Silvano Bert: così lo ricordiamo
Silvano Bert, professore e intellettuale, recentemente scomparso, è stato collaboratore e amico di Questotrentino. Fin dal 1980: fin dal numero 2 era apparso un suo intervento sul tema suola pubblica-scuola privata, a fianco di uno del filosofo Franco Rella, a rappresentare l’ottimo livello culturale che il nostro giornale forniva, fin dalle primissime uscite. Lo scritto di Silvano era subito indicativo del suo modo di essere e di pensare: esponeva – dall’interno, con grande acutezza e al contempo partecipazione emotiva – difficoltà, soddisfazioni, frustrazioni di un insegnante; ma al contempo teneva lo sguardo costantemente rivolto agli obiettivi – far crescere i giovani, servire la società – nobili eppur problematici, che l’arrancante istituzione doveva perseguire.
Una tensione continua, tra realtà ed ideali, che Silvano ha vissuto personalmente e saputo magistralmente rappresentare e condividere, nei suoi scritti come pure negli interventi pubblici.

Ha scritto molto di scuola su QT. Ma non solo. Cattolico, aveva abbracciato con grande fervore il rinnovamento annunciato dal Concilio Vaticano II, poi anche qui le idealità ecumeniche e la realtà della Chiesa e dei fedeli non hanno coinciso, tutt’altro: Bert non si è mai rassegnato, con i suoi scritti, con la sua vita ha cercato le strade che potessero far vivere quei principi nella realtà storica che si trovava di fronte.
In Questotrentino per quasi quaranta anni è stato fonte di idee, ispiratore di confronti. A rileggerli oggi, i suoi interventi, trasmettono ancora il rigore e la tensione ideale con cui erano stati scritti. Non è poca cosa.
Di seguito riportiamo gli interventi di chi, con lui ha condiviso questi percorsi
Ettore Paris
Un militante con la testa e col cuore
Di Silvano la cosa che mi ha sempre colpito di più è il rigore, accompagnato dalla ricerca di una coerenza assoluta. Per lui non c’era mai il “dire tanto per dire” o il “fare tanto per fare” e poi vediamo come va. Se si convinceva della bontà di un’idea o del valore di una scelta, queste diventavano un imperativo morale che scandiva la sua agenda, segnava i suoi scritti e i suoi interventi. Con una perseveranza, un’ostinazione che a volte anche a noi, suoi amici, sembrava perfino eccessiva. ? stato un intellettuale, un uomo di cultura che si metteva in gioco personalmente con iniziative e prese di posizione pubbliche. Sarebbe stato incapace di fare, per così dire, il maestro, il formatore che delega ad altri il momento dell’azione. Lui scendeva sempre nell’arena, anche a costo di farlo da solo, anche sfidando incomprensioni o diffidenze.

Molti ricorderanno la sua presenza davanti alle scuole, alla stazione o in assemblee pubbliche, con un grande cartello in cui ringraziava ironicamente la Lega per il regalo della gratuità del trasporto pubblico agli ultrasettantenni. “Per regalare un biglietto sul bus a me, trentino sicuro e sazio, cosa togliete a chi arriva con speranza da fuori, spaventato e affamato?” recitava il cartello. Ne nacque la proposta sindacale de “l’abbonamento sospeso”. Si chiedeva che nel provvedimento della giunta venisse prevista la possibilità di rinuncia da parte dei pensionati con i redditi più alti all’abbonamento gratuito in favore dei lavoratori più deboli, degli studenti e dei migranti. Si trattò di una iniziativa solitaria, portata avanti testardamente per alcuni mesi, che suscitò reazioni contrastanti nei passanti: qualcuno lo abbracciava, molti lo ignoravano, qualcuno esclamava che davanti alle scuole non si fa politica. Alla stazione una donna extracomunitaria con in braccio un bambino lesse faticosamente il cartello, si allontanò, poi tornò indietro e, equivocando, allungò discretamente a Silvano cinque euro perché potesse comprarsi il biglietto per tornare a casa. Una scena quasi evangelica che, chiarito l’equivoco, lasciò commossi i presenti.
