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Tredici film

"Trento Film Festival"

Come sempre non è facile orientarsi in un Festival che propone ben 126 film tra lungometraggi, corti e documentari. Si sceglie cosa guardare un po’ secondo le sinossi, secondo i giudizi degli amici, si seguono autori conosciuti e ci si fida del proprio intuito. In un mondo che negli ultimi decenni ha dato possibilità enormi a professionisti e non di realizzare lavori filmati, la produzione è veramente ampia. Circa 650 sono i film arrivati alla selezione e quindi va data fiducia anche alla commissione di esperti che ne ha scelti un quinto. Certo, poi ognuno ha le sue preferenze ed interessi, ma va detto che il materiale selezionato è tutto di buon livello, con proposte veramente notevoli. Di seguito un excursus casuale e personale tra il materiale visionato di cinema di ambientazione montana, ma non solo.

Nel documentario Personale la regista Carmen Trocker mostra gli inservienti di un grande albergo di Ortisei che svolgono le loro mansioni quotidiane. Il film osserva da vicino questo microcosmo rendendo visibile ciò che dovrebbe rimanere invisibile. Privo di retorica e di esplicita denuncia, il film dice molto su questa realtà sommersa, sottolineando una ciclicità senza fine, con il lavoro e la vita che nelle stagioni si ripetono uguali a sé stessi.

P.S. senza la manodopera straniera il settore del turismo nella nostra regione non esisterebbe più.

Dopo Holy Bred, presentato al festival nel 2021, All the mountains give di Rakhsha Arash è un docufiction che ci riporta tra la povertà diffusa delle città curde dell'Iran. Un territorio dove molte persone sono costrette a contrabbandare beni per guadagnarsi da vivere, trasportandoli attraverso il pericoloso confine tra Iran e Iraq. Sono i Kolbar, circa 400.000 curdi di cui ogni anno circa 200 vengono uccisi o feriti da colpi di arma da fuoco sparati dalle guardie che pattugliano il confine. Altri invece cadono dalle montagne, o periscono a causa delle mine antiuomo o per ipotermia. Girato nel corso di sei anni, il film è il ritratto intimo di Hamid e Yaser, due cari amici kolbari che vivono in un villaggio curdo, con speranze, aspettative e destini diversi. Un film potente, drammatico senza essere tragico, uno sguardo su un territorio e un’umanità di confine. Tra i migliori visti al Festival.

“Cincanta”

Nel cortometraggio Cincanta di Paolo Vinati, cinquanta (in ladino cincanta) sono le preghiere “Ave Maria” del rosario. Quelle che, nelle serate primaverili di maggio, recitano, in una cappella tra le Dolomiti della Val Badia, i membri di una piccola comunità. Manifestazione della religiosità popolare, ma anche preziosa occasione di socialità, raccontata alternando osservazioni ed interviste in lingua ladina. Semplice ed essenziale, il film perlustra il ruolo del sacro e della pratica religiosa nella vita quotidiana.

Conigli al cimitero di Filippo Maria Pontiggia è un cortometraggio che ricorda la deturpazione del tranquillo cimitero di Trento causata da un'invasione di conigli. Le anziane vedove, esasperate, chiedono aiuto ai politici locali. Il sindaco Andreatta è bloccato da lacci giurisdizionali, ma Claudio Cia, un politico di opposizione, idea piani stravaganti per risolvere la situazione a modo suo. Un lavoro curioso e divertente che dalla cronaca passa alla politica, per sfociare nel surreale filosofico-apocalittico.

"Gli ultimi”

Gli ultimi di Michele Sammarco ripropone un tema già visto al Festival, la vita solitaria e abbandonata di anziani in territori montani in progressione di spopolamento. Assunta ed Erminia, rispettivamente madre e figlia, vivono isolate sulla vetta più alta della Puglia. Da lì è possibile affacciarsi su Faeto, un piccolo borgo dove don Antonio svolge i compiti e le funzioni che un paese di seicento anime richiede. Mentre l’uomo è occupato con le benedizioni delle case andando di porta in porta, sul monte Assunta e Erminia si prendono cura come possono di loro stesse, del bestiame e della casa sempre più pericolante. Una storia semplice e pretestuosa, se si vuole, ma toccante nella sua umanità, verso un mondo pastorale, semplice e rude, che sta scomparendo.

Nel 2001, Paolo Taggi, autore televisivo, presentò in un programma Rai la famiglia Tomìo: una coppia di italo-argentini, con sei figli cresciuti in una modesta casa tra le Ande e poi approdata in un paesino del Trentino. Vent’anni dopo, Paolo aveva deciso di tornare da loro per scoprire cosa ne fosse stato di quella famiglia straordinaria. Ma la sua improvvisa scomparsa interruppe il progetto. Anni dopo Alberto Meroni, regista e amico di Paolo, ha deciso di completare quel viaggio incompiuto realizzando I nomi inventati dal cielo. Il film mostra le trasformazioni e le continuità nel passaggio di una generazione all’altra. Con l’irrequietezza dei padri che si declina in modi diversi nei figli: si spegne nella quotidianità convenzionale, permane nella creatività, o nella ricerca di una vita in qualche modo marginale e diversa.

