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Festival di Venezia

Alcuni film italiani

Già l’anno scorso avevamo fatto delle riflessioni sul funzionamento delle giurie dei concorsi alla Mostra Cinematografica di Venezia. Soprattutto per ipotizzare le logiche che le muovono, spesso improntate ad un certo ecumenico equilibrio. Per cui se due o più film ugualmente piacciono, si trova il modo di premiarli tutti, seppur in forme diverse. E come l’anno scorso la Coppa Volpi come miglior interprete a Tony Servillo, premiava di fatto tutto il film “La grazia” di Paolo Sorrentino, altrettanto quest’anno lo stesso premio, va meritatamente a John Malkovich per la convincente interpretazione di un cinico agente della Cia, nell’imperdibile Wild Horse Nine di Martin McDonagh, di cui abbiamo parlato nel numero scorso. Un film che si poteva giocare il Leone d’oro con il vincitore Woman Unknown di May el-Toukhy, e con il Leone d’Argento – gran premio della giuria, il nordcoreano Possible love di Lee Chang-Dong.

Risulta così che tutti i film considerati migliori, non solo dal sottoscritto, ma anche dai giudizi della critica nazionale ed internazionale, sono in effetti stati premiati con riconoscimenti importanti. Da notare che il premio più prestigioso è stato vinto dall’unico film in concorso diretto da una donna. Assenti, giustamente, i film italiani, che non hanno convinto la giuria del concorso e che in effetti in nessun caso raggiungono livelli così meritevoli.

Nessun premio a Succederà questa notte di Nanni Moretti che, inevitabilmente in concorso, non ha proprio i requisiti per essere considerato un film riuscito ed importante. Il film avrà successo e piacerà al pubblico, come è piaciuto alla critica nazionale (meno a quella estera), ma questo non vuol dire che sia un film riuscito. E la totale assenza di premi qualcosa dice. Oslo, Matteo sta per avere un figlio da una giovane compagna. Greta, in India, decide di lasciare chi le ha appena fatto pubblicamente una proposta di matrimonio. I due si incontreranno sette anni dopo mentre lei si è appena sposata e lui sta giocando a tennis con il fratello. Lui non riuscirà a dimenticarla sperando di poterla incontrare di nuovo. Accadrà e sarà l'inizio di un complesso rapporto.

È ingiusto aspettarsi da un autore sempre il suo cinema, quello che l’ha fortemente caratterizzato. Perché si deve essere liberi di cambiare, esplorare e provare altro. È anche vero, però, che Moretti è Moretti, e Moretti è indissolubilmente Apicella. Un personaggio sul quale ha costruito larghissima parte della sua identità cinematografica, anche quando non direttamente presente in scena. Per cui è molto difficile uscirne e fare davvero bene altro. Ma Moretti a volte c’è riuscito, magari col cinema drammatico. Invece la commedia sentimentale non pare proprio essere un genere nelle sue corde. Qui i personaggi, non surreali e divertenti, sono così poco credibili che si passa tutto il tempo a chiedersi perché stiano recitando così male. Tra gli imbarazzanti accenti isterici della Trinca e le imbambolate estasi di Garrel, pare di essere in una commedia sentimentale infantile, esagerata, artificiale, forzata e fasulla. Certo, la forza dell’amore e dei sentimenti, il colpo di fulmine, ma perché trattare degli ultratrentenni come adolescenti rimbambiti? Insomma, un film pieno di situazioni improbabili e squilibrate. Tutto è sopra le righe ed improbabile, e non come in una commedia divertente, ma come un film pretenzioso, che in questa idiosincrasia si trasforma in uno scadente prodotto televisivo per zie sentimentali. Si salvano solo i momenti in cui esce la scrittura di Moretti: brevi situazioni, qualche dialogo. Il resto non è roba per lui. Una storia di rincorsa amorosa di una superficialità sconcertante, peggiorata da attori bambocci o isterici. Ancora di più ci fa pensare alla grazia infinita di un Woody Allen, così spesso ingiustamente vilipeso, che queste cose le sa fare con gusto, equilibrio, fantasia, profondità e maestria nel calibrare personaggi, vicende e finali in commedie umane tanto finte quanto sincere, romantiche e divertenti. Il solito Woody Allen, dicono gli stolti; avercene!

