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QT n. 11, 30 maggio 1998 Servizi

Il nuovo imperativo: laureiamoli prima

Adeguarsi all'Europa, questa la linea che viene alle Università. I motivi, le prospettive, ed anche i rischi...

Nelle università italiane si studia di più che all'estero, a Trento più che a Colonia. Questo ci dicono gli studenti (vedi pagine precedenti); ce lo conferma il rettore ("Abbiamo corsi di laurea più lunghi e complessi'). E ce lo rivelano anche le statistiche: oggi lo studente italiano si laurea a 27-28 anni, nel resto d'Europa a 22-23. E allora, o gli studenti italiani sono meno intelligenti e\o studiosi dei loro colleghi europei; oppure è proprio vero che da noi si studia di più, o forse si studia (e magari anche si insegna) male.

Il problema se lo è posto anche il ministero della Pubblica Istruzione, il quale - nell'ambito delle riforme avviate, dopo decenni di immobilismo, dal ministro Berlinguer - ha sposato una linea drastica: il giovane non deve più laurearsi così tardi, le università si diano una regolata. Come? Vedano loro: hanno voluto l'autonomia? Adesso pedalino; però i finanziamenti statali andranno agli atenei che hanno alte percentuali di laureati "in tempo". Ossia, se gli studenti di Legge non si laureano in 4 anni (come teoricamente dovrebbero) ma in 7-8 (come accade adesso), la facoltà si vedrà ridurre i soldi drasticamente.

Obiettivi chiari e metodi convincenti, come si vede. Ma il problema è davvero così pressante? E non è un po' paradossale pensare che la nostra università soffra di troppo studio?

Sulla diagnosi sono tutti d'accordo. "All'estero si studia meglio, perché i servizi sono migliori e perché i percorsi formativi sono più indirizzati al lavoro, allo sbocco professionale - ci dice, confermando in pieno il giudizio degli studenti Erasmus da noi intervistati, Luciano Guerzoni, sottosegretario di Berlinguer, con delega proprio su Università e Ricerca scientifica - Però indubbiamente si studia anche meno, i carichi di lavoro sono mediamente meno pesanti."

"Abbiamo avuto un processo di progressivo arricchimento delle materie, che alla fine è diventato eccessivo - confessa il prof. Massimo Egidi, rettore dell'università di Trento - In parte dovuto allo sviluppo del sapere, ma in parte dovuto a meccanismi accademici", vale a dire una logica non tanto finalizzata all'insegnamento, quanto "interna al mondo accademico, nei suoi aspetti più nobili - lo svilupparsi di nuovi settori del sapere - e meno nobili - i rapporti di potere" - ci dice Guerzoni. Il tutto nella logica italiana che è sempre 'aggiuntiva' : una nuova legge non sostituisce la precedente, ma aggiunge commi e articoli; un programma d'esame non viene ristrutturato, si aggiungono capitoli e libri. Con il risultato che "quando mi sono laureato io in Giurisprudenza, un certo esame lo studiavo su un testo di 350 pagine, oggi lo stesso esame ha 3000 pagine." Ed essendo il cervello dei giovani più o meno lo stesso, si sono avute due conseguenze: l'universitario non è più lo spensierato goliarda di tanti anni fa, è una persona che lavora; lavora sodo e a lungo, e i tempi per arrivare alla laurea si sono dilatati.

Ora, che i rampolli della borghesia abbiano smesso di sciamare per le città universitarie comportandosi come bamboccioni, è cosa buona e giusta; invece, che i giovani (oggi l'università è di massa) siano immessi sul mercato del lavoro a un'età non più verde, è cosa da discutere.

Ed è stata la solita Europa a porre sul tavolo il problema: percorsi formativi così diversi ostacolano i reciproci riconoscimenti dei titoli di studio, un traguardo cui lentamente ci si sta avviando (e cui incominciano a tendere anche gli scambi di studenti, nati invece con più generici obiettivi di esperienza culturale). Non solo: la differenza d'età, nel prossimo mercato europeo del lavoro, costituirebbe un handycap per i laureati italiani, "le imprese preferiscono i più giovani, perché hanno più sprint, sono più plasmabili, più disponibili a imparare" ci dice Guerzoni, che sottolinea il paradosso "abbiamo gli studenti più preparati, ma poi perdenti rispetto alla concorrenza europea ". Il che sarebbe "il massimo della sfìga, anzi un imbroglio: prima ti fai il mazzo sui libri, poi ti dicono che hai perso troppo tempo a studiare " commenta uno dei rappresentanti degli studenti.

Di qui l'obiettivo di accorciare la durata dei corsi di studi, agendo, per essere convincenti, sulla fondamentale leva del vii denaro.

Però, perché la cosa non sfoci in un grande pasticcio, corre parallela la scelta di riorganizzare tutto il sistema universitario. Che, secondo il sottosegretario, andrà articolato su tre livelli. Un primo stadio dedicato alla formazione di base, con conseguente titolo "magari non immediatamente spendibile come professionalità, ma bisogna dare al giovane anche obiettivi intermedi, per rimediare alla situazione attuale, con il 50% degli iscritti che abbandona gli studi al primo anno ". Un secondo livello che sarebbe la laurea vera e propria, ma alleggerita "di tutta una parte dell'attuale carico, quella che riguarda le specializzazioni, la professionalizzazione di dettaglio ". Questo momento sarà invece oggetto di un terzo specifico livello, da affrontarsi magari non immediatamente, ma dopo o durante l'esperienza lavorativa: i corsi e attestati di specializzazione, rivolti alla formazione delle professionalità più specifiche, e il dottorato, rivolto alla ricerca, universitaria ma non solo.

