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QT n. 9, settembre 2026 L’editoriale

"Ideologia e realismo"

Che il cambiamento climatico ci sia è oggi incontrovertibile, poi ci sono i terrapiattisti e analogamente ci saranno ancora i negazionisti climatici, magari ben foraggiati almeno per un po’, ma a credibilità azzerata.

Ora si inizia a vedere la stoltezza con cui, in questi anni, ci si è approcciati al tema. Nascondendolo sotto al tappeto. C’è stato però del metodo in questa follia, un metodo peraltro ricorrente, che va riconosciuto e smascherato.

Parliamo dell’infamante etichetta di “ideologico” applicata ai provvedimenti tesi a far rispettare l’ambiente in generale, e nello specifico, a ridurre le emissioni inquinanti.

“Ideologiche” erano le direttive europee che tendevano a incanalare l’automotive verso l’elettrico. “Per motivi ideologici” si stava uccidendo l’industria europea. E quindi via libera a proroghe, allentamenti dei vincoli ecc. Si metteva in contrasto “l’ideologia” con la realtà. E naturalmente si sceglieva la realtà.

E attenzione, a suonare la grancassa dell’”ideologia” non erano solo i demagoghi alla Salvini, ma anche gli intellettuali e gli organi dell’establishment, sensibilissimi alle decisioni dei grandi gruppi industriali.

Ma l’alternativa non era tra ideologia e realtà, bensì tra lavorare per il futuro o sdraiarsi sul passato. La Cina, anche perché pressata dalla minaccia di inquinamenti incombenti, sceglieva il futuro. Nel 2016 andai in Cina: rimasi stupito dalla presenza esclusiva, nei centri storici, dell’elettrico: auto, moto, bici, furgoni. E fuori dal centro, nelle grandi città, il dilagare di auto europee prestigiose, Audi, Bmw, Mercedes. Oggi in Cina l’elettrico è ovunque, e i marchi europei sono scomparsi.

Ricordo quando l’Ateneo trentino conferì una sciagurata laurea honoris causa a Sergio Marchionne, allora salvatore della Fiat. L’uomo, nella sua prolusione tracciò il futuro: la guida autonoma era una favola per bambini, l’auto elettrica una bufala. Oggi Stellantis (quel che resta di Fiat) è il venditore in Italia della marca cinese Leap Motor. Siamo passati da costruttori a piazzisti di prodotti altrui. Questi i risultati del “realismo”.

Si è visto che rimanere abbarbicati al passato non solo fa molto male all’ecosistema, ma anche alla stessa produzione industriale. La contrapposizione tra ideologia e realismo è invece tra innovazione ed immobilismo.

Lo stesso ragionamento vale per le dinamiche sociali. Oggi il primissimo problema, sotteso a tutti i recenti sommovimenti politici sempre più preoccupanti, è l’insicurezza sociale in cui versa gran parte della popolazione. Che non si sente più rappresentata da un sistema in cui la ricchezza globale, spinta dall’automazione, continua ad aumentare, ma il suo reddito è in caduta libera e le protezioni del welfare in via di progressiva estinzione. In questa situazione la via per rendere la società più equa e la democrazia più solida sarebbe la drastica riduzione delle disuguaglianze. In altre parole, una tassazione veramente progressiva (come peraltro era in vigore in Europa e America negli anni ‘50, anche se oggi lo si è dimenticato).

Ma questa è “ideologia” (o peggio, “comunismo”) e si trovano mille scuse operative per starne lontani. Il “realismo” invece dice che è meglio non fare niente.

Questo è lo stato delle cose sui grandi temi odierni, dal clima alla produzione industriale, alla società. Occorrerebbero robuste innovazioni peraltro già individuate. Ma il peso dei grandi, retrivi interessi, e l’ignavia di tanta parte dell’intellettualità si mettono di traverso. Dobbiamo augurarci una rivoluzione culturale?

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