La "disperata gioventù" del Poplar
Un festival diverso: i volontari, i costi, il pubblico, il rumore... E il confronto con la Music Arena.
“Disperata gioventù” è il titolo di una delle canzoni più conosciute di Faccianuvola, uno dei primi artisti a salire sul palco del Poplar Festival nella serata di giovedì 10 settembre. Una gioventù che, nelle parole della canzone, sembra procedere senza coordinate, sospesa tra inquietudini e desideri, ma soprattutto con la costante sensazione di non sapere bene dove andare. Poi ci sono 400 ragazze e ragazzi che, invece, per qualche giorno hanno saputo esattamente dove andare: il Doss Trento.
Sono arrivati da tutta Italia, e anche da oltre confine, molti solo con una tenda e un sacco a pelo. Sono saliti lungo la strada tortuosa che porta in cima al Doss, fino a quella porzione di città che, una volta lassù, sembra quasi sospesa sul resto di Trento. E ad aspettarli non c’erano soltanto le luci, la musica e il pubblico che sarebbe arrivato nei giorni successivi; ma transenne da montare, cavi da sistemare, strutture da costruire, turni da organizzare e una quantità apparentemente infinita di cose da fare.

Anche quest’anno la call con cui il Poplar ha cercato i suoi volontari è arrivata alla fine di agosto. Il messaggio con cui gli organizzatori li hanno chiamati a raccolta era una dichiarazione d’intenti precisa: in un mondo sempre più orientato alla competizione e alla divisione, la risposta poteva essere una sola, stringersi. Fare comunità, “farsi comunità in un momento in cui la comunità è roba da illusi, fuori dal tempo”. Si tratta a tutti gli effetti di un invito a creare un legame collettivo. Una dichiarazione piuttosto ambiziosa, poi però bisogna vedere come si traduce nella pratica; e la pratica sono state 400 persone che tra il 5 e il 18 settembre hanno trasformato il Doss e gli spazi del festival in un cantiere prima, in un luogo di incontro poi e nuovamente in un cantiere alla fine. A muoverle non era un ritorno economico, ma la scelta di dedicare tempo ed energie alla costruzione del festival.
I pezzi del puzzle
Per chi arriva al Doss quando la musica ha già cominciato a suonare, il festival può sembrare quasi una cosa compiuta; ma quella che appare agli occhi del pubblico come una macchina già perfettamente funzionante è il risultato di giorni di lavoro, iniziati molto prima che il primo artista salisse sul palco, destinate a continuare anche quando l’ultimo spettatore avesse già fatto ritorno a casa.
Non esiste un solo modo di essere volontari al Poplar. C’è chi costruisce e chi smonta, chi lavora sui palchi e chi dietro le quinte, chi si occupa della sicurezza e chi passa ore a gestire i vari bar. Ci sono le squadre tecniche che seguono audio e luci, chi il merchandising, chi le casse e chi lavora nell’area food, mettendosi in gioco con pizze, panini e canederli. Chi prepara il catering per gli artisti e chi li accompagna in auto da una parte all’altra assecondando le loro richieste. Troviamo poi chi si occupa dei vari punti di raccolta dei rifiuti, chi lavora nell’hospitality, chi scatta le foto e chi organizza i turni degli stessi volontari. E poi c’è chi gestisce tutta la programmazione culturale dell’area Cult a Piedicastello.
Si tratta di un elenco apparentemente disordinato, ma è forse proprio questo il punto: il Poplar funziona perché tutte queste cose, insieme, smettono di essere singole mansioni e diventano un unico lavoro. A fare tutto questo sono persone che nella vita si occupano di tutt’altro, soprattutto giovani studenti, e che per qualche giorno hanno messo in pausa quello di cui si occupano durante l’anno.
Il risultato nei quattro giorni del festival è stato un programma che ha portato sul Doss 44 artisti e circa 14mila spettatori paganti. Due palchi principali, chiamati Doss e Volt, posizionati sotto il mausoleo e alternati per permettere alla musica di non fermarsi, il palco Eden sulla terrazza panoramica e poi il Secret Garden, più nascosto, con un dj set che continuava lontano dagli occhi del pubblico principale.
Ma ricordiamolo, il festival non era soltanto musica: nel pomeriggio, mentre sul Doss si preparavano gli spazi per la sera, a Piedicastello l’area Cult offriva gratuitamente talk, esposizioni e workshop aperti a tutti. Tra i vari e più disparati temi trattati si è parlato di Palestina, della precarietà del futuro, di musica, del costo della vita a Trento, di letteratura classica e di giochi da tavolo. Un’altra parte della stessa idea del festival: non solo assistere, ma incontrarsi e discutere insieme.
