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QT n. 1, gennaio 2026 Servizi

800 anni di arte in una terra di transiti e di cerniera

Ezio Chini, Marcello Beato e decine di altri esperti raccontano una storia che fa tesoro delle ricerche e delle (ri)scoperte dell'ultimo mezzo secolo.

Sono passati più di quarant’anni dall’uscita del libro di Nicolò Rasmo, ultima opera organica di storia dell’arte in Trentino. Ma non è stata solo l’ampiezza deltempo trascorso ad indurre Ezio Chini e Marcello Beato a curare, e in buona parte a scrivere, questa nuova storia.

Le ragioni sono più d’una. Il libro di Rasmo, imprescindibile riferimento, aveva riservato all’Ottocento un trattamento piuttosto sbrigativo, e questa lacuna andava colmata, spingendo il racconto anche al secolo successivo. A ciò si è aggiunta una motivazione forte: il fatto che proprio a partire dagli anni a cavallo fra i Settanta e gli Ottanta del secolo scorso, il Trentino è entrato un una fase inedita di impegno pubblico nella conoscenza, la cura e lo studio del patrimonio artistico. Sono cioè divenute operative le competenze trasferite dallo Stato alla Provincia Autonoma con lo Statuto del 1972: intense campagne di catalogazione e di restauro portano a una sequenza di riscoperte, talvolta a vere scoperte; stimolano nuovi studi e riletture; mettono in luce un’ ”inaspettata ricchezza e articolazione territoriale dei beni che ha finalmente fatto uscire il Trentino da una certa condizione di marginalità in relazione al panorama nazionale”, come scrivono Beato e Chini.

Maestro Venceslao, Maggio, 1397 circa, Torre dell’ Aquila - Castello del Buonconsiglio

L’apertura è appunto dedicata ai soggetti e ai luoghi che nel tempo hanno costruito la conoscenza del patrimonio artistico: una “storia della storia dell’arte”, dai primi viaggiatori del Cinquecento fino agli studiosi del Novecento; alla crescita delle professionalità necessarie per una ricognizione scientifica e capillare; alla rete dei Musei e dei Castelli, i principali dei quali sono entrati nel patrimonio pubblico, anche sulla spinta delle infaticabili ricerche di Aldo Gorfer; all’impulso concorrente degli enti ecclesiastici, non solo del Museo Diocesano; alle riviste storiche.

Su tale poderoso retroterra si innesta adesso un volume pensato come un manuale non rivolto agli specialisti ma di grande impegno filologico e soprattutto “corale”, poiché coinvolge, oltre agli autori menzionati, 25 esperti in diversi ambiti, ai quali sono affidati alcuni dei saggi e molti dei 41 “Approfondimenti” distribuiti lungo il racconto, nonché i capitoli sull’Otto e il Novecento, con l’innovativa inclusione di un percorso dedicato alla fotografia.

Il progetto

Uno dei compiti impliciti, si può dire, del progetto era di mettere alla prova, anche sulla base delle nuove conoscenze, la lapidaria affermazione pronunciata nel 1930 da Giuseppe Gerola, primo Soprintendente per l’arte dopo la Grande Guerra, in cui sosteneva che “una storia dell’arte del Trentino non esiste. Per chi non tenga conto delle mediocrità, vi sono soltanto artisti forestieri che lavorano nel paese, e artisti trentini che svolsero la loro attività fuori della patria”. Osserva Beato che in queste parole c’è solo una parte di verità: proprio i recenti ritrovamenti e restauri hanno portato in luce “fenomeni di alto livello in ambito locale, anche ad opera di artisti trentini”, citando come esempi “gli altari lignei preziosamente intagliati e dorati (specie nel Seicento) e quelli spettacolari di marmo realizzati da eccellenti artisti e botteghe locali, come i Castionesi” e “l’attività pittorica della cosiddetta ‘scuola di Fiemme’, capitanata da figure come Giuseppe Alberti e gli Unterperger”. Quel che c’è di vero nelle parole di Gerola, ed è confermato nel successivo secolo di studi, è che “dal Medioevo fino alle soglie dell’Ottocento, in Trentino prevalgono abbondantemente fenomeni di importazione e migrazione culturale”. Si può ricordare il caso macroscopico dei Baschenis, dinastia di pittori stagionali provenienti dal bergamasco che decorò con intenso colorismo molte chiese delle valli occidentali tra il 1460 e la metà del secolo successivo. Oppure il fenomeno di origine tedesca degli altari a portelle, i Flügelaltäre, che dalla metà del Quattrocento proseguì, a dispetto dei nuovi linguaggi ormai ben presenti sul territorio, fino alla metà del Cinquecento, specie nelle valli del Noce, di Fiemme, di Cembra e del Primiero, più vicine all’area tirolese.

