Clorinda Menguzzato
La leonessa dei partigiani
Veglia, al secolo Clorinda Menguzzato, nasce a Borgo Valsugana il 15 ottobre 1924. Dopo aver conseguito la licenza elementare inizia a viaggiare per il Triveneto come venditrice ambulante di cappelli, accompagnando il padre nei suoi itinerari. Questa occupazione ? che sembra quasi un’eco lontana della lunga tradizione di ambulantato della zona del Tesino ? si rivela per la giovane Clorinda un’occasione preziosa per conoscere altre realtà e per non sentirsi imbrigliata negli orizzonti circoscritti delle valli montane. Dopo l’8 settembre 1943, sconcertata dalla vista dei lunghi convogli stipati di soldati avviati alla deportazione nei campi tedeschi, Clorinda è alla stazione di Bolzano “per raccogliere le lettere” (cfr. E. Menguzzato, Clorinda e Ancilla, la Storia delle partigiane combattenti, in il Manifesto, 25-IV-2018) lanciate dai vagoni nella speranza che qualcuno le recapiti alle famiglie.

Per molti l’8 settembre è un punto di non ritorno, un brusco risveglio di una generazione cresciuta inquadrata nell’Opera Nazionale Balilla, tra saggi ginnici, adunate di piazza e “sabati italiani”; ora ai disastri della guerra si è aggiunta l’invasione nazista.
Zone di confine come il Trentino-Alto Adige, ma anche come il Bellunese, sono punti nevralgici per l’esercito del Reich che, grazie alla creazione della Zona di operazione delle Prealpi, ne assume il totale controllo garantendosi un corridoio strategico funzionale ai movimenti bellici. Verso la fine del 1943 gruppi di partigiani e di soldati, che erano riusciti a mettersi in salvo, si organizzano e avviano le prime azioni sulle montagne. In Trentino tra la primavera e l’inizio estate del 1944 si susseguono numerosi fermi che rischiano di smantellare il CLN clandestino, oltre ai rastrellamenti in val Calamento e in val Cadino, alla condanna di molti partigiani, alla cattura a Borgo Valsugana a fine maggio di Angelo Peruzzo e di Manlio Silvestri, poi condannati a morte dal Tribunale Speciale insieme ad Armando Bortolotti.
Il Tesino, a partire dall’estate del 1944, si trasforma in un focolaio della Resistenza e dispiega l’intero repertorio della lotta armata: dalle imboscate ai presìdi, alla cattura di ostaggi, fino ai conflitti a fuoco in campo aperto.
Il primo agosto 1944 viene, infatti, costituita la compagnia “G. Gherlenda” come distaccamento della brigata Garibaldi “Antonio Gramsci”, che opera nel feltrino: il comandante è Fumo (Isidoro Giacomin) ex sottotenente degli alpini, e alla formazione si uniscono Veglia e il fratello Menefrego (Rodolfo), ma anche l’amica Ora (Ancilla Marighetto) con il fratello Renata (Celestino). La formazione si distingue attraverso diverse azioni contro le truppe tedesche: quella più clamorosa è l’irruzione alla caserma del CST a Castello Tesino. All’alba del 14 settembre il presidio viene preso d’assalto ed espugnato, i soldati, una cinquantina, vengono fatti prigionieri e trasportati con una corriera al passo del Broccon e da lì alla base della formazione a Costa Brunella; il materiale bellico sequestrato è consistente. L’incursione viene riportata anche dai bollettini della Resistenza.

Lo smacco subito dalle forze germaniche è enorme. Veglia ha una parte importante nell’organizzazione grazie al suo servizio di spionaggio e di raccolta di informazioni fondamentali per la buona riuscita dell’azione. Il giorno successivo i tedeschi lanciano un’operazione di rastrellamento di Costabrunella: il comandante Fumo perde la vita e comandante della Brigata diventa Renata (Celestino Menguzzato), fratello di Clorinda.
Le azioni della Gherlenda continuano: il 9 ottobre scatta una durissima rappresaglia da parte tedesca con fermi indiscriminati anche di intere famiglie, incendi e saccheggi, esecuzioni. Le famiglie Marighetto e Menguzzato ne sono bersaglio evidente, il sacerdote don Narciso Sordo viene prelevato e accusato di collaborazionismo. Gli arrestati vengono trasferiti nel Lager di Bolzano e da lì a quello di Mauthausen. Nella notte Veglia viene catturata in località Zuna, da soldati del CST, assieme a Gastone Nazzari, il vicecomandante Velo, fucilato il giorno successivo assieme ad altri 17 fra partigiani e parenti.
Consegnata alle SS, la giovane combattente è sottoposta a supplizi inumani, abusata dai soldati e dilaniata dai cani, ma il suo silenzio resiste a ogni violenza; infine è uccisa a colpi di pistola. Di lei esistono alcune foto scattate il 16 settembre 1944 al funerale del comandante Fumo, unica donna, in tutte è armata di moschetto, stringe un MAB 38. Veglia è una delle 19 donne italiane decorate con la Medaglia d’oro al valore militare.