Un artista rigoroso
“Luigi Bonazza. Tra Secessione e Déco” Rovereto, Mart, fino al 3 maggio .
La mostra Luigi Bonazza. Tra Secessione e Déco, allestita al Mart di Rovereto a quarant’anni dall’ultima grande retrospettiva dedicata all’artista, rappresenta un passaggio decisivo nella rilettura critica di una figura centrale ma a lungo rimasta ai margini del canone novecentesco italiano. Curata con rigore da Alessandra Tiddia, l’esposizione si propone non come semplice omaggio celebrativo, bensì come una ricostruzione complessa e stratificata di un percorso artistico che attraversa, con coerenza e ostinazione, i grandi snodi culturali dell’Europa mitteleuropea tra fine Ottocento e primo Novecento.
Il titolo individua con precisione la tensione che attraversa l’intera vicenda di Bonazza: da un lato l’impronta profonda della Secessione viennese, assimilata negli anni di formazione alla Kunstgewerbeschule sotto la guida di Franz von Matsch e nel dialogo diretto con il mondo di Gustav Klimt; dall’altro l’approdo a un Déco personale, mai puramente decorativo, ma carico di valori simbolici, etici e civili. Il percorso espositivo segue un andamento cronologico e tematico che permette di cogliere la continuità di questa visione, evitando letture frammentarie o meramente stilistiche.
Il fulcro ideale e visivo della mostra è il celebre trittico La leggenda di Orfeo, posto non solo all’inizio del percorso, ma simbolicamente al centro dell’intero itinerario. In quest’opera Bonazza condensa il proprio autoritratto spirituale: l’artista come mediatore tra arte e vita, come custode di un ideale di bellezza assoluta chiamato a resistere alle fratture della storia. Attorno a questo nucleo si sviluppa una narrazione che intreccia pittura, grafica, incisione, arti applicate e decorazione monumentale tridimensionale, restituendo appieno l’adesione dell’artista al concetto di Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale).

Particolarmente efficace risulta il confronto diretto con le fonti viennesi: opere, documenti e modelli visivi di Klimt, Matsch e dell’ambiente secessionista non sono presentati come semplici antecedenti, ma come elementi di un dialogo vivo e duraturo. Bonazza non è mai un epigono: rielabora i modelli simbolisti e decorativi in una lingua personale, riconoscibile nella resa ieratica delle figure, nella luminosità ottenuta attraverso una tecnica puntiforme e nella sospensione temporale, quasi astratta, che caratterizza volti e corpi.
La mostra affronta con lucidità anche i nodi più problematici della sua produzione, a partire dall’impegno civile e patriottico durante la Prima guerra mondiale, si vedano i lavori dedicati a Cesare Battisti. Le incisioni dedicate ai martiri trentini e al mito dell’eroe alato, alimentato dal dialogo con d’Annunzio (vari i documenti d’archivio esposti) e con l’impresa aeronautica Caproni, rivelano un artista profondamente coinvolto nel proprio tempo, capace di tradurre il trauma storico in immagini di intensa forza sacrale.
In queste opere, la retorica patriottica si intreccia a una visione simbolica che evita la facile esaltazione e punta piuttosto a una mitizzazione tragica, sinbolica del sacrificio.
Di grande interesse è anche la sezione dedicata alla decorazione pubblica e religiosa degli anni Venti e Trenta, dove emerge il rapporto dialettico con il contemporaneo, in particolare con figure come Depero. Bonazza rimane estraneo alle avanguardie, ma non per questo inattuale: la sua scelta di continuità, quasi di resistenza, appare oggi come una posizione consapevole, radicata in un’idea etica dell’arte. I paesaggi e i ritratti dell’ultima fase, infine, segnano un progressivo isolamento ma anche una sorprendente libertà poetica, dove la tecnica pointilliste diventa cifra intima e meditativa.
L’allestimento, sobrio ed elegante, accompagna senza sovrapporsi, lasciando spazio alla densità delle opere – circa 300, 206 delle quali di Bonazza – e alla complessità del racconto. Nel suo insieme, la mostra restituisce l’immagine di un artista colto, rigoroso, irriducibile alle semplificazioni storiografiche. Bonazza emerge come figura ponte tra mondi culturali e temporali diversi, fedele fino all’estremo a un’idea di bellezza come principio morale.
Una riscoperta necessaria, che invita a riconsiderare il ruolo della cultura mitteleuropea nella formazione dell’arte italiana del Novecento e a interrogarsi, ancora una volta, sul rapporto tra arte, storia e responsabilità individuale.

Pittore, scenografo, illustratore e fotografo di viaggio, Berman fu protagonista del neo-romanticismo, unendo modernità e tradizione classica in paesaggi onirici e malinconici. La mostra ripercorre le tre fasi della sua carriera cosmopolita: esordi parigini negli anni '20-'30 tra le avanguardie; successo americano (1935-1957) con scenografie per teatri come il Metropolitan; approdo a Roma dal 1958. Oltre 100 dipinti, disegni, foto, reperti archeologici collezionati dall'artista, documenti e materiali d'archivio rivelano la sua poliedricità artistica. (v. s.)