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QT n. 4, aprile 2026 Servizi

I giovani: indignazione e Costituzione

Il No al referendum italiano e l’opposizione americana a Trump. Visti dall’americanista Mario Del Pero

Con Mario Del Pero, originario di Cavalese e professore di Storia internazionale e Storia degli Stati Uniti a Sciences Po (Parigi), prossimamente a Trento per il Festival dell’Economia, avevamo già discusso (QT di novembre) i temi del suo ultimo libro “Buio americano. Gli Stati Uniti e il mondo nell'era Trump”. Riprendiamo quel discorso alla luce delle ultime accelerazioni del trumpismo, e dell’inaspettato protagonismo dei giovani sia nel NO al recente referendum, come pure nella drammatica difesa dei deboli a Minneapolis.

Nel voto del referendum, tra i vari temi, vorrei focalizzarne uno che ci sembra particolarmente rilevante: la difesa della Costituzione. Tutti i referendum costituzionali - tranne quelli che non intendevano stravolgere il dettato, ma completarlo - sono stati respinti. Insomma, la Costituzione in tempi difficili viene vista come una difesa. In questa temperie, poi, abbiamo avuto l'esempio contrario: quando si travolge il sistema dei contrappesi istituzionali, come sta facendo Trump, si va in una direzione che non solo è poco bella dal punto di vista democratico, è anche disastrosa, vedi i risultati dell’attuale guerra con l’Iran.

La domanda mi porta un po’ fuori dal mio terreno, faccio l'americanista anche perché l'Italia l'ho sempre capita poco. Però non mi sottraggo alla domanda, che vedo connettersi con l’attuale situazione americana.

Quello che ho visto nel referendum italiano, al di là di altri specifici elementi, è stata la reazione a una certa arroganza istituzionale semi-autoritaria. Tale ritengo fosse il tentativo di modificare la carta costituzionale, che è la carta di tutti, a colpi di ordini esecutivi o di iniziative unilaterali da validare per via referendaria. E questo non è stato accettato da un pezzo di mondo giovanile un po' più consapevole, che oltretutto immagino conosca quali siano le matrici culturali di chi ci governa.

Insomma, si riferisce al voto dei giovani.

Certamente. Ora, teniamo presente che i giovani sono quelli più catturabili dal messaggio del cambiamento, dalla cultura della trasformazione, e quindi in teoria il messaggio di rottura\trasformazione è quello che avrebbe dovuto portare al loro Sì. Invece in questo snodo storico, se c'è una cosa che muove tanti giovani, anche se magari hanno poca attenzione verso la politica, è la risposta all'autoritarismo. E a mio avviso l'arroganza autoritaria è apparsa chiara durante tutta la discussione sul referendum italiano, ma è un fenomeno che vedi anche negli Stati Uniti, come si è osservato nelle grandi manifestazioni anti Trump, nelle quali i giovani hanno un ruolo importante. Vedi a Minneapolis: sono stati uccisi due trentenni, non gente di 50-60 anni, e a protestare c'erano tanti giovani e giovanissimi. Poi come questo possa concretizzarsi elettoralmente, è tutto da vedere.

Approfondiamo questa impostazione anti Trump.

È contro Trump non come persona, ma contro il Trumpismo come ideologia, come modo di guardare alla politica e ai rapporti mondiali. Ad essere ritenuta insopportabile dai giovani è l’ingiustizia, è la prevaricazione, l'arroganza: tutti elementi bene espressi dai governi di destra, incluso quello italiano.

Presento un'obiezione. Storicamente, abbiamo avuto anche l'adesione entusiastica dei giovani al fascismo e al nazismo, che predicavano il diritto del più forte, della razza superiore mentre le altre sono nulla: gli slavi sono inferiori, quindi andiamo a prenderci la Russia, gli sporchi negri sono scimmie e ci prendiamo l’Etiopia...

Ma lo spunto iniziale è stata la ribellione a un'ingiustizia, la Vittoria mutilata per il fascismo, e per il nazismo la vessazione imposta alla Germania con il trattato di Versailles, e poi le minoranze tedesche discriminate in Polonia e in Cecoslovacchia. Se pensiamo all'ascesa di Hitler, è stata tutta centrata sul vittimismo per la Germania punita e i tedeschi non rispettati, e così Mussolini...

