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La libertà di invecchiare

La vecchiaia come una fase della vita di cui riappropriarsi. Da Una Città, mensile di Forlì.

Marina Piazza

Stiamo assistendo a un processo di invecchiamento senza eguali che riguarda più le donne degli uomini. Secondo l'Istat, gli uomini con più di 65 anni sono il 18,5% della popolazione e le donne il 37%. Nei prossimi tre anni è atteso un milione di over 90, perché si alza soprattutto l’età dagli 80 ai 90.

La prima evidenza è che questa generazione invecchia in modo diverso da quella precedente. Le donne che oggi entrano in questa fase della vita (circa sette milioni con più di 65 anni, un quarto della popolazione femminile) come si sono allontanate dall’esperienza delle loro madri già nel passaggio dei 50 anni, così se ne allontanano in questo passaggio. Perché sono più istruite, hanno in maggioranza lavorato per il mercato, hanno sperimentato fratture e discontinuità, sono state protagoniste della grande ondata di riforme negli anni '70, non solo delle leggi (divorzio, aborto, diritto di famiglia, ecc.), ma anche di una rivoluzione nei comportamenti e negli stili di vita. Tutto questo non può non avere una risonanza anche nell’avvicinarsi a questa età.

Partiamo da alcuni punti fermi. Non c’è la vecchiaia tipica e ci sono moltissime differenze tra uomini e donne, ma anche tra donne, perché è diverso invecchiare da benestante e da povera, tra il vivere isolata o inserita in una rete familiare o amicale. C’è poi, naturalmente, chi gode di una relativa buona salute e chi invece è colpita da malattia. Questa è la prima acquisizione di base: le vecchiaie sono diverse. La seconda è che si tratta di un passaggio lento, in qualche modo sgranato da un infinito stupore: “Ma non può capitare a me!”.

La vecchiaia non è uno stato, è un percorso. Spesso il passaggio è segnato dallo sguardo dell’altro o da alcune scadenze burocratiche.

La prima vecchiaia è una fase delicata, perché è una transizione tra una reale (o immaginata) padronanza di sé e il delinearsi di una minaccia di caduta nell’impotenza, anche questa a volte reale, a volte immaginata. È una fase contraddittoria e inquieta, uno snodo cruciale, perché da come si mettono a fuoco i diversi atteggiamenti dipende anche la postura che si adotterà nelle fasi più avanzate.

L’avvertenza è quella di attrezzarsi all’incertezza. Perché sembra di essere in bilico, con un piede su entrambi i versanti dello spartiacque tra l’invecchiare e l’essere vecchi. D’altra parte, il congresso dei geriatri ha sancito, nel novembre 2018, che si diventa anziani a 75 anni, non a 65.

Ci sono molti modi di affrontare questa età: con rabbia, con la ripartenza verso un progetto, oppure con l’accettazione della fragilità o con una visione più tranquilla, più pacificata. Ma la cosa importante è l’accettazione del cambiamento, nel lavoro, nella vita, nel potere.

Per tornare alle differenze tra donne e uomini, questi ultimi godono di un’immagine diversa rispetto alle donne. Gli uomini vecchi possono essere più saggi, più potenti, persino più seducenti. Le donne vecchie sono in genere pensate come invidiose della bellezza giovanile, pronte a rinnegare le loro facce di adesso, nell’illusione di ritrovare quella di un tempo. Oppure, sul versante opposto, abbiamo le nonne perfette, quelle che, finché ce la fanno, rimediano alle mancanze del nostro scalcagnato welfare.

Soffermandoci sulle diversità dell’invecchiare tra uomini e donne, emerge il peso degli stereotipi. Per esempio, di fronte allo stereotipo della vecchietta con lo scialle che fa la calza vicino al focolare, rintanata e un po’ rimbambita, oggi si fa spazio un nuovo stereotipo: quella che mai rinuncia alla sua femminilità e si mantiene giovane, brillante, vitale, molto spesso attraverso le cure estetiche (dando vita a labbroni e mascheroni). James Hillman l’ha definito un crimine contro l’umanità; una mia amica le chiama le “porno nonne”.

