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QT n. 1, gennaio 2026 Monitor: Cinema

Incanto, fascinazione, artificio “Avatar – Fuoco e Cenere” di James Camron

Dopo cinque anni d’attesa Babbo Natale è tornato a portare il regalo sotto l’albero della cinematografia italiana. E Babbo Natale si chiama Checco Zalone, che con il suo ultimo film Buen Camino, alla quarta giornata di programmazione, è già in testa alle classifiche degli incassi dell’anno con oltre 20 milioni, e procede spedito ad una media di 5 milioni al giorno, raddoppiando così gli incassi medi dello scorso anno. In molti storcono il naso, ma c’è poco da fare gli schizzinosi, così funziona da sempre questa nostra realtà produttiva. Fin da quando con i soldi dei film di Totò, che costavano poco e rendevano moltissimo, si producevano anche i film di Fellini, che costavano molto e incassavano poco. Il fatto è che di questi exploit si avvantaggiano tutti: attori, registi, produttori, maestranze, distributori, esercenti. Zalone, insomma, è il salvatore dell’industria nazionale, il PNRR del cinema Italiano, con la differenza che non elargisce prestiti, ma incassa sonanti ricavi.

Certo, obietterà qualcuno, è facile se nelle sale più commerciali si propone massicciamente quel film. Per fare due esempi nord-sud, alla multisala (12 sale) UCI Cinema di Molfetta, il film è in proiezione in 34 (dico 34) orari diversi al giorno. Nelle 6 sale dell’UCI Cinema di Bolzano in 13 orari diversi. Va bene, ma poi bisogna pure riempirle le sale. E per farlo ci vogliono prodotti popolari, possibilmente divertenti, adatti a tutti i pubblici per lo svago collettivo. Dopo di che starei attento a fare un discorso di qualità artistica e di critica socio/culturale. Primo, perché a quanto pare Buen Camino non è un film così tremendo, e, secondo, perché nel tempo abbiamo visto rivalutare anche le produzioni più schifate, che in una prospettiva storica acquistano un nuovo valore e nuova considerazione. Infine, perché, anche se questo forse non è il caso, in molti hanno tentato di coniugare qualità e business.

Ed eccoci allora ad Avatar 3 – Fuoco e Cenere, al secondo posto nella classifica italiana degli incassi, col suo regista James Cameron che da sempre ambisce alla fusione di questi due aspetti, cercando nella spettacolarità più avanzata una dimensione contenutistica ed autoriale, sulla stessa scia di Spielberg, Scott, Zemeckis, Howard, per citare alcuni esempi noti ed affermati.

“Avatar – Fuoco e Cenere”

Premessa: l’altro giorno alla televisione mi è capitato di vedere un frammento del primo Terminator, del 1984, sempre di Cameron. Sono rimasto impressionato dall’economica artigianalità degli effetti speciali e della rappresentazione del futuro. Mi ha suscitato un misto di sorpresa e tenerezza. Eppure il film è tutt’oggi considerato un classico della fantascienza: per la fusione di tecnologia e umanità, per l’importanza della dimensione temporale, per il finale ad altissima tensione e per la scarsa espressività di Schwarzenegger, messa a disposizione di un ruolo che di quel punto debole faceva la propria forza. Ma in buona parte anche perché ancora non eravamo abituati agli effetti speciali sorprendenti e dominanti della nostra contemporaneità.

Al contrario, oggi visivamente ci possiamo permettere e in fondo ci aspettiamo tutto l’immaginario concepibile. Tutto è possibile nell’ambito della raffigurazione cinematografica. Tanti film ce l’hanno dimostrato, fin dal primo Avatar del 2009, che ne è stato un esempio strepitoso.

Così con Avatar 3 Fuoco e Cenere, la creazione del mondo di Pandora è sempre, e sempre più, meravigliosamente fantasiosa: nei protagonisti, negli ambienti, nella fauna e nella flora. Tutto l’immaginario è affascinante e favoloso, come quando negli anni ’70 ci immergevamo nelle copertine dei dischi disegnate da Roger Dean, spesso molto più belle della musica contenuta. Ed è un piacere ritrovare fin dalle prime sequenze di questo nuovo film le vertigini dei voli turbinanti a cavallo di fulminei draghi alati. Così come le immersioni nelle profondità della natura selvaggia, in quella degli universi sottomarini, sempre con la fascinazione di quei corpi indigeni. Ma anche nelle spettacolari e funamboliche battaglie o nei contesti tecnologici futuribili.

Tutto qui è ancora emozionante anche se già visto e quindi non come la prima volta. Ma se in buona parte di Avatar 1 l’avventura emozionante era l’esplorazione dell’ignoto, l’incontro/confronto col mondo di Pandora, le sue meraviglie e le sue minacce, da parte di un umano diventato avatar per viverci, qui, assodato che gli avatar, così come i nemici umani ci possono vivere, oltre ai soliti umani, la nuova sfida e minaccia sono gli altri popoli indigeni, alleati a quegli umani che questo mondo vogliono dominare e sfruttare. Quindi nel terzo capitolo c’è una riconduzione del tutto alla dimensione più antropocentrica costituita da: armi, guerra, vendetta, colonialismo, conflitti, odio, razzismo, emarginazione, sensi di colpa, frustrazioni, rifiuto degli altri. Così le contrapposizioni, non sono più quelle della sintonia con la natura contro il suo sfruttamento, dell’etica dell’equilibrio e del rispetto di fronte all’egoismo e al profitto, della spiritualità contro la materialità, ma più umanamente dei leader maschi contro le generali femmine, delle diverse tribù in conflitto, dei genitori contro i figli, dell’acqua contro il fuoco.

E a sostanziare il tutto ecco i riferimenti biblici, i temi della paternità e maternità, la morte e rinascita, il culto degli avi, il valore della famiglia, le ferite dei sensi di colpa, le ribellioni e la crescita e le difficoltà nell’accettazione degli altri.

E non sorprende che la seduzione del male sia incarnata dalla carnalità della cattivissima ed inebriante strega Varang (Oona Chaplin), che surclassa nella sensualità ostentata, componente profonda del film, la diretta nemica, contrita e rabbiosa Neytiri (Zoe Saldana). Come non sorprende che in tanta guerra, battaglie, esplosioni, mitragliate, affondamenti e sfracelli vari si arrivi come al solito, come in un qualsiasi western, alla scazzottata finale tra il buono e il cattivo.

Avatar fuoco e cenere è in definitiva ciò che ci si aspetta: incanto e fascinazione. Ma il tentativo di innovazione rischia di perdersi in una durata eccessiva, in una complessità artificiosa e in un antropocentrismo che riporta troppo a Terra il fantastico mondo di Pandora.

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