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Perché non è una buona idea

L’Europa e il piano di riarmo.

Le vicende del nostro mondo sono giunte a una di quelle fasi di interregno che costellano la storia passata: il paese egemone, almeno dalla seconda guerra mondiale, oggi non è più il dominatore assoluto del pianeta; ma il nuovo ordine multipolare emergente dai fatti stenta a imporsi. Siamo appunto in una fase di interregno, di confusione verrebbe da dire, ma le linee di sviluppo sono ormai chiarissime. La domanda non è quando il nuovo ordine si affermerà compiutamente, ma piuttosto come e quanto a lungo intende il vecchio egemone resistere. Perché è evidente che gli Stati Uniti non hanno intenzione di vedersi scippare l’egemonia senza dare battaglia, per ora sul piano economico-commerciale come mostra la battaglia in corso sui dazi reciproci tra USA e resto del mondo e in particolare tra USA e Cina. Altrettanto chiaro è che dal vertice BRICS di Kazan dell’ottobre 2024 in poi, si è definitivamente cementata e potenziata una alleanza di paesi che hanno nei fatti imposto un’altra direzione alla storia, il cui sbocco è il pieno riconoscimento di un nuovo ordine multipolare. Ma ci si può illudere che, da questo interregno, si uscirà solo quando emergerà un chiaro vincitore dalla guerra dei dazi? E che il probabile sconfitto, gli Stati Uniti, si ritirerà dalla tenzone in buon ordine, facendo buon viso?

Il cosiddetto “teorema di Tucidide” non lo prevede: la potenza declinante tenterà sempre e con ogni mezzo di distruggere la potenza crescente, almeno finché conserva un vantaggio militare. E i fatti sembrano confermarlo: l’America di Trump scalpita per chiudere la grana ucraina e magari pure quelle di Gaza e dell’Iran, per potersi concentrare sul fronte del Pacifico, dove si segnalano preoccupanti indizi di una preparazione allo scontro, anche militare, benché non immediato. La Cina, costruendo moderne portaerei e sottomarini nucleari, ha accelerato i suoi programmi di realizzazione di una flotta militare in grado di competere con quella americana; inoltre, sta accelerando la costruzione di ordigni atomici il cui numero stimato raggiungerà a breve un migliaio di testate, lontano dalle 7000 di USA o Russia, ma pur sempre ragguardevole, specie se si considera che la tecnologia missilistica cinese è oggi più avanzata di quella americana. Gli Stati Uniti, da parte loro, per colmare il gap hanno accelerato i programmi di costruzione di missili ipersonici e stanno concentrando forze militari ingenti nell’Indo-Pacifico, rafforzando l’alleanza con le potenze locali: Giappone, Australia e India in primis. C’è perfino alla bisogna, molti analisti lo segnalano da tempo, un casus belli già bell’e pronto: la minacciata invasione di Taiwan.

Ma davvero, ci si chiederà, gli Stati Uniti progettano di abbandonare la questione ucraina al suo destino, lasciando che Russia e Europa se la vedano da soli? L’Europa, in particolare, sembra tutt’altro che felice di chiudere la guerra ucraina seguendo i desiderata di Trump, e si straccia le vesti di fronte al supposto cinismo del presidente americano per la sorte, ormai segnata, della povera Ucraina martoriata da tre anni di guerra. E, alquanto velleitariamente, l’Europa si propone di prendere il posto degli USA come primo sostenitore finanziario e militare dell’Ucraina allo scopo dichiarato di permettere a quel Paese di sedere al tavolo del futuro negoziato di pace con la Russia in posizione più forte. Francia e Inghilterra vorrebbero dar vita a una “coalizione di stati volonterosi” che mandino truppe di supporto/garanzia della pace in Ucraina (ma gli inglesi, se necessario, manderebbero anche un vero corpo di spedizione militare pronto a combattere). Proprio la formula della “coalizione dei volonterosi” suggerisce che l’Europa si è spaccata e, appunto, solo pochi Paesi di “buona (?) volontà” (oltre a Francia e Inghilterra, la Polonia e gli Stati baltici) potrebbero imbarcarsi nella nuova avventura.

Gli analisti militari fanno osservare che i magazzini di armi dei Paesi europei sono stati svuotati dagli aiuti militari donati in tre anni all’ Ucraina e che le industrie belliche europee hanno bisogno di anni anche solo per rimpiazzarli. Ma i vertici europei non demordono e hanno lanciato il programma “Rearm Europe” di 800 miliardi di euro, 650 dei quali dovranno essere ricavati dai bilanci nazionali e 150 da prestiti. Più facile a dirsi che a farsi.

L’Italia ha subito messo le mani avanti, in sostanza dicendo che non potrà raggiungere neppure lontanamente gli obiettivi del riarmo, stante la sua sempre pesante situazione debitoria, né spingere la quota di PIL dedicata alle spese militari oltre quel 2% che in realtà è la soglia minima per garantire una qualche prontezza militare. Crosetto, a questo riguardo, è stato esplicito: l’Italia in caso di guerra non potrebbe difendere le sue basi e le sue città, perché semplicemente non ci sono missili anti-aerei sufficienti; la stessa flotta italiana ha attualmente in dotazione meno di un centinaio di missili anti-aerei, il che significa, oggigiorno, avere non delle navi pronte al combattimento ma bare galleggianti alla mercé dei missili antinave dell’ipotetico nemico neppure troppo grande (tipo gli Houthi, insomma). In Francia analoghe considerazioni sono state fatte dai responsabili dell’Armée. E questo a prescindere delle proteste già ovunque montanti in Europa contro l’idea di sperperare 800 miliardi in armi, tagliando inevitabilmente sulla spesa sociale, l’istruzione, l’assistenza ecc.

