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QT n. 5, maggio 2026 Servizi

Perché il processo ai “colletti bianchi” è sempre fermo?

Non è ancora partito il procedimento sulle complicità con i mafiosi. E inizia ad aleggiare lo spettro delle prescrizioni

Si trascina avanti, anzi si trascina e basta il processo ai “colletti bianchi” di “Perfido”, cioè a coloro che, pur non appartenendo alla locale ‘ndranghetista, ne avrebbero – secondo l’accusa – favorito l’insediamento e l’azione, commettendo specifici reati. Insomma, un processo importante, se si vuole capire e reprimere l’insediamento mafioso, che sempre, per svilupparsi ha bisogno di complicità dentro la società. Abbiamo scritto “se si vuole”, perché su questa volontà possono sorgere dei dubbi. Vediamolo quindi l’andamento di questo processo.

Già la partenza era stata a scoppio ritardato. Esso era originato dallo scorporo del procedimento in due tronconi: uno, con imputati gli ‘ndranghetisti veraci, iniziato nel gennaio del 2022, andato avanti con udienze abbastanza ravvicinate, e già concluso in tutto l’iter – Assise, Appello, Cassazione – con una serie di condanne che hanno certificato l’esistenza della “locale”. Quello invece dei colletti bianchi – imputati tre politici, quattro carabinieri, un generale, un Cavaliere del Repubblica – procedeva, o meglio, non procedeva, con ben altra solerzia.

L’avviso della conclusione delle indagini preliminari era del marzo 2023. Per arrivare alla richiesta di rinvio a giudizio e alla prima udienza, si dovevano aspettate due anni, il luglio 2025, quando gli imputati del primo troncone erano già stati giudicati in Assise e in Appello.

Non solo: si arrivava senza gli imputati principali: il cavaliere del Repubblica nonché faccendiere Giulio Carini, che con le sue “cene di capra” fungeva da raccordo tra la “locale” e le più alte istituzioni del Trentino, tribunale compreso, la cui posizione veniva archiviata nel giugno 2023 in base a una certificazione medica che lo descriveva “affetto da grave malattia irreversibile, a causa della quale non è in grado di provvedere alla propria persona” e quindi gli si affiancava un amministratore di sostegno, e tanto bastava al tribunale che, contro le indicazioni della Cassazione, non provvedeva ad una propria perizia per accertare se l’imputato fosse o meno in grado di presenziare al processo.

In quanto al generale Dario Buffa, imputato di aver procurato un porto d’armi allo ‘ndranghetista, già pregiudicato, Domenico Morello, e di averlo informato (peraltro sbagliando) sulle indagini a suo carico, veniva riservato un trattamento d’eccezione: con una serie di acrobatiche derubricazioni dei reati ascrittigli, si arrivava ad un generosissimo patteggiamento di un mese, e lo si faceva sparire dal processo.

Quindi eccoci al luglio 2025, imputati principali tre politici e quattro carabinieri. Il Giudice per l’Udienza Preliminare è Elena Vesco. Dal momento che anche l’altro procedimento si era spezzato in diversi tronconi, con diversi giudici, si erano finiti i giudici disponibili. Si è dovuto quindi ricorrere alla dott.ssa Vesco, di Bolzano, civilista. Che alla prova dei fatti, nel processo penale si dimostra incerta, impacciata, e già oberata dal lavoro a Bolzano, ha poco tempo per studiarsi le carte, e allora continua a rinviare.

E così, di rinvio in rinvio, si arriverà a luglio per certificare la presa cognizione della documentazione da parte delle difese e della giudice, poi, a data da destinarsi ma in autunno, l’udienza per la scelta del rito, e poi con calma si dovrebbe iniziare.

Questo sfilacciamento fa molto male. Allenta l’attenzione sul processo, e quindi la consapevolezza della società, cruciale nella lotta alla criminalità organizzata, soprattutto quando si parla proprio dei rapporti mafia-società civile.

Non solo. Con il passare del tempo, incombono le prescrizioni, soprattutto per i carabinieri D’Andrea, Cipolla e Amato, accusati di omissione di soccorso verso l’operaio cinese Hu XuPai bestialmente pestato, e di favoreggiamento verso i picchiatori; e può puntare alla prescrizione anche l’appuntato Luigi Sperenini, che aveva confidato all’amante, moglie del capo della locale di Cardeto Saverio Arfuso, l’esistenza dell’indagine dei Ros in Trentino, di fatto sabotandola.

Per questi motivi, che reputiamo gravi, sarebbe molto opportuno, anzi doveroso, un intervento del Presidente del Tribunale dott. Spina, che provveda a meglio organizzare, velocizzandoli, i lavori.

Gli abbiamo scritto chiedendogli un’intervista. Confidiamo in una risposta, e soprattutto efficaci provvedimenti.

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