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QT n. 2, febbraio 2026 L’editoriale

La scudisciata del Presidente

Anna Mussi Monte Luco/Laugenspitze (Castelfondo), ottobre 2024. Installazione dedicata alle prime donne alpiniste di cui si abbia notizia, le austriache Regina von Brandis e sua figlia Katharina Botsch, che insieme al governatore di Innsbruck, loro rispettivo genero e marito, nel 1552 scalarono questa montagna.

Sulla separazione delle carriere tra PM e magistrati giudicanti è in corso un vivace dibattito. Che viene vissuto come confronto tra due categorie poco popolari, politici e giudici. Il SI’ alla riforma viene presentato dai contrari come la sopraffazione della politica sulla magistratura, il NO viene visto dal campo contrario come la tutela della casta giudiziaria, insindacabile ed arbitraria.

A rompere questo schema è intervenuto, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il Presidente della Corte d’Appello Eugenio Gramola, che ha messo i piedi nel piatto con una sferzante autocritica. Il buon funzionamento della giustizia “non dipende solo dagli strumenti, giuridici e di mezzi, ma anche dai giudici”. Cioè, a parte le leggi da rivedere, il personale da portare a numeri decenti, c’è un problema di credibilità del lavoro di giudici e PM.

E così, davanti a una platea di autorità varie, ha stigmatizzato una prassi arbitraria, ultimamente radicatasi nel Tribunale trentino, da noi ripetutamente denunciata. “Non è assolutamente ammissibile cercare di risolvere procedimenti complessi con patteggiamenti fondati su derubricazioni, immotivate e illegittime, di gravi reati in fattispecie minori in realtà insussistenti.” Parole pesantissime.

E si parla dei casi da noi denunciati. Innanzitutto nel processo Perfido, dove il picchiatore Mustafà Arafat, a capo della squadraccia che aveva ridotto in fin di vita l’operaio Hu Xupai, e brutalmente minacciava imprenditori concorrenti e loro famiglie, non viene più perseguito per appartenenza all’associazione mafiosa, ma per il meno grave sostegno; e analogamente veniva derubricato Giuseppe Paviglianiti, che organizzava le riunioni dei sodali nell’associazione Magna Grecia, promuoveva una cena di solidarietà e una raccolta fondi per un ‘ndranghetista in procinto di consegnarsi al carcere, dava asilo ad altri sodali, procurando loro anche un lavoro presso Trentino Trasporti truccando il test di ammissione.

E così il generale Dario Buffa, “il generale nostro” dicevano gli ‘ndranghetisti, che se la cava con poco più di un’ammenda, eppure teneva informato Domenico Morello, ora condannato in via definitiva, delle indagini a suo carico, e gli procurava un porto d’armi anche se, essendo un pregiudicato, non ne aveva diritto, e lui utilizzava la rivoltella per scaricarne tutto il caricatore su degli sventurati con cui aveva litigato per un parcheggio, e poi si vantava di essere stato coperto dal sindaco di Fierozzo, che così rispondeva ai carabinieri che indagavano sul fatto: “Eh, siamo in montagna…”

Poi ci sono stati i vertici della locale ‘ndranghetista tenuti fuori dal processo: il faccendiere Giulio Carini, figura chiave, elemento di raccordo con i vertici calabresi da una parte, e con i vertici delle istituzioni politiche, economiche, amministrative e giudiziarie del Trentino. Sarebbe stato di vitale importanza sentirlo a processo, ma è stato tutto archiviato, basandosi su una certificazione in cui gli veniva assegnato un amministratore di sostegno, e non si chiedeva una perizia, nonostante la Cassazione prescriva che non basta la necessità dell’amministrazione di sostegno per dichiarare un imputato impossibilitato a seguire un processo. Analogamente per Ignazio Macheda, a capo della locale secondo l’accusa, dichiarato inabile a seguire il processo nonostante la perizia contraria presentata dai PM, e soprattutto nonostante che si esibisse in una plateale minaccia a una persona da cui pretendeva 7.000 euro.

Non vogliamo essere noiosi e quindi non citiamo le improbabili acrobazie logiche con cui la Procura ha chiesto l’archiviazione per i principali imputati (Benko, Hager, Signoretti) nell’altro grande procedimento per associazione a delinquere, l’inchiesta Romeo. Ne abbiamo ampiamente scritto nel numero di gennaio.

Concordiamo quindi del tutto col dott. Gramola quando ricorda che “l’azione penale è irretrattabile e un fatto-reato può essere escluso, o diversamente qualificato, soltanto a seguito di un motivato provvedimento del giudice”. Mentre ci si è trovati di fronte a decisioni immotivate e arbitrarie, come peraltro certificato dal “non commendevole risultato” di essere più volte annullate dalla Suprema Corte.

Confessiamolo: in diverse occasioni, di fronte a queste giravolte della Procura, e a volte anche di altri giudici del Tribunale, eravamo rimasti basiti. In via San Francesco talora sembra vigere l’arbitrio.

Vorremmo riportare una citazione proveniente dall’antichità più remota: dalle raccomandazioni del Re dei Re Dario il Grande al figlio Serse: “La qualità più elevata del Re è il perdono e la generosità, però il perdono deve essere fatto quando qualcuno fa un errore a te, se invece l`rrore o il peccato lo fa ad un altro, se tu lo perdoni, in questo caso hai fatto un’Oppressione non la Giustizia”. Oppressione invece di Giustizia.

Siamo passati attraverso 2500 anni di storia, la Rivoluzione Francese, la Costituzione, per vedere che questi precetti di buon governo dell’antico imperatore trovano scarsa applicazione nel nostro sistema giudiziario?

Per questo la prolusione del Presidente Gramola ci sembra particolarmente importante. E ci fa un po’ meno pessimisti sulla possibilità che il sistema giudiziario al suo interno, attraverso i vari gradi di giudizio, possa correggere errori ed autentiche storture.

Vigileremo. Anche se dobbiamo registrare, come spieghiamo in un articolo all’interno, come la Procura, contro le raccomandazioni europee, non protegga la stampa (ad esempio QT) dalle querele pretestuose intentateci dai potenti che vorrebbero azzittirci.

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