Una riflessione sui territori in abbandono
“Pietre di pane. Memorie di geografie fragili” Trento, Galleria Civica, fino al 15 novembre
Tra la paradossale concretezza del titolo e la discreta vaghezza del sottotitolo, l’area tematica di questa mostra rimane aperta in diverse, forse troppe, direzioni e, nonostante la presenza molto coinvolgente di alcune opere, altre non si prestano ad una facilissima lettura.
Soprattutto, non risulta sempre semplice capire il fattore che le lega al “discorso” che la mostra intende fare, una riflessione sui fenomeni di abbandono di certi territori nel mondo, luoghi che per motivi diversi, catastrofi di origine naturale e più spesso umana, mostrano i segni delle lacerazioni e devastazioni, ma talvolta anche quelli dei tentativi di ridargli significato, magari di rigenerarli.
La mostra, curata da Giulia Colletti e Gabriele Lorenzoni, fa esplicito riferimento, almeno nella presentazione, alle ricerche e al pensiero dell’antropologo Vito Teti, che ha ragionato a lungo sul fenomeno della “restanza”, la scelta di (ri)abitare e rivalutare i luoghi colpiti dal disastro e dall’abbandono, senza cancellarne la storia, le perdite e le ferite.
Un’opera che agisce in quest’ultima direzione è, ad esempio, proprio la prima che ci accoglie, sul pavimento: l’ellisse di pietre di porfido composta nel 2000 dall’artista inglese Richard Long, campione della Land Art, dopo aver camminato per otto giorni sulle nostre montagne: sintesi di geologia, fatica estrattiva, sentimento del viaggio e del cosmo.
Alcune opere agiscono in modo esplicito attorno al binomio pietra-pane che fa da “segnavia” al percorso. Sono quelle che da un lato rimandano alla durezza, alla fatica del lavoro per procacciarsi i mezzi di sussistenza, e dall’altro segnalano la questione della diseguaglianza sociale e della prevaricazione del potere. Ne sono esempi salienti il “Bread Cube” (2003) di Santiago Serra, scultura di pane di 90x90 centimetri, di cui rimane il documento fotografico; le pagnotte ricavate da ciottoli di fiume (2022) di Zhanna Kadyrova, che alludono agli effetti dell’invasione russa dell’Ucraina; fino all’installazione di gusto apparentemente pop (1998-2008), vivacemente colorata e realistica, di Mladen Stilinovi? in cui i dolci vengono farciti di cubetti di pietra divelti dalla strada, riferimento chiaro al gesto di rivolta contro ogni potere che, sulle orme di Maria Antonietta, invita il popolo privo di pane a mangiare brioches.
C’è dunque in questi artisti un messaggio densamente politico, che rimane invece più implicito in un buona parte degli altri autori. Riguardo ai quali a volte è necessario farsi accompagnare dai commenti dedicati dei curatori, perché è lì che loro rivelano la propria “chiave di lettura”, quella che li ha persuasi a inserirne le opere nel percorso, individuando uno strato di senso tra i vari possibili di ogni singolo lavoro, non per forza quello che a noi sembra prevalere.
Pensiamo al monocromo (1957) di Piero Manzoni; al lavoro di Mirella Bentivoglio (1965-1966), esempio di ricerca verbo-visiva; al video “Infinito” (1971) di Giovanni Anselmo, solo per citarne alcuni: tutti inserimenti legittimi, nei quali si è colto un piano di significato tra i diversi, forse prevalenti, motivi di ricerca concettuali e linguistici che li contraddistinguono.
In altri casi, poi, opere dotate di originalità e vivacità formale, godibili in quanto tali, riservano una ulteriore portata metaforica, e di critica socio-politica, che le informazioni dei curatori aiutano a far emergere. Vengono in mente le gabbie inserite una nell’altra (2013) di Shilpa Gupta, che sembrano solo una metafora psichica ma in realtà si riferiscono alle barriere sorte tra Pakistan, India e Bangladesh dopo la dominazione coloniale. Oppure la memoria di storia mineraria che si nasconde nelle sculture (2005) di Natalia Trejbalova, laddove sembra proporre una prospettiva fantascientifica. E ancora il grande murale di Francis Offman, realizzato apposta per questa occasione, opera molto coinvolgente sul piano materico e cromatico, realizzata col riuso degli scarti, che però nasconde un pensiero, una sotto-narrazione che riguarda lo sfruttamento del lavoro migrante. Superficie accattivante ma, viene da dire, bisognosa forse di troppe spiegazioni per rilasciare il proprio potenziale critico.