Un pastrocchio
“Marty Supreme” di Josh Safdie
Nella New York del 1952, il giovane Marty Mauser lavora come commesso in un negozio di scarpe di proprietà dello zio Murray. Parallelamente pratica il tennistavolo a livello professionistico. Il suo obiettivo è vincere il British Open e diventare così ricco e famoso.
E viene veramente da chiedersi che cosa abbia entusiasmato i membri dell’Academy che hanno attribuito ben 9 candidature Oscar a un film dal protagonista truffaldino, cialtrone e arrogante, che finisce per spacciarci come vittoria la sonora sconfitta di tutte le sue ambizioni. Per non parlare dell’assiduo ritmo ansiogeno e concitato, artificialmente indotto per stare al passo con le esaltazioni del protagonista. Un film che pare infine rivendicare la sua anarchia utilizzando opportunisticamente una colonna sonora per metà di musica anni ’80, in un contesto storico dei ’50. Insomma, cosa è piaciuto di un film in cui tutto suona falso, compresso ed artificiosamente montato, a partire dalla durata di 150’? Mah! L’artificio del cinema?
Sarà, ma a guardarla bene questa grande rivelazione hollywoodiana appare piuttosto un pasticcio che mescola deliri febbricitanti alla Scorsese, glamour sensuale alla Todd Haynes, parabole kubrickiane, violente sgradevolezze alla Abel Ferrara, truffaldine cialtronerie alla Bogdanovich, senza riuscire ad essere niente di tutto questo. Forse perché il film è tutto sulle spalle del protagonista, l’attore Timothée Chalamet che è indubbiamente bravo nella parte del giovane Marty Mauser: duttile, istrionico, rutilante, belloccio, ma purtroppo anche onnipresente fino all’asfissia. Al punto che presto serpeggia il sospetto di un film fatto apposta per lui, come sfida di maestria ed abilità in un ruolo ambiguo, che contrappone simpatica cialtroneria e drammatica rozzezza, allo scopo di far trionfare la fascinazione per l’attore sulla respingente falsità del personaggio. Cosa che aveva funzionato benissimo col personaggio di Howard Ratner, in Diamanti grezzi, interpretato da Adam Sandler, e diretto dallo stesso regista Josh Benny nel 2019. Mentre qui il tentativo di replica del medesimo squilibrio delirante e vagabondo deraglia nella durata e nell’insistenza, rivelando progressivamente un Marty egoista, antipatico, manipolatore ed artificioso. Difetti che per proprietà transitoria si trasmettono a tutto il film.
Intendiamoci, non è che un protagonista debba essere per forza un eroe senza macchia e senza paura. Al contrario abbiamo amato quantità di disgraziati che ci hanno affascinato con le loro follie. Come il Ray Liotta di Quei bravi ragazzi, col quale Marty condivide certa furia paranoica. Così come certo delirio esaltato di Nicholas Cage in Cuore Selvaggio.

Ma allora perché Marty Mauser non ci appassiona altrettanto? Perché oltre ad essere tenace ma insopportabilmente presuntuoso, ambizioso, è sprezzantemente arrogante, la sua ossessione non diventa mai la nostra. Ma soprattutto perché trasferisce alla necessità della vittoria una serie di valori esistenziali ed identitari infantili, che farebbero bene a rimanere confinati nel campo dello sport, piuttosto che della filosofia di vita.
Contestualmente furbastra appare così anche l’adozione di una colonna sonora in gran parte diacronica rispetto all’epoca. Con l’urgenza ritmico/armonica di un brano come Change, e l’epica di Everybody want to rule the world dei Tears for Fears, opportunisticamente strumentalizzate per coinvolgerci in una forzata dimensione di falsa spiazzante leggendarietà.
Insomma, è più che comprensibile che un ragazzotto ebraico col dono dell’abilità nel ping pong, voglia ambire a qualcosa di più che diventare manager di un negozio di scarpe, nella fervida New York degli anni ’50. Ma se poi il nostro Marty, in una sceneggiatura ossessiva, tra scelte cinematografiche stilisticamente discutibili, finisce per essere presentato come una specie di dio in terra cui tutto e dovuto, e quello che non arriva è causa di ingiustizie e persecuzioni, allora la nostra simpatia per il personaggio e conseguente apprezzamento per il film se ne vanno da qualche altra parte.
Vogliamo leggerci anche una qualche metafora della contemporaneità? Accomodatevi.