L’eredità olimpica: una voragine di spese
E a pagare sono chiamati gli enti pubblici
Solo due mesi fa Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano Cortina 2026, nell’attaccare i sempre più numerosi critici nei confronti dell’evento olimpico appena concluso, sosteneva con entusiasmo la legacy lasciata sui territori, un’eredità positiva con una forte ricaduta sui giovani. Oggi Malagò è in fuga. Buttate alle spalle le Olimpiadi, sta tessendo la sua rete di amicizie per sostituire alla presidenza della Federazione Gioco Calcio Gabriele Gravina, principale accusato del fallimento della nazionale di calcio italiana. Si dimostra come il poltronificio italiano sia diventato metastasi.
In termini economici cosa ci lascia in eredità la gestione delle Olimpiadi di Giovanni Malagò? Una voragine di debiti e a pagare saranno chiamati gli enti pubblici.
Con ragione sosterrete che non è possibile se una legge dello Stato del 2024 stabilisce che la Fondazione è una società privata. I debiti devono quindi ricadere sui componenti del Consiglio di amministrazione della Fondazione, partendo dal presidente Malagò. Ma non sarà così, come scritto nell’articolato della legge olimpica del 2022 antecedente quella del 2024: se ci saranno debiti, pagheranno i soci fondatori della Fondazione: i Comuni (Cortina e Milano), le Regioni (Lombardia e Veneto) e le Province autonome (Alto Adige e Trentino). Lo Stato, forse, andrà a coprire quanto rimarrà di insoluto.

Attenzione, stiamo parlando solo della gestione degli eventi sportivi, olimpiadi e paralimpiadi invernali 2026, la mission unica della Fondazione: le opere sono escluse dalle cifre che presentiamo. La gestione doveva costare 1,35 miliardi di dollari, dei quali 500 milioni versati dal Cio, ente privato. La copertura veniva assicurata ricorrendo al CONI (ente pubblico, allora presieduto guarda caso da Giovanni Malagò), dalla vendita di diritti televisivi, biglietti, sponsor. Di questi ultimi ben dieci sono società con forte partecipazione pubblica, senza il cui apporto il risultato del debito sarebbe stato catastrofico.
Al bilancio previsto della gestione dell’evento si devono sommare i 328 milioni di euro dati in gestione dal governo ad un commissario straordinario per le paralimpiadi, Giuseppe Fasiol; queste dovevano costare solo 60 milioni, legge 08 agosto 2025, n° 119.
Ma oggi la Fondazione reclama altri 310 milioni per coprire un buco di bilancio generato da 230 milioni di maggiori costi e 80 milioni di minori introiti, e a pagare vengono chiamati gli enti pubblici soci della Fondazione: la Lombardia (60 milioni), il Veneto (fino a 40), il Trentino (20) e l’Alto Adige (5). Di Milano non si sa, mentre Cortina dovrebbe sborsare oltre 2 milioni, un salasso per le casse di questo minuscolo ma altezzoso comune. Al debito rimanente ci penserà lo Stato.

Ci sono inoltre altri debiti che la Fondazione deve saldare e sui quali tace. Verso il CONI, oggi guidato dall’amico di Malagò Luciano Buonfiglio e verso il Cip (Comitato italiano paralimpico) guidato da Giunio De Sanctis, debiti rispettivamente di 48 e 5 milioni di euro. Si tratta di soldi ai quali i due sodalizi sportivi avevano rinunciato, venivano raccolti in operazioni di marketing, in vista delle Olimpiadi e affidati, solo temporaneamente, in gestione alla rapace Fondazione. Ora devono ritornare.
E non è finita. Agli atleti vincitori di medaglie era stato garantito un ricco premio in denaro: 180 mila euro per l’oro, 90 mila per l’argento, 60 mila per il bronzo, mentre agli atleti paralimpici spettava poco più della metà. Un totale di 14 milioni. Denaro che gli atleti vincitori non hanno ancora visto.
Tanta allegria di spesa chi la pagherà?