In mezzo a tutto ciò c’erano sempre loro: i volontari. Per il pubblico erano spesso quasi invisibili, ma forse è proprio questo uno degli aspetti più curiosi: più il festival sembra funzionare senza intoppi, meno ci si accorge di chi lo sta facendo funzionare. A guardarlo da dentro, ho avuto più volte la sensazione che il Poplar funzionasse secondo una regola molto semplice: quando qualcosa manca, qualcuno compare. Che si trattasse di un turno da coprire, un fusto di birra da spostare, un camerino da sistemare, qualcuno compariva sempre. E dietro ogni cosa che sembra semplicemente “esserci”, c’è chi poco prima l'ha portata, montata, controllata o sistemata.
L’altra faccia del Poplar
Un festival di queste dimensioni, però, non esiste senza lasciare tracce. E ogni anno, insieme ai concerti, tornano anche le polemiche. Ci sono residenti che lamentano il rumore, soprattutto nelle ore più tarde, e chi contesta la scelta di organizzare una manifestazione di queste dimensioni proprio attorno al mausoleo di Cesare Battisti, ritenendo che un luogo così importante per la città meriti maggiore rispetto e quiete.
Luca Bocchio, presidente dell’associazione Entropia APS che si occupa di organizzare Poplar, ha risposto alle recenti critiche ricordando che “una volta terminato il festival, tutto viene rimosso e il monumento viene restituito alla città in ordine”, sostenendo che l’illuminazione del mausoleo possa rappresentare un modo concreto per valorizzarlo.
Da volontaria ho potuto osservare da vicino la cura nei confronti del parco: durante il festival, ma anche nelle giornate di montaggio e smontaggio, la gestione dei rifiuti è tutt’altro che un dettaglio. Basti pensare anche all’iconico bicchiere riutilizzabile, che oramai è divenuto parte dell’identità del festival, simbolo della scelta ecologica di limitare l’uso della plastica usa e getta. Tutto ciò ovviamente non significa che il festival non abbia alcun tipo di impatto sul luogo che lo ospita: la presenza di tutte quelle persone e strutture per quasi due settimane sul Doss inevitabilmente lascia un segno. Il punto è che esistono contemporaneamente due esperienze dello stesso luogo: quella di chi per qualche giorno lo vive come uno spazio di incontro e quella di chi, invece, lo vive quotidianamente e può percepirne la trasformazione come un’invasione.

C’è poi una seconda questione, meno visibile durante le serate, e forse ancora più delicata: il rapporto tra il Poplar e le risorse pubbliche. Il confronto con il Trento Live Festival, ospitato alla Trentino Music Arena, è ora al centro del dibattito politico proprio sul tema dei finanziamenti. Lucia Maestri, consigliera provinciale del Partito Democratico, ha presentato un’interrogazione chiedendo alla Giunta di rendere noti i dati effettivi sull’affluenza, i costi, i ricavi e il bilancio delle edizioni del festival. Nella stessa discussione è emerso il contratto con Friends & Partners, che prevede 900mila euro all'anno per il Trento Live Festival. Il punto sollevato da Maestri non riguarda soltanto la cifra in sé, ma il rapporto tra l’investimento pubblico e i risultati ottenuti. Il confronto con Poplar rende la questione ancora più interessante. Nella sezione “Trasparenza, 2025” Entropia APS dichiara 145mila euro complessivi di fondi pubblici ricevuti, circa 100mila dei quali provenienti dalla Provincia Autonoma di Trento. A fronte di questo sostegno il festival continua a poggiare in maniera sostanziale sul lavoro volontario. Non si tratta necessariamente di stabilire quale festival meriti più o meno denaro, ma è difficile non chiedersi quali siano i criteri con cui vengono stabilite queste differenze: quanto per il numero degli spettatori? Quanto la capacità di autofinanziarsi? Quanto le ricadute culturali sul territorio? Sono domande che il Poplar, con la sua organizzazione fatta di centinaia di giovani under 30 che lavorano senza percepire un compenso, rende particolarmente evidenti.
Farsi comunità
Quando la notte del 13 settembre il pubblico ha lasciato per l’ultima volta il Doss, il Poplar non era ancora finito. Restavano da smontare i palchi, togliere le transenne, sistemare gli spazi e riportare il luogo al suo originario aspetto. Dopo pochi giorni anche gli ultimi volontari sono ripartiti, portandosi dietro qualche ora di sonno da recuperare, ma non solo.
All’inizio parlavamo di una disperata gioventù; sul Doss, per qualche giorno, ne ho vista un’altra. Non necessariamente meno inquieta, ma capace di scegliere cosa fare di quella incertezza: esserci e lavorare alla costruzione di un qualcosa di così grande. Perché il Poplar non è esente da contraddizioni: ci sono le polemiche, il rumore, le discussioni sul rispetto del Doss e quelle sui finanziamenti pubblici. Ma dentro tutto questo ci sono i 14.000 spettatori e quei 400 ragazzi e ragazze che hanno continuato ad esserci. La call dei volontari chiedeva appunto di farsi comunità, e posso dire con certezza che quelle 400 persone a quell’invito hanno risposto davvero.