A ben vedere, oggi solo la Germania sembra saldamente convinta della bontà del piano di riarmo. Il Paese sconta decenni di scarse spese militari che hanno ridotto le sue forze armate a uno stato di totale impreparazione, compromettendo – questa è la versione ufficiale – le possibilità di difesa da una qualsiasi aggressione. Ma la ragione profonda secondo alcuni osservatori sarebbe un’altra. L’industria tedesca è entrata in crisi per effetto di una doppia mazzata: la fine dal 2022 del rifornimento di gas a buon mercato dalla Russia e l’emergere della industria automobilistica cinese. Il gioiello dell’industria tedesca, il settore auto che ha dominato l’Europa e i mercati mondiali sia con le vetture di alta fascia sia con quelle di fascia medio-bassa, è in crisi nera. Anche ammesso che la Russia, dopo la pace con l’Ucraina, possa tornare a rifornire l’industria tedesca di gas a prezzi stracciati, il problema non si risolve, perché le auto cinesi di alta o bassa gamma sono e resteranno più economiche di quelle prodotte in Germania (e nel resto dell’Europa).

Dalle auto ai carri armati

E qui si inserisce la “lezione” americana: gli USA notoriamente non esportano che in minima parte le loro costosissime auto, ragion per cui il settore si è andato negli anni riducendo (e delocalizzando all’estero); ma, in compenso, è cresciuta a dismisura l’industria militare, solidamente appoggiandosi a settori della finanza e soprattutto della politica con una intensa attività di lobbying. Di qui la “grande” idea di Ursula von der Leyen e degli altri grandi pensatori della sua squadra: puntiamo a una rapida riconversione dei lavoratori dal settore auto a quello degli armamenti. In pratica, se il progetto Riarmo andasse a buon fine (almeno per la Germania…), moltissimi operai e impiegati tedeschi del settore auto non avrebbero neppure bisogno di cambiare fabbrica o città, semplicemente comincerebbero a produrre per il settore militare invece che per quello automobilistico: carri armati piuttosto che auto.

È una buona idea? Ci sono due risposte: no, non è una buona idea se il mondo resta in pace; lo è in teoria se il mondo si prepara a lunghe guerre, magari non la paventata III Guerra Mondiale, ma solo una “guerra mondiale a pezzi”, per citare la famosa frase di Papa Bergoglio. Il modello è lì, sotto gli occhi di tutti, è l’America degli ultimi 50 anni, dalla guerra del Vietnam degli anni '70 a quelle successive, arrivate puntualmente ogni 10-20 anni: la prima guerra in Iraq e la seconda, la guerra in Libia, la guerra in Afghanistan, la guerra in Siria, la guerra in Ucraina, la guerra in Yemen… Con le guerre si possono fare affari a go-go. Gli USA hanno prosperato con questo sistema industriale basato su una grande industria militare, una finanza che la segue e la cura amorevolmente, una politica che di volta in volta individua il nemico verso cui dirigere la potenza distruttiva, per poi, a guerra finita, lanciarsi da vincitori nel bengodi della ricostruzione, altro business…

La domanda è: l’Europa con il piano di Riarmo, vuole seguire la stessa strada? A parte le considerazioni di carattere etico, che ognuno può trarre da solo, altre ve ne sono che sconsigliano vivamente di seguire gli americani e il loro modello di business basato, sintetizzando, sul trinomio: industria militare, guerre continue, ricostruzione. In primis, gli USA godono di un privilegio geografico: grazie a due oceani che li abbracciano a est e a ovest, sono lontani dai teatri di guerra. In secondo luogo, con il tempo gli USA hanno imparato a far fare le guerre (il lavoro sporco) agli altri: oggi per loro combattono gli ucraini in Europa dell’Est e gli israeliani in Medio Oriente, con armi americane, servizi satellitari americani e, soprattutto, per realizzare obiettivi americani. Facile rendersi conto che l’Europa non gode del privilegio geografico: per esemplificare, non abbiamo un oceano che ci separa dalla Russia. Ancora, per alimentare la futura grande industria della difesa europea sarebbe necessario inventarsi nuovi nemici e nuove guerre senza fine. Ma poi, chi ha detto che gli Stati Uniti, oggi il paese che esporta le sue armi in mezzo mondo, tollererebbe la crescita di un competitore potenzialmente capace di superarlo nel medio periodo? In conclusione, la proposta dei grandi pensatori di Bruxelles non sembra proprio una buona idea.

Un’idea più modesta in fondo ce la sta suggerendo proprio il rude Trump: sedersi al tavolo delle trattative con Putin, mettere da parte le sanzioni anti-russe con cui l’Europa ha fatto stoltamente hara-kiri, tornare a importare il loro gas, il loro grano, i loro fertilizzanti, il loro olio di girasole a prezzi buoni, ad accogliere i loro turisti chiassosi e spendaccioni… come ai bei vecchi tempi. Ma una idea così semplice e pacifica può venire mai in testa a politici piccoli piccoli come Starmer, Macron e Ursula von der Leyen (stendendo un velo per carità di patria su quelli nostrani)? Ne dubitiamo.

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