Questo lo schema governativo, sostanzialmente condiviso nel mondo accademiche se sorgono tutta una serie di perplessità. Che sostanzialmente si possono ricondurre a due ordini di preoccupazioni.

La prima riguarda la funzione dell'Università. Nei dintorni del '68 aveva creato scalpore la ricerca del sociologo Barbagli, che attraverso l'analisi comparata di quasi un secolo di vita dell'università e parallelo sviluppo economico e occupazionale, dimostrava come ruolo preminente (o in ogni caso fondamentale) dell'Università era quello di costituire un comodo parcheggio di manodopera: il giovane, occupato negli studi, non premeva sul mercato del lavoro, viveva in famiglia e non si lamentava. Al giorno d'oggi, ha senso ridimensionare di brutto il parcheggio, e immettere in circolazione più giovani, in un mercato del lavoro almeno nel Meridione già intasato? In nome magari della mitica Europa, che già conta i suoi venti milioni di disoccupati?

"E' una preoccupazione seria - ci risponde il rettore Egidi - Per questo, noi non vogliamo - utilizzo la metafora di Barbagli - distruggere il parcheggio, bensì renderne più flessibile l'entrata e l'uscita. Il giovane si laurea prima, e affronta il mercato del lavoro; in certe situazioni, geografiche e professionali, si troverà bene; in altre non troverà lavoro, oppure avrà bisogno di maggior professionalità, e per lui ci saranno i corsi e livelli ulteriori."

La seconda perplessità riguarda il livello di preparazione finale. Laureare prima può significare, soprattutto in assenza di maggiori investimenti, ridursi a dare lauree più facili. Accontentandosi di una preparazione più superficiale, nozionistica, magari confondendo l'aderenza alla pratica con la rinuncia allo sforzo concettuale; e perdendo così quello che diverse ricerche hanno indicato come "il vero atout dei laureati italiani: l'elasticità mentale, la capacità di aderire e capire nuove situazioni, di rimettersi a studiare" ci dice Piergiorgio Rauzi, docente a Sociologia. E a questo punto è facile contestare la presunta smania delle imprese europee nel privilegiare la giovane età, come se fosse preferibile un ventitreenne dalla preparazione lacunosa a un ventisettenne ferrato.

Insomma si teme un processo di dequalificazione dell'Università. Che alcuni degli studenti hanno già iniziato ad avvertire, mettendosi a contestare - a dire il vero controcorrente rispetto agli orientamenti della maggioranza dei colleghi - l'imperversare dei test scritti, le cosidette "provette" "che sono tanto comode per gli insegnanti che non devono più fare esami; che sono comode per noi, perché un pò ' si copia, un pò ' si fraziona la materia; ma che sminuzzano il sapere, lo banalizzano, riducendo il livello dell'Università a quello di un mediacre liceo..." E la nuova prevalenza delle prove scritte, magari sotto forma di test a crocette (come quelli della patente, per intenderci) è la tendenza che più sembra avvicinare l'università italiana alle caratteristiche più facilitanti delle università europee. "Il pericolo, concreto, è quello di importare il modello americano - teme Rauzi - Facilitazioni, scadimento della preparazione, e spostamento in avanti dell'acquisizione delle competenze. L'università di massa si dequalifica; e poi, per chi può pagare, girare il mondo, e 'è il Master, ci sono le scuole di eccellenza." Insomma la selezione di classe, quella denunciata da don Milani, uscita dalla porta, ritorna dalla finestra.

"Che ci sìa questo rischio è possibile - replica Egidi - Ma possiamo utilizzare antidoti potenti. Il primo è l'autonomia delle Università, che le sta spingendo alla competizione; e quindi alla qualità. E la qualità può essere perseguita in parallelo a un accorciamento dei tempi di permanenza degli studenti, cioè a uno sfrondamento dei programmi, la cui ponderosità spesso è un fatto quantitativo, non qualitativo: la mia preparazione, entro certi limiti non dipende dalla quantità di argomenti che conosco, ma da come li conosco, come so correlarli. Ma per raggiungere questo obiettivo, lo studente deve essere seguito di più: per questo dobbiamo semplificare - il numero di materie, gli insegnamenti - per avere più docenti che seguano la preparazione degli studenti."

Certo, tutto questo costa. Oggi uno studente ogni anno costa tra i cinque e i diciotto milioni a seconda della facoltà "e lui paga un milione di tasse, soldi che in gran parte utilizziamo per finanziare gli studenti meno abbienti. Ora questa operazione può essere fatta con più forza, chiedendo più soldi agli studenti, ma anche agli altri enti - prosegue il rettore, che in questi giorni sta aumentando la tassa universitaria- Perché il nostro obiettivo deve essere aumentare la qualità, ma senza operare discriminazioni di censo."