Tullio Garbari, Composizione apocalittica, 1931, olio su tela. Rovereto, Mart, Archivio fotografico e Mediateca – Provincia autonoma di Trento, Soprintendenza per i beni culturali.

Con la fondazione dell’attuale cattedrale di Trento (1212), punto di avvio di questa storia, già si vede che siamo in una fase fortemente evolutiva: il principato è in vigore da circa due secoli, e il nuovo vescovo Vanga decide di sostituire la chiesa eretta appena 60 anni prima dal predecessore Altemanno, c’è bisogno di qualcosa all’altezza di una città ‘imperiale’: compito affidato a maestranze lombarde, i d’Arogno.

Tale è la durata del cantiere che si registra un cambio di cultura architettonica, e scultorea, entro la metà del Trecento, dal romanico al gotico. Anche gli affreschi all’interno rivelano un passaggio d’epoca: proprio uno dei recenti restauri (2019/22) ha riportato in luce pregevoli affreschi di scuola emiliana: mentre l’architettura recepisce un messaggio dal nord, la pittura fa proprio il linguaggio nuovo di Giotto. E questo è solo un episodio, nemmeno il primo, di adozione dello stile figurativo, il giottesco, che si diffonde in Trentino dai primi decenni del Trecento, ad esempio nella chiesa di S. Cecilia di Chizzola di Ala (1320ca), e resterà attivo per tutto il secolo.

Il centro politico-religioso del principato è più esposto, non solo per motivi orografici, ai mutamenti. Non è così per le molte piccole chiese delle vallate. Dove la pittura romanica del secoli XII e XIII rimane documentata in molti luoghi delle valli occidentali, al punto che gli autori inseriscono una mappa della sua diffusione nel Trentino. Tuttavia, poiché ricordano che “la regione trentino-tirolese può vantare una concentrazione di pittura romanica tra le più alte d’Europa”, ed anche più intensa nel Sud-tirolo, viene da chiedersi se poteva essere utile osservare nella sua unitarietà un fenomeno regionale connesso alla costruzione di luoghi di devozione sulle vie di pellegrinaggio.

Simone Baschenis, Danza macabra, 1539, particolare. San Vigilio, Pinzolo..

Gli affreschi della cappella del castello di Stenico, scoperti nel restauro del 1988/93, di maestranze tedesche, ci dicono tra l’altro che il romanico in pittura era praticato in queste zone da pittori provenienti non solo dalla Lombardia e dal Veneto, ma talvolta dal nord.

Prima di arrivare al punto di eccellenza internazionale del Ciclo dei Mesi (Torre dell’Aquila, di pittore boemo) alla fine del Trecento, la pittura profana si era sviluppata durante il secolo nelle dimore signorili, con opere per lo più d’ambito veronese, importanti nel castello di Arco (scoperte del 1986) e soprattutto in quello di Avio.

Si osservano fra il Tre e il Cinquecento due fenomeni. Il primo è la “persistenza” (Chini): uno stile tende a perdurare anche oltre le innovazioni già in atto del linguaggio artistico. Tipici i casi della chiesa di S. Pietro a Trento (della comunità germanofona) e di molte nella Valle di Non. Lo stesso accade con i citati Fl?gelaltäre, e con i Baschenis, al tempo in cui il veronese Falconetto è già attivo con le sue prospettive. L’altro e collegato fenomeno, in architettura, è la duttilità delle maestranze lombarde, che si prestano a “gettare elaborate volte gotiche su chiese talvolta preesistenti o a ricostruirle ex-novo secondo i dettami dell’arte tirolese”, adattandosi al gusto del committente.

