è stata oscurata, si suggerì alle donne di disertare i cortei per preservare la loro immagine pubblica e scongiurare anche soltanto la memoria di quella promiscuità che le aveva viste combattere e cospirare accanto agli uomini, gomito a gomito, in una vicinanza impensabile per l’epoca e che ora, a bocce ferme, risultava equivoca.
Le donne per la prima volta nel nostro Paese hanno avuto un ruolo centrale grazie alla loro partecipazione alla lotta clandestina che le ha viste protagoniste e che deve aver dato loro una meravigliosa sensazione di libertà e di forza. Dopo quella sorprendente esperienza resistenziale alcune hanno continuato l’impegno politico e civile, nell’Udi (Unione donne italiane), nei sindacati, nei partiti, nell’Assemblea costituente prima, portando il loro contributo alla stesura della Costituzione e nelle aule parlamentari poi.
Tuttavia già nel 1947 in un articolo dall’eloquente titolo “Onore alle donne della Resistenza!” (in Noi Donne, 15-30 aprile) che varrebbe la pena ripescare, le comuniste segnalano l’ingiustizia del fatto che nessuno sembri ricordarsi più di loro, di essere state escluse dai comitati direttivi delle associazioni partigiane, di non aver visto riconosciuti i gradi di combattimento, ricordando inoltre che a quelle donne e alla loro lotta “dobbiamo il riconoscimento dei diritti politici, giuridici, economici, sociali che la Costituzione Repubblicana sancisce”.
Molte, dopo la Liberazione, sono rimaste deluse del fatto che il loro contributo finisse con l’essere dimenticato, hanno quindi ritenuto inutile dare voce alla loro storia personale, si sono ritirate dalla vita pubblica e spesso non hanno neppure voluto presentare la domanda per la qualifica di partigiano combattente o quella di patriota.
Donne troppo spesso dimenticate, donne cui non si è dato lo spazio per raccontare, per presentarsi, lo spazio che in fondo era loro dovuto.

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Paola Bernardi fa parte dell’ANPI del Trentino