Ma alle ultime presidenziali quale è stato il voto giovane per Trump?

Nel 2024 i giovani hanno votato più per Kamala Harris che per Trump. Per lui si erano espressi i giovani maschi con bassi livelli di istruzione, gli ispanici e anche un po' di neri. Ora il voto nero lo ha perso, e anche i giovani ispanici è difficile che lo rivotino, per poi magari ritrovarsi il cugino spedito in un carcere nel Salvador. E difatti questo hanno confermato gli exit poll e le analisi seguite al recente voto nel New Jersey, dove c'è una consistente minoranza ispanica.

E il giovane bianco povero, tipo quello della gang dei Jets in West Side Story?

Se tu incroci alcuni parametri fondamentali - razza, genere, istruzione e reddito - viene fuori l'ideale tipo dell'elettore trumpiano: maschio, bianco, a basso livello d’istruzione e reddito modesto. In quel segmento elettorale Trump stravince, 75 a 20. Vince lui, considera che Clinton lì pareggiava. E quanti sono questi maschi bianchi a bassa istruzione? Quasi il 20% della popolazione, un quinto dell'elettorato. Se tu democratico perdi un quinto dell'elettorato 20 a 75, poi non è semplice recuperare da altre parti quei voti.

Questo nel ‘24, e ora?

Credo che su questo blocco di voti non siano cambiate tanto le cose. I sondaggi sulla guerra in Iran, a dispetto di quel che si dice, non dimostrano una spaccatura nell'elettorato Maga: tu hai i giornalisti di destra anche estrema come Tuck Parson e Meg Kelly, estremamente critici con gli interventi di Trump, però poi vai a vedere nel mondo Maga e il sostegno al presidente rimane quasi inalterato: un 40% di americani è favorevole all'intervento, un 40% di americani apprezza ancora Trump.

Però con il 40% non vinci: nel 2024 aveva vinto perché a quel 40% aveva aggiunto altro, gli elettori mobili, indipendenti, i già citati giovani ispanici.

Quel 40% ci mostra una forza, perché è tanto ed è inscalfibile, Trump lo controlla come vuole, qualsiasi cosa faccia, lo segue; ma è anche una debolezza, perché è insufficiente per vincere le elezioni, e gli elettori non Maga che lo avevano votato, oggi, con la guerra in Iran li sta perdendo.

Manifestazioni anti-Trump negli Stati Uniti e in Italia.

Si dice che ci potrà essere un’erosione ancor più significativa del voto trumpiano se ci sarà un incremento dell’inflazione, se il prezzo della benzina salirà e così via...

Nell'immaginario politico statunitense c'è poco di simbolicamente più importante del prezzo del mitico gallone di benzina: oggi è arrivato a 4 dollari, mentre era sotto i tre fino a due settimane fa. E se si accendono spirali inflazionistiche, non si possono tagliare i tassi. Tutto ciò si riverbera su una crescita economica che sta generando pochi posti di lavoro e di bassa qualità.

Ora, quando guardiamo i sondaggi, per me il parametro più importante è l'indice di fiducia dei consumatori: era già basso al momento dell’insediamento di Trump, ora ha perso altri 10 punti, è al livello minimo dell'ultimo mezzo secolo, inferiore persino a quello della grande crisi finanziaria del 2008-2009.

Non è che ci sia una sfiducia generalizzata indipendente da Trump?

Io credo che con la pandemia l’America abbia riscoperto l'inflazione; e che un pezzo d'America viva ancora con la nostalgia degli anni prima del 2008, quando impazzava il credito facile, e ora rimane forte il sogno di poter tornare a quel Bengodi. Tutto ciò crea sfiducia che alimenta altra sfiducia.

Questo è un discorso sistemico: l'America in crisi strutturale. Concordi con quello che scrive Lucio Caracciolo: “L'America è un colosso ferito, sanguinante. Quindi disposto a tutto”?

