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QT n. 10, ottobre 2026 Monitor: Danza

Fra tradizione e innovazione

Oriente Occidente 2026.

La quarantaseiesima edizione di Oriente Occidente - di gran lunga uno dei festival più longevi della scena artistica locale e internazionale -, si è conclusa con l’annuncio alla stampa della nuova Direzione artistica del Festival, affidata dal 2026 al 2029 ad Anna Serlenga, regista teatrale e ricercatrice nel campo delle arti performative. Selezionata da una giuria internazionale tramite una open call che ha attirato una cinquantina di candidature, la Serlengo l’ha spuntata sugli altri concorrenti grazie ad un progetto basato “sulla necessità di rifondare il significato stesso dei concetti di Oriente e Occidente, superando il binarismo che ha informato la costruzione occidentale del mondo”; un concetto preso in prestito dal filosofo nigeriano Bayo Akomolafe, a cui si è ispirata per la sua proposta curatoriale, già in parte sperimentata sul campo tra Tunisia e Lombardia grazie al coinvolgimento nel collettivo Corps citoyen e a un progetto di arte diffusa, animato dall’aspettativa di ridisegnare nuove mappe performative e culturali.

Dalla “Milano mediterranea” alla “Rovereto veneziana” il passo è breve e auspichiamo Anna Serlenga riesca a infondere un po’ di linfa vitale e internazionale in una clima culturale che tende talvolta a ripiegarsi sulle vestigia del proprio passato per evitare le sfide del presente.

Ma ogni nuovo germoglio, ha delle radici profonde, come sembra aver voluto sottolineare lo spettacolo di apertura del Festival che, dopo il mozzafiato Prélude affidato alla compagnia di hip-hop diretta da Kader Attou, ha riportato in scena sul palco dello Zandonai, a distanza di 44 anni, lo storico – e oramai iconico – spettacolo May B di Maguy Marin, lavoro capace di attraversare le generazioni con la sua carica di ‘grottesca umanità’ fortemente influenzata dalla drammaturgia di Samuel Beckett. Una umanità alla deriva tra le macerie della civiltà, simboleggiata sulla scena dal gesso che imbianca i corpi dei danzatori e che non può non ricordare allo spettatore di oggi la tragedia del popolo gazawo (apertamente denunciata alla fine dello spettacolo dalla compagnia, che ha esibito sul palco la scritta “Free Palestine”). “Il corpo è politico”, ha affermato la coreografa stessa, intervistata a distanza dopo la conclusione della performance e sul corpo e il suo potere comunicativo ha insistito l’intera rassegna, incentrata quest’anno sul concetto di vuoto. Un vuoto scenico e un ritorno al corpo che hanno caratterizzato gran parte delle produzioni presentate a Rovereto, decisamente scarne negli allestimenti ma estremamente significative nel riportare la danza all’essenziale: corpo, respiro, movimento, sia singolo che all’unisono.

Il vuoto non come spazio di assenza, ma come spazio di ricerca e di nuove possibilità.

Una delle perfomance più significative in questo senso è stata NO della compagnia spagnola La Venidera, impegnata a reinventare la tradizione del flamenco e delle danze storiche, grazie ad un’opposizione che prende la forma dell’ibridazione e contaminazione con altri stili.

Ancora più radicale la ricerca di Gloria Dorliguzzo, che in Symphony #2 “true and eternalbliss!”+ dies irae, porta in scena un gruppo di danzatrici amatoriali ‘costrette’ a muoversi sulle musiche dissonanti della compositrice russa Galina Ustvolskaja, eseguite dal vivo negli spazi semi-aperti di Progetto Manifattura che, per ironia della sorte, sono state funestate da un vero e proprio ‘castigo’ meteorologico.

Anche Marcos Morau, curatore artistico associato del Festival, con Living and leaving, ha proposto nello spazio inedito dell’ex Manifattura tabacchi una riflessione, a tratti criptica e a tratti ironica, sul senso di vuoto e di attesa, mutuata come nel caso di Maguy Marin dall’immaginario di Beckett e dal “profumo” di Aspettando Godot.

Passando alla parte più ‘leggera’ del Festival, tutti gli spettacoli di piazza – sospesi tra circo acrobatico e danze tradizionali -, hanno ricevuto un’ottima accoglienza, così come le incursioni coreografiche portate avanti negli spazi museali a diretto contatto col patrimonio artistico e scientifico, in particolare di Mart e Muse. Molto apprezzati anche gli spettacoli di Marco Da Silva Ferreira e Sofia Nappi, entrambi in grado di combattere il senso di vuoto con potenti e affiatatissime danze di gruppo, e il raffinato spettacolo di chiusura affidato allo spirito ironico-musicale di Emanuel Gat.

In sintesi un’edizione sospesa fra tradizione e innovazione che, anche grazie al cambio di direzione, porterà sicuramente il Festival ad aprirsi a nuovi orizzonti. Ma diamo alla nuova direttrice artistica il tempo di lavorare, in attesa della quarantasettesima edizione di Oriente Occidente.

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