C’è anche un’accentuazione dell’importanza della funzionalità del corpo, con l’invito a sgobbare in palestra, a viaggiare, ad andare in bicicletta fino a novant’anni e oltre. Una gioventù reiterata e ribadita, dello spirito e del corpo “come il condannato a morte che viene curato e nutrito prima dell’esecuzione”, scrive Ginevra Bompiani.

Le tappe della vecchiaia

Come abbiamo ricordato, non si può guardare al pianeta delle donne anziane come a un tutto indifferenziato, tralasciando le differenze tra le fasce d’età che convivono nella sempre più lunga scia della vecchiaia.

A partire dai 65 anni, si entra statisticamente nel gruppo della giovane vecchiaia e ci sono segnali tangibili, visibili: Carta d’argento sui treni, sconti al cinema... In questa fase della vita le donne ripropongono la domanda: “Chi sono io?”, ridefinendo pezzi della vita passata. “Sono ancora chi pensavo di essere? E se sì, mi va bene? E se no, dove penso di pilotare il cambiamento?”. Il futuro è incerto, ma non si crede o non si vuole credere che stia realmente iniziando una nuova fase.

Pensando a me e ad altre donne, forse il passaggio più forte, anche più scioccante, è stato quello dei settant’anni, perché nel decennio che segue si comincia a confrontarsi con le malattie, l’immobilità, la solitudine.Questa è la fase in cui cominciano le malattie, in un processo di infragilimento che può trascinare in un vortice di annichilimento, con l’idea che non ce la farai mai: troppi anni, troppe scarse energie, troppa depressione, un’esagerata prevaricazione del corpo, delle sue debolezze rispetto alla mente. Ecco, questo è il pensiero cattivo che si affaccia.

Poi, procedendo, dopo gli 80, arriva la grande vecchiaia. Qui, come dice Giosetta Fioroni, non bisogna “salvarsi” dalla vecchiaia, ma dalla decrepitudine! Io lo interpreto così: bisogna imparare ad adattarsi, a prendere la forma dell’acqua, ad arrendersi anche all’imperfezione. Farsi forza della stessa fragilità, come fanno i giapponesi che nelle crepe dei vasi mettono un filo d’oro, non le nascondono.

Non si tratta di pensare alla felicità di invecchiare - invecchiare è difficile, è inutile negarlo - ma direi alla libertà di invecchiare, accettando la propria età e non ricorrendo a giovanilismi insensati. È un training all’abbandono, al lasciar andare. E quindi non felici di invecchiare, ma liberi di invecchiare, ciascuno come può. In qualche modo bisogna cominciare a sperimentare. Non ci sono spartiti già pronti.

L’Oms parla di invecchiamento attivo. Io preferisco parlare di invecchiamento creativo, che significa curiosità, ironia, apertura. In un certo senso è il continuare a dire di sì alla vita, che non è facile, ma è anche affascinante, perché è come se si dicesse: “Andiamo a vedere che cosa c’è di nuovo”.

Christa Wolf definisce la vecchiaia come il tempo delle perdite. Perdita della bellezza, della funzionalità del corpo, dell’entusiasmo, delle illusioni sul futuro. E poi c’è la minaccia della non autosufficienza, la lentezza. Cito di nuovo Hillman: “L’uscire dalla vasca da bagno, il correre a rispondere al telefono, o anche soltanto scendere dalle scale presentano altrettanti rischi della traversata del deserto dei Gobi. Chi lo sa quando quel ginocchio matto potrà cedere o il piede mancare il gradino? Un tempo imparavamo dalla volpe e dal falco, adesso i nostri mentori sono il tricheco, la tartaruga e l’alce degli acquitrini nebbiosi”.

Ma poi ci sono la perdita del lavoro professionale e la conseguente perdita di socialità, la perdita di persone vicine, la perdita di potere in famiglia, della mente; o ancora le difficoltà legate alle nuove tecnologie. Leggevo in rete: “Una società che obbliga un novantenne a usare uno smartphone per accedere ai propri diritti non è moderna, è una società che ha deciso di liberarsi dei propri padri. Nel 2026 tutto è diventato un’app, un codice, un portale. Ma a se per prenotare una visita o pagare una bolletta serve un figlio o un nipote, sempre se c’è, il sistema ha fallito. Questa non è innovazione, è esclusione. Quando lasciamo indietro chi ci ha preceduto, non stiamo evolvendo, stiamo solo diventando più comodi e più egoisti”.