Per me è una rappresentazione eccessiva. Direi che gli Stati Uniti sono un paese che fa fatica ad accettare una riduzione relativa del proprio ruolo nel mondo, in cui rimane sì l’attore principale, ma non più dominante. Il risultato è che esiste un pezzo d’America che non accetta questo, quando invece dovrebbe fare i conti con i nuovi limiti ai suoi privilegi, quasi imperiali.

Ritorniamo ai giovani in America e alla loro reazione al trumpismo. Ci sono le motivazioni democratiche, perché si sta toccando con mano che se ti allontani dalla democrazia, deraglia anche l’azione di governo (lo slogan “We need no kings”, non vogliamo re). Accanto c’è anche una motivazione solidaristica, diciamo socialista, nel rifuggire da una società dominata dal pregiudizio razziale e dalle ragioni e interessi del più ricco?

Io credo che il motore più potente sia stato l'indignazione. L'indignazione per l'abuso di potere. l'indignazione per il sistematico sfregio delle regole. L'indignazione per la violenza, che è stata la cifra distintiva di questa amministrazione, della sua retorica, della sua postura, delle sue azioni segnate dalla violenza e dalla crudeltà. Il potere che esibisce la propria crudeltà (tipo le foto trionfanti di fronte a immigrati seminudi accatastati in carcere ndr) ha amplificato quest'ondata di indignazione.

Manifestazioni anti-Trump negli Stati Uniti e in Italia.

Poi, c’è stato il motore solidaristico. Minneapolis ha smentito tutti gli assunti di Trump o dei suoi. L'assunto di base era che con la violenza metti in riga chi dissente: metti in carcere un po' di studenti, semplicemente perché hanno scritto un editoriale sul giornalino scolastico, e questi non manifesteranno più. Emani un ordine esecutivo contro gli studi legali e questi capitoleranno. Minacci di definanziare le università e queste abbasseranno la testa. E ha funzionato all'inizio, per alcuni mesi, ma a un certo punto tanta gente, tante istituzioni la testa l'hanno rialzata. A Minneapolis si è formata una grande coalizione interrazziale ed intergenerazionale. Facevano 20 gradi sotto zero, rischiavi di essere ucciso a revolverate, due persone sono morte, eppure la gente è stata in strada per delle settimane, per filmare, testimoniare gli abusi. Permettimi di dire che io mi sono addirittura commosso quando ho visto questa gente col telefonino che filmava gli ICE, che poi gli sparano, ma in contemporanea c'erano anche gli altri che filmavano e non sono scappati. E lì ha vinto l'idea che al dispiegamento di forza, crudeltà e violenza, ci si può opporre, lo puoi respingere. Che cosa induce un infermiere 36enne a rischiare la vita passando le giornate in strada, a filmare abusi, ad aiutare degli sconosciuti che magari veramente sono immigrati presenti illegalmente? Rischi il lavoro, rischi il carcere, rischi la vita; eppure l'hanno fatto. E in due l'hanno persa la vita. Ecco quindi i due motori: l’indignazione e la solidarietà.

In effetti gli Stati Uniti sono un paese strano, ma il senso di comunità in tante parti d'America c'è, i vicini si aiutano tra loro, se buchi una gomma, nel tempo che hai fermato l'auto si fermano altri quattro ad aiutarti... E anche nelle metropoli, anche a New York, che è una città mosaico di piccoli quartieri, c’è la solidarietà di quartiere, che arriva a difendere il negozietto quando rischia di chiudere...

Un’ultima domanda: eravamo partiti dagli strappi alla Costituzione italiana, parliamo degli strappi di Trump alla Costituzione americana. E alle conseguenti reazioni.

Trump ha violato in maniera deliberata e plateale un testo che in America ha una sua sacralità. E non a caso è stato fermato dalla Corte Suprema (in cui pure aveva predisposto una maggioranza a lui favorevole). Ora, la Costituzione viene declinata e intesa in senso molto conservatore, ma viene difesa, venerata addirittura, è un pezzo di cultura costitutiva del paese; se il Presidente se la mette sotto i piedi, anche lì suscita indignazione. Come quando butta giù mezza Casa Bianca per farsi una gigantesca sala da ballo, un altro simbolo dell'idea che possa fare quello che vuole.

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