"Succederà questa notte"

Sempre in concorso l’effimero The Echo Chamber del trentino Andrea Pallaoro. Leo, produttore musicale di successo, alle prese con una dipendenza, e Anne fisioterapista, si legano in una relazione irrisolta, in cui presenza e assenza, cura e dipendenza, desiderio e controllo si confondono fino a dissolversi. È indubbio che i risvolti profondi delle relazioni sentimentali siano un tema tanto interessante quanto spesso difficile da trattare. Pallaoro qui sceglie la forma dell’osservazione, si fa camera da presa, anzi, appartamento tutto, visto che il film è girato in un’unica location di interni. E impone anche a noi questa dimensione voyeristica, questo spiare le poche cose che succedono, i tre personaggi che si relazionano in una dimensione sempre più rarefatta, che cade nel ridicolo, quando si fa dramma concreto. Il tutto, al netto della sceneggiatura originale di Bernardo Bertolucci, ci fa pensare: ma cosa ce ne importa di questi due belli e impossibili, attratti ma allontanati, presenti assenti, super-benestanti in una casa da sballo, destinati ad un legame forzato? Mah. Insomma, un film non riuscito come altri suoi precedenti. Poco o per nulla coinvolgente, nemmeno in quelle dinamiche nelle quali ci si potrebbe riconoscere o con le quali sarebbe interessante confrontarsi direttamente. Tutto scorre formalmente perfetto quanto piatto, là sullo schermo, ma non lo trapassa e poco ci arriva.

"The Eco Chamber"

Orizzonti è l’altro concorso ufficiale, dedicato a registi giovani e a opere prime e seconde. E qui qualcosa è arrivato per l’Italia con il Premio Orizzonti per il miglior attore che è andato a Riccardo Scamarcio per il film I figli della scimmia di Tommaso Landucci, che ha vinto anche il Premio Orizzonti per la migliore sceneggiatura. E sono premi meritati, perché il film, semplice e lineare, racconta dinamiche concrete di un microcosmo familiare, focalizzandosi principalmente su una figura di padre, la sua dimensione e il suo ruolo. Dario si ritrova diviso fra il figlio reale e uno ideale. Nonostante l’amore e la devozione per il figlio disabile, la complicità con il nipote adolescente insinua in lui il sogno del padre che non ha potuto essere, mettendo a rischio l’equilibrio di tutta la famiglia. Grazie proprio all’interpretazione misurata e credibile di Scamarcio e alla sceneggiatura, si evitano luoghi comuni e prevedibilità, per proporre una figura credibile e riuscita di padre imperfetto, ma umano, amareggiato ma affettuoso.

"I figli della scimmia"

Altro microcosmo familiare anche in Una storia, opera prima da regista dell’attrice Anna Foglietta. Un titolo generico per raccontare di una famiglia generica, anonima. Ma come qualunque altra con sue dinamiche, con passato e presente, sentimenti e conflitti. L’ordinario della piccolissima borghesia, quello delle case di provincia un po' squallide, dei lavori nei supermercati, delle pensionate fumatrici che giocano a carte, dei ristoranti caserecci e delle inquietudini e ribellioni scatenate proprio in questo ordinario faticosamente raggiunto. Il coraggio, insomma, di raccontare il paese reale, come si direbbe in politica, la routine quotidiana che va in crisi, allarga fratture già presenti ma inespresse, e rischia di risolversi in dramma, ma anche in nulla.

Nessun dolore di Gianni Amelio è, al contrario del titolo, una dolente e un po' troppo schematica elaborazione di un lutto con componente migratoria. Davide gestisce un chiosco di libri usati nel centro di Roma. La sua vita viene sconvolta quando un nordafricano gli affida un bambino che muore in seguito ad un incidente, di cui Davide si sente responsabile. Attraverso le vicende il senso di colpa si allarga dalla dimensione individuale a quella collettiva, relativa agli immigrati, alla loro condizione, alla precarietà che solo la conoscenza e la condivisione ci possono minimamente far capire. La nostra solitudine, il nostro individualismo, il nostro egoismo sono profondi ed articolati e solo eventi traumatici possono scuoterlo per farci rimettere tutto in discussione. Dignitoso, ma un piccolo film, non a caso non in concorso.

Delusione, invece, per La città dei vivi di Edoardo Gabriellini, che a quanto pare non è riuscito a rendere efficace la trasposizione cinematografica del libro omonimo di Nicola Lagioia.

Preso da avvenimenti reali, il film racconta un frammento di vita di un giovane ventitreenne, ucciso in seguito ad un fatale, ma pericoloso, incontro. Il ritratto di una dimensione giovanile e l’elaborazione di un lutto dei genitori sono lodevoli, ma il film risulta piatto, univoco, molto meno empatico di come potrebbe essere.

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