Il Veneto, sparsi su più bilanci annuali, aveva accantonato fondi per ogni evenienza riguardante le Olimpiadi, ben 143 milioni. Il Trentino circa 60, l’Alto Adige 20 milioni. Questi enti erano ben consapevoli che la Fondazione avrebbe scialacquato nelle spese, sono tutti enti ben rappresentanti nel Consiglio di amministrazione e presenti nelle superflue Fondazioni periferiche.
Il presidente della Provincia di Trento Fugatti, in modo goffo ma come sempre tronfio (situazione sfuggita ai ai nostri media), ha giustificato l’esborso di 20 milioni da parte della Provincia affermando che le Olimpiadi hanno portato finanziamenti statali sul territorio di oltre 300 milioni di euro. Consapevolmente ha omesso di specificare che tali fondi dello Stato sono destinati a investimenti, più o meno utili. Una cifra che nulla ha a che vedere con la gestione delle gare.
I conti della Fondazione sono presto fatti: a oggi ha speso oltre 2 miliardi di euro, 650 milioni in più del previsto. E in questa cifra non sono incluse le opere realizzate, che sono a carico di Simico, la società pubblica delle Olimpiadi. Voci autorevoli preannunciano che la Fondazione presenterà a fine anno un ulteriore deficit di oltre 100 milioni di euro, ma per conoscerne la reale entità dovremo attendere il prossimo bilancio nel 2027.
Come è stato possibile sforare le previsioni di spesa con cifre tanto importanti? Dapprima con l’assunzione di una quantità di personale che impressiona. In secondo luogo affidando appalti in via diretta, senza gara: si pensi a Deloitte. Altre voci ci permettono di comprendere come sia maturato un simile deficit: per l’informatica 175, 7 milioni (Deloitte e non solo), il media center del villaggio olimpico 30 milioni, pulizia e lavanderia 10 milioni, per i trasporti 61 milioni, per i pasti 23 milioni, per le uniformi quasi 38, il solo viaggio della torcia olimpica oltre 13 milioni. Non sono ancora disponibili i costi sopportati nell’organizzazione da Comuni e Regioni.
Riguardo alle opere, andiamo a vedere dai nostri vicini di casa. In Alto Adige lo stadio del biathlon di Anterselva aveva bisogno di una semplice ristrutturazione, così sosteneva il presidente della Provincia Arno Kompatscher. Dapprima erano 4,5 milioni, poi si è passati a 28, mentre oggi a consuntivo siamo a 58 milioni di euro. Inoltre la ricaduta su occupazione turistica, gestione della mobilità, distruzione di varie aree prative per parcheggi è stata tragica, come sostengono gli stessi operatori economici locali.
Anterselva ha ospitato una sola specialità: immaginiamo quale sarà la ricaduta su ambiti come Cortina, Trentino e Lombardia. Il Comune di Anterselva dovrà anche risarcire con 2,5 milioni un’azienda che è stata svantaggiata nella gara d’appalto dei lavori, e ancora nulla si sa di preciso riguardo i costi di manutenzione del mastodontico stadio e delle piste. A Cortina è partita un’inchiesta della Corte dei Conti riguardo al collegamento di Socrepes. Si attendono altre iniziative su più opere da parte della magistratura ordinaria.
Su chi ricadrà la responsabilità di tanta leggerezza amministrativa? Lo abbiamo anticipato: sugli enti pubblici soci fondatori della Fondazione, Stato italiano compreso. Il Cio ha messo le mani avanti, non verserà un euro in più di quanto deciso nel 2020. Il decreto legge imposto dal governo Meloni (11.06.2024, n° 76) afferma che le attività della Fondazione non sono disciplinate da norme di diritto pubblico, che l’ente non riveste la qualifica di organismo di diritto pubblico e che quindi può operare sul mercato in condizioni di concorrenza e secondo criteri imprenditoriali.
Molto chiaro: allora perché a pagare sono chiamati i cittadini? Tale legge era stata imposta solo per sfuggire all’inchiesta che aveva avviato la magistratura milanese fin dal 2023? Se così non è, come più volte dichiarato dal ministro dello sport Andrea Abodi, paghi chi è stato causa di un deficit tanto pesante.