Questa inclinazione alla radicalità della testimonianza, all’esposizione diretta, non divenne mai tendenza all’estremismo nell’impegno politico, mai strizzò l’occhio alle scorciatoie dell’antipolitica o al sentirsi solo contro tutti. Anzi fu sempre grande il rispetto per quella che lui chiamava “la fatica della politica”, la ricerca delle mediazioni possibili, il lavoro lento dell’ascoltare, dell’unire, dell’allargare il consenso, la diffidenza verso le fughe in avanti.

Quando, una manciata di anni fa, maturò la scelta di iscriversi al PD del Trentino, ci pensò a lungo, valutandone il significato e le implicazioni. Noi pensavamo che, insomma, si poteva fare una tessera anche solo per esprimere sostegno o simpatia. Per lui no, fare una tessera significava prendere un impegno quotidiano di partecipazione, di presenza fattiva. Ad ogni incontro pubblico cui partecipava non mancava mai un suo intervento. Solo chi non lo conosceva a fondo poteva scambiare questa tenace ostinazione per una forma di presenzialismo. In realtà lui sentiva il preciso dovere di dare un contributo, peraltro sempre stimolante, a volte anche provocatorio, sull’argomento in discussione. Come quando invitava i presenti, sconcertandoli, a votare per alzata di mano sulle posizioni che proponeva. Forse, un aspetto che non apparteneva all’indole di Silvano era l’attitudine a vivere la sua passione e il suo impegno con qualche momento o soffio di leggerezza. Lui probabilmente l’avrebbe scambiata per superficialità.
Ecco, in tempi in cui il termine sembra desueto e vagamente retrò, è possibile affermare che nel mondo del cattolicesimo democratico e in quello della sinistra trentina, Silvano è stato un vero militante. Un militante con la testa e con il cuore, attento alle persone che incontrava. Ed è per questo che, dalle aule e dalla città, in molti siamo venuti al suo funerale, a salutarlo con affetto e commozione.
Maurizio Agostini
Un cattolico “del dissenso”
Silvano Bert è stato un uomo di fede. Ed è stato un uomo che ha preso la fede molto sul serio. Un tempo si sarebbe definito un “cattolico del dissenso”, oggi si direbbe piuttosto un “cattolico conciliare”.
Silvano ha avuto una formazione in seminario, dove ha studiato per dieci anni, fino alla maturità. A quell’epoca per i figli di famiglie contadine era l’unica possibilità di proseguire negli studi. A 20 anni ha lasciato il seminario e si è iscritto alla facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Padova. Ha però mantenuto sempre amichevoli rapporti con i suoi compagni di seminario, molti dei quali poi diventati preti: con loro si riuniva periodicamente per momenti conviviali o di confronto sui più vari temi e sulle rispettive esperienze. Già negli anni del seminario Bert avvertiva l’inadeguatezza della Chiesa nei confronti della modernità e per questo aveva vissuto il Concilio con grandi speranze. Cinquant’anni dopo quell’evento epocale, Bert aveva organizzato a Trento un convegno insieme al Museo Storico, al quale aveva invitato studiosi e testimoni per un confronto su quanto era ancora attuale e, soprattutto, su quanto era rimasto lettera morta.

Il suo primo “dissenso” esplicito era stato un articolo su Com–Nuovi Tempi in difesa della legge sul divorzio. Il referendum abrogativo del 1974 aveva visto Silvano attivo in numerose assemblee a sostegno del “No”, alle quali partecipava in qualità di iscritto al Pci. L’adesione di un cattolico al partito comunista era un’altra delle cose che all’epoca erano ritenute scandalose, anche se in realtà rientravano nel principio conciliare del pluralismo delle scelte politiche.
In seguito Silvano è stato tra i protagonisti in Trentino di varie forme di dissenso nei confronti di posizioni arretrate e anticonciliari. Tra gli altri suoi impegni, è da ricordare quello in difesa della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, quello per l’insegnamento laico della religione cattolica e quello per il riconoscimento del valore del pluralismo religioso.