Ecco, la perdita dell’autonomia digitale non capita a tutti, ma alla grande maggioranza. E poi la perdita della confidenza nel proprio corpo, l’incertezza su quali malattie possono minarlo.

Poi ovviamente la perdita della memoria che comincia dai nomi e poi va avanti…

Infine il tabù sulla sessualità degli anziani. È il tema più difficile. C’è uno stereotipo sociale su questo; ci sono immagini che vengono in mente a tutti di due vecchi rugosi e rinsecchiti che se la spassano con l’uso di lubrificanti. Le donne ne parlano con difficoltà perché sono reticenti a svelare qualcosa che ha a che fare con la parte più intima di sé, oppure perché non hanno effettivamente esperienze da condividere sul sesso in quel momento. Certo, per quelle che vivono in coppia questa spinta alla sessualità si fa più debole; prevale in molte la constatazione che il desiderio ha preso altre strade, verso un bisogno di affettività, di vicinanza, di tenerezza, senza necessariamente che si verifichi una penetrazione; il tutto nella consapevolezza che per gli uomini non è facile corrispondere a questa diversa domanda.

Poi c’è la solitudine, che naturalmente è in relazione alla perdita di una socialità diffusa legata al lavoro, al rarefarsi della famiglia, ai figli che spesso sono lontani. Anche qui va detto che non si è soli se si vive da soli. Si è sole se manca una rete, un nucleo di intimità, di solidarietà quotidiana.

Nei gruppi ho incontrato anche il pudore della solitudine. A volte una donna non dice: “Sono disperata perché sono da sola”, perché sarebbe come venir meno all’obiettivo di essere autonoma, indipendente, con tante amicizie, eccetera.

Questo non può restare un problema individuale, di questo dovrebbero farsi carico la comunità, le politiche pubbliche, le politiche sociali e sanitarie. E poi ci vogliono delle invenzioni. In un reportage su D di Repubblica si raccontava dell’iniziativa di un ospedale inglese che aveva tagliato drasticamente i ricoveri in ospedale, facendo risparmiare al servizio sanitario una grossa cifra, grazie a un team di socialità. Perché la malattia era la solitudine!

Ma nella vecchiaia ci possono essere anche dei guadagni. Con un po’ di intraprendenza, ottimismo, fortuna, chiusa una porta, si può pensare che se ne aprano altre. Però non si aprono da sole, bisogna oliare i cardini e perché questo avvenga, occorre impossessarsi di strumenti che ho già ricordato: la curiosità, l’intelligenza, l’ironia.

La vecchiaia è terrificante se ci si considera oggetti che smettono di suscitare desiderio e ammirazione. Se invece ci si pensa come soggetti, si scopre che ci sono ancora cose da fare. A patto di riuscire a scoprirle.

Ci sono anche altri guadagni, ad esempio il senso di liberazione che si può sentire nel mettere una distanza tra sé e gli altri: non sei più responsabile di tutto. L’affrancarsi dal gioco della seduzione; l’acquisizione di un diritto all’imperfezione; l’esperienza del tempo ritrovato, di un tempo che consente anche il riaffiorare della memoria.

Un guadagno è anche il non arretrare di fronte al nuovo che ti può offrire la vita, scacciare il corvo nero del controllo, lasciarsi disordinare. E poi dare valore alle piccole cose Anche qui, per assaporarle, bisogna appunto armarsi, tenere in esercizio la curiosità, la libertà, vedere il positivo anche nelle piccole cose, esserci.

* * *

Marina Piazza è sociologa e scrittrice. Ha lavorato per molti anni sul tema della conciliazione tra vita privata e lavorativa e ha partecipato per l’Italia al network della Commissione Europea Family and Work; ha presieduto la Commissione Pari Opportunità presso Palazzo Chigi dal 2000 al 2003.

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