Nel documentario Islandia l’autore protagonista argentino Leandro Cerro si ritrova sconsolato per la morte del padre e un presente che gli appare malinconico e senza senso. Decide così di lasciarsi tutto alle spalle per intraprendere un viaggio in Islanda. Incantato dalla sua musica, dalla sua gente e dal senso mistico che il paesaggio gli suscita, riscopre gradualmente la gioia perduta, il legame con gli altri, con la comunità, con la natura e, infine, con l'amore. Questo bel documentario, girato con stile istintivo, libero, fresco e originale, con una sottotraccia di malinconica ironia, ha tutte le valenze del viaggio in un territorio e nella sua musica, ma ha anche il pregio di trasformarsi in un viaggio interiore nel proprio intimo alla riscoperta e riconsiderazione dei legami familiari.

Il canto del respiro di Simona Canonica è un lavoro con immagini di notevole qualità, per mezzo delle quali la regista invita lo spettatore ad un viaggio “attraverso tre culture lontane, ripercorrendo i passi che danno origine al soffio della vita: la sua scoperta primordiale, la circolarità del respiro, l’armonia del canto, il colore di ogni singola voce e la connessione con la parte più intima di sé”. Un progetto ambizioso, dove non mancano sequenze affascinanti, ma disgraziatamente il film risulta poi zeppo di potenziali/presunte valenze, nonché appesantito da troppi rimandi e sequenze contemplativo/naturalistiche insostenibilmente lunghe.

In L’architetta Carla di Valeria Miracapillo, siamo in Italia, anni 60. Carla è un’architetta che fa la gavetta tra i cantieri delle montagne lombarde e si confronta con una squadra di ingegneri edili. Il sogno di Carla è però abbattere muri, più che alzarli. Invece gli ingegneri sono chiusi in laboratorio, come alieni di un'altra dimensione. Questa sinossi narrativa è basata su una voce fuoricampo, mentre il film è un assemblaggio di immagini e sequenze di repertorio trattate e abbinate a suoni e rumori elettronici. Ne risulta un bel lavoro sperimentale, ricco, originale ed ironico che non manca di sottolineare le difficoltà di una donna lavoratrice in un contesto prettamente maschile.

“Trog”

In Trog la regista Ella Hochleitner affronta con incredibile coraggio la storia della propria famiglia. Gli undici figli appartenenti all’ultima generazione raccontano la storia di Trog, una fattoria costruita più di cinquecento anni fa in Austria e ormai in disuso, da quando è morto l'ultimo contadino, lo zio Hans. In un crescendo emotivo scioccante il film coinvolge nelle vicende familiari che si intrecciano con la storia, presentando risvolti politicamente drammatici e intimamente traumatici. Sguardi diversi ricostruiscono una casa, genitori, figli e nipoti da diverse angolazioni, per comporre memorie condivise di infanzia, dolore e presa di coscienza. Forse il più bel film del Festival.

Imperfetto di Francesco Mattuzzi è il ritratto di una persona misantropa, misogina, volgare e con chiari limiti cognitivi. Un lavoro forte, potenzialmente disturbante, il cui protagonista Michele è un uomo solo, in bilico tra desiderio e condanna. La sua “favela", una sgarrupata baita di montagna, è il suo rifugio e la sua prigione, ultima salvezza e lenta agonia. Il passato lo perseguita, mentre con un binocolo spia gli “umanoidi”, come in un safari al contrario. La “favela" è il suo purgatorio: lo tiene in vita, ma lo soffoca. Sogna di portarci una donna, di spezzare la solitudine che lo incatena.

Amici da sempre cresciuti insieme nel mondo dello sci in freeride, due amici norvegesi prendono poi strade diverse. Nikolai Schirmer, sciatore e regista di fama internazionale, vive del suo lavoro postando filmati spettacolari su YouTube. Vegard Rye invece si sta allenando in solitaria per scalare e scendere con gli sci 27 montagne in una sola volta. Un tour sciistico senza precedenti, che non ha intenzione di far conoscere ad anima viva. Ma Nikolai vuole condividere la storia del suo amico con il mondo, dicendo a tutti che si tratta del “più grande tour sciistico di sempre”. Vegard lascia a malincuore che Nikolai e la sua troupe lo seguano con una telecamera, in onore della loro amicizia. Ski-The gratest ski tour of all time ha un montaggio un po’ convulso e l’insieme del film pare ondivago, ma la storia c’è, le riprese sono spesso spettacolari e non manca una buona dose di smitizzante ironia.

Sono pochi e preziosi i territori incontaminati da turismo in Europa. Transcardus, a balkanSki story di Elisa Bessega ce ne mostra uno raccontando la prima traversata scialpinistica della catena montuosa dello Sharr, al confine tra Kosovo e Macedonia. Attraverso la lente dello scialpinismo, il film svela la bellezza aspra e il fascino senza tempo di una regione nella sua veste invernale. A qualche centinaio di chilometri dalle frenetiche Alpi, un salto nel passato ed un profondo contrasto.

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