Le pagine sul Rinascimento, tra il vescovo Hinderbach (1465) e la fine del Concilio (1563) hanno il pregio di far intendere come il rinnovamento del volto urbano di Trento, operato dal Cles, sia preceduto e accompagnato sul territorio da un intreccio tra persistenze e innovazione (la chiesa di Civezzano è addirittura un caso singolarmente riuscito di fusione tra gotico e rinascimento, poco dopo impreziosita da capolavori dei Bassano). Certo, le campagne di restauro del castello e dei cicli affrescati di Dossi, Romanino, Fogolino ne hanno cambiato la percezione comune, da luogo della memoria irredentista a documento eminente del Cinquecento italiano. Per altro, sul piano della gestione del potere, sappiamo come lo spirito umanista di Hinderbach non lo trattenne dal “risolvere” il caso del Simonino con l’eliminazione della comunità ebraica (1475), così come al Cles non fu d’ostacolo per la repressione brutale dei rivoltosi contadini del 1525.

Sotto: Palazzo Fedrigotti, cortile. Rovereto

Dalla Controriforma al Novecento

In epoca controriformista viene promosso il culto della Vergine, crescono ordini religiosi e confraternite che si fanno essi stessi committenti d’arte, diffondendo in gran parte del territorio dipinti di artisti veneti anche di alta qualità, come nelle valli del Chiese e Ledro, all’Inviolata di Riva (Palma il Giovane, Ricchi), a Trento (Fontebasso), e si affermano brillanti botteghe di scultori locali, i Carneri e i Castionesi, con altari marmorei che vanno sostituendo quelli in legno.

Nelle due città maggiori, tra Sei e Settecento, si assiste a un doppio movimento: mentre Trento viene per così dire “riconsacrata” con nuove chiese quali S. Francesco Saverio, Annunziata, Cappella del Crocifisso, Suffragio (ma non manca il notevole barocco “laico” di palazzo Trentini), a Rovereto un’epoca di fervore economico legata all’industria della seta fa crescere un ceto agiato in sintonia con la cultura illuminista e promotore di un rinnovamento urbano (palazzi Fedrigotti, Alberti Poja, Piomarta, Annona, per non dire del Teatro Sociale, in anticipo di 35 anni su quello di Trento).

Tramontato il principato vescovile, Trento vede incisive trasformazioni urbane, e nuove architetture in stile neoclassico, il Teatro Sociale, il Ginnasio-liceo, la cappella di palazzo Thun, il cimitero monumentale, che racchiude in sé numerose dimostrazioni del nuovo gusto anche in ambito scultoreo, come quelle di Andrea Malfatti, di Mori, formatosi a Brera, maggior scultore trentino dell’Ottocento.

Fortunato Depero, Serrada, 1920, tarsia di panno. Mart, Rovereto - Archivio fotografico e Mediateca – Provincia autonoma di Trento, Soprintendenza per i beni culturali.

Il capitolo racconta il secolo austroungarico, l’influenza di Hayez e quanto era rimasto in ombra prima della cosiddetta “triade storicizzata” degli artisti più noti della seconda metà del secolo, Prati, Bezzi, Segantini (questi ultimi attivi soprattutto fuori dal Trentino) anche in relazione con la “questione nazionale” che si fa sempre più stringente (il monumento a Dante); e con l’aggiunta di un ormai necessario percorso sugli artisti della fotografia nell’arco dei due secoli, la nuova forma d’arte che accompagna e documenta l’evoluzione sociale, a partire dal suo pioniere Giovanni Battista Unterveger.

Appropriata è la scelta di Giosuè Ceresato di raccontare il Novecento per tappe significative, rinunciando alla distinzione tra scultura e pittura (anche se sarebbe utile qualche integrazione, ad esempio sull’arte in ambiente naturale), lasciando a Manuela Baldracchi il tema dell’architettura, in particolare della stagione che ha portato a Trento alcuni edifici significativi del movimento razionalista, vedendo protagonista, accanto ad Angiolo Mazzoni, il trentino Adalberto Libera.

Grifone

In una provvisoria conclusione, si può dire che il libro avvalora in modo molto convincente l’idea che ciò che caratterizza l’arte in Trentino, per paradosso solo apparente, è il fatto di vedere convivere una pluralità di apporti culturali, dovuta alla sua “naturale” vocazione di terra di transito e di cerniera. Concetto che forse all’epoca di Gerola non veniva spontaneo di valorizzare.

Sul piano editoriale, la giusta opzione per un formato compatto ha però costretto a contenere l’apparato illustrativo, e viene da chiedersi se, in un’ eventuale futura edizione, non si possa pensare a sdoppiare il volume, guadagnando in completezza delle immagini e, forse, in portabilità.

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