In quest’ultimo campo è esemplare la battaglia di Silvano Bert a favore della costruzione di una moschea per la comunità islamica trentina. Assieme a padre Giorgio Butterini, l’animatore della Comunità di base di San Francesco Saverio, di cui Silvano è stato una delle presenze profetiche, aveva promosso una colletta per aiutare i musulmani trentini a realizzare un loro luogo di preghiera. L’iniziativa aveva suscitato molte polemiche e Bert aveva incontrato forti critiche soprattutto a livello ecclesiale.
Il recente Sinodo indetto da Papa Francesco nel 2021 ha visto Silvano molto impegnato nel favorire la più vasta partecipazione di credenti e non credenti: per questo ha cercato di coinvolgere il più alto numero possibile di persone, ha steso documenti, è intervenuto in tutte le occasioni utili a suscitare un dibattito su alcuni temi che riteneva della massima importanza per la Chiesa: il sacerdozio femminile, l’abolizione del celibato obbligatorio per i preti e la partecipazione dei laici alla liturgia.
Tutte le sue battaglie in campo ecclesiale, ma anche sociale, culturale e politico, sono confluite nella rivista L’Invito, fondata dall’amico Piergiorgio Rauzi nel 1978 e pubblicata fino al 2016 (l’archivio di tutti i numeri è reperibile sul sito linvito.altervista.org).
La sua storia di cattolico del dissenso è raccontata nel libro Il compito di domani – Cronache dalla chiesa di Trento (2013).
Fulvio Gardumi
Il suo impegno pedagogico
“Dobbiamo dimostrare che abbiamo bisogno dei ragazzi, che il loro apporto di notizie e di esperienze è prezioso per la classe e per noi. Il maestro vero impara continuamente, anche dai suoi alunni”. Questa frase, estrapolata da un articolo che Silvano Bert pubblica sull’Avvenire d’Italia del 5 marzo 1968, indica quello stile, quell’impegno e postura pedagogica che lo ha contraddistinto in tutta la sua lunga carriera di insegnante.
L’aula scolastica divenne da allora la sua vera finestra sul mondo, il laboratorio dove sperimentare e verificare sul campo l’efficacia di una vocazione che trovava nell’insegnamento il banco di prova per un modello educativo incentrato sulla persona, sulla sua autonomia e crescita culturale e civile.
Ho amato le sue lezioni perché mi sembravano un rifugio rispetto all’aridità della tecnica e perché erano coinvolgenti, dialogiche, aperte alle questioni globali. Ma ho amato anche i Promessi sposi che lui leggeva con il piglio di un antico letterato, sapendoli però coniugare con la cronaca di anni turbolenti e intrisi di forti contrasti e contraddizioni. Il mondo esterno entrava così nell’aula scolastica anche attraverso i quotidiani e altri giornali, ricordo i ritagli di Rinascita, ma anche di riviste “neutrali” dedicate espressamente ai problemi della scuola. E dalla cronaca si entrava nell’attualità e spesso anche nella storia.

Ricordo la sua voce dimessa, non arrogante ma ferma, accanto allo sguardo che dimostrava interesse ed esigeva attenzione, che richiamava a risposte non banali, sempre evolutive del comportamento e dello sviluppo interiore.
Lo sapevo militante politico, ma mai lo colsi in atteggiamenti che esplicitassero alcuna appartenenza, culturale o ideologica. Al fondo di tutto c’era l’attenzione alla scuola, all’aula e ai suoi allievi, nonché la dedizione ad un ruolo che faceva dell’autorevolezza uno strumento educativo volto alla crescita dello studente.
Fedele al culto della parola intesa come esplicitazione del logos e della ragione, Silvano aveva introdotto nel suo percorso didattico anche l’insegnamento della linguistica. Fra le varie lezioni dedicate al significato del linguaggio, dei simboli e della comunicazione ricordo quella che in assoluto ritengo la più originale.
Una mattina arrivò in classe con i soliti giornali, gli appunti ed il registro, ma non successe nulla. Per un’ora rimase in silenzio interrogandoci con lo sguardo nel tentativo di cogliere una nostra reazione. Al termine della “lezione silenziosa” e in assenza di una nostra risposta, ci spiegò che l’obiettivo era appunto la ricerca di una nostra iniziativa che esigesse una risposta e reclamasse attenzione nei nostri confronti: era un invito ad intervenire.
Chi ha voluto raccogliere il significato di quella iniziativa ha capito l’importanza di prendere la parola come primo passo di un processo di emancipazione.
Intervenire non è solo un diritto, ma anche un dovere che dobbiamo coltivare prima di tutto in noi stessi.
Walter Nicoletti
Una lunga comunanza
Ci siamo incontrati con Silvano Bert nel 1954, in prima media al seminario di Trento. Eravamo più di centoventi in classe, ma distribuiti in sezioni in ordine alfabetico secondo il cognome. Lui era nella sezione A, io nella C. Quindi seguivamo la scuola in aule diverse e con diversi assistenti e insegnanti.
Ci incontravamo nei piazzali alle ricreazioni e ai giochi. Ricordo come lui, non ancora alto di statura, prendeva il calcio con seriosa concentrazione: era piuttosto abile tecnicamente e agile come un folletto, correva e serpeggiava con foga tra i giocatori. Per il resto, i contatti non erano frequenti e così fu per cinque anni, fino al liceo, quando, ridotti di numero ma comunque ancora una quarantina, eravamo nella stessa aula.
La scuola era seria, gestita da insegnanti di alta qualità (lo posso dire tanto più a ritroso dopo 42 anni di lavoro come docente e potendo fare confronti…). C’erano motivazioni e stimoli efficaci e Silvano brillava per impegno e disposizione agli apprendimenti; c’era anche una certa competizione per i risultati, a cui teneva molto.
Nel 1962 avemmo gli esami di maturità, dovendo presentare, in quanto alunni di scuola privata, un programma con tutte le materie di tre anni e sostenere gli esami scritti in quattro giorni: tema di italiano, versione dal latino in italiano e dall’italiano al latino, versione dal greco; ed esami orali in tutte le materie in due turni. Impresa ardua, tant’è vero che su 32 quanti eravamo rimasti, fummo promossi solo in dieci, con diciassette rimandati a settembre e cinque respinti. Anche Silvano era tra i promossi e con profitto distinto.
L’anno successivo incominciavano gli studi di teologia e Silvano scelse la sua strada, che lo portò all’Università di Padova, facoltà di Lettere con una tesi sul poeta rosminiano Clemente Rebora. Intraprese la professione di insegnante e costruì la famiglia e in questo fu assorbito e attivo come molti sanno testimoniare.

Tra noi compagni di scuola e di orientamento spirituale, alcuni preti e altri laici, il prendere ciascuno la propria strada non comportò estraneità con rimozione del vissuto, con ideali forti e sinceramente sentiti, e non ci siamo persi di vista, e già negli anni '80 avemmo sempre più frequenti occasioni di incontrarci, in genere condividendo discorsi di impegno civile ed ecclesiale. Scoprimmo una continuità di orizzonti e interessi derivanti dalla comune esperienza dei tempi di formazione e si risvegliò la memoria dell’adolescenza allegra fiduciosa e non traumatizzata.
Silvano conservò il lascito di adesione alla fede cristiana, coltivò con costante fedeltà l’attenzione e la cura per lo spirito evangelico e per un desiderio vivo per una riforma delle tradizioni della Chiesa.
Dagli anni '90 un gruppo di oltre 20 intraprese l’abitudine di periodici ritrovi, una o due volte all’anno, in un clima di affiatamento e amicizia, in solidarietà di intenti e di attenzioni. Silvano ci teneva a partecipare e non mancava mai. Così nascevano riflessioni e conversazioni vivaci, libere, sincere. Ci siamo scambiati osservazioni, commenti, auspici e ancora progetti miranti al miglior contributo per la convivenza civile e sociale. Silvano non solo era vigile osservatore, ma sempre appassionato stimolatore per i temi a lui cari: la laicità della scuola, la necessità di impegno collettivo, la storia siamo noi, la società siamo noi. Erano ore di schietta allegria e di rinnovata amicizia. Eravamo nella lista dei suoi contatti e ricevevamo tra i primi i testi dei suoi frequenti interventi sui giornali e riunioni. Questo fino all’ultimo ottobre, quando Silvano ci confidò la comparsa della malattia.
Marco Morelli