È il pensiero che conta
Accanto al delitto di Garlasco e alla vicenda Lavitola-Ranucci, il terzo tema dominante nei talk show delle reti televisive meloniane, debitamente affiancate dalla stampa di destra, erano le periferie urbane guastate dalle malefatte dei “maranza”. Da qualche tempo, dopo l'annuncio del decreto governativo sul numero massimo di studenti stranieri nelle classi, ecco un nuovo tema proposto con tambureggiante frequenza: i disastri che tale presenza comporterebbe: abbassamento della qualità dell'insegnamento, frustrazione degli studenti più bravi, e quindi proteste dei genitori per questa nuova forma di pretesa sostituzione etnica.
È l'ennesima tessera di un mosaico xenofobo, alla quale il Presidente Mattarella ha messo qualche argine (inizialmente si prevedeva, ad esempio, di sottrarre ai genitori i bambini che non andassero a scuola); un mosaico al quale anche il nostro governo provinciale ha fattivamente collaborato: dal sì al CPR alla cancellazione dell'accoglienza diffusa, dalla rinuncia a un milione di euro per progetti di integrazione attraverso l’insegnamento della lingua e cultura italiana, fino alla pretesa di 10 anni di residenza per poter accedere alle case popolari, misura ripetutamente bocciata dai tribunali, ma difesa dalla giunta fino alla pronuncia della Corte costituzionale, che definì “irragionevole e sproporzionato” il requisito della residenza di almeno dieci anni.

Inascoltate le proteste del mondo della scuola: con una percentuale di abbandono scolastico degli alunni stranieri del 26% contro il 6% dei coetanei italiani, forse non era il caso di mettere ulteriori ostacoli alla scolarizzazione di questi bambini, come lo spostarli da una scuola all'altra. Per non parlare del divieto del burqa, problema mai segnalato (“Chi ha mai visto una ragazza con il burqa in classe?” - dice un preside), e in ogni caso divieto inutile, visto che già l'art. 5 della legge 152/1975 e l'art. 85 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza vietano di andare in giro a volto coperto.
Benissimo, poi, i corsi di italiano per i famigliari degli alunni, anche se – nota il segretario trentino della CGIL scuola Raffaele Meo - “bisogna insegnare l'italiano quando qualcuno arriva, non dopo dieci anni quando emergono difficoltà”. Corsi di italiano che non dovrebbero in ogni modo riguardare solo chi ha figli, e che ormai, quando esistono, dipendono totalmente da associazioni di volontariato.
La nostra Francesca Gerosa, ovviamente, è pienamente d’accordo: il decreto “va in tre direzioni: più qualità dell'apprendimento, più qualità dell'insegnamento e più qualità dell'integrazione... Il tetto è una proposta che lavora sulla crescita delle scuole e sul miglioramento della didattica, in un'idea di prospettiva”. E sul burqa: “Noi continuiamo a impegnarci per i diritti delle donne e per la parità. È giusto girare con il volto scoperto e noi proseguiamo in questa lotta che dovrebbe essere della sinistra, ma che facciamo noi perché loro sono impegnati a declinare i nomi (?)”.
Le risponde Paola Demagri (consigliera provinciale di Casa Autonomia): “La scuola sa già cosa serve: classi meno numerose, insegnanti preparati e stabilizzati, mediatori culturali e percorsi di alfabetizzazione linguistica, formazione continua e figure dedicate all'inclusione, progetti che coinvolgano famiglie e territori. Tutte queste misure rientrano già oggi nelle competenze delle istituzioni scolastiche e dell'autonomia trentina, ma richiedono risorse economiche. Negli ultimi anni abbiamo assistito invece a un drastico ridimensionamento degli investimenti: la formazione linguistica degli adulti stranieri è stata ridotta”.
Francesca Gerosa vanta un altro merito del provvedimento governativo: la sua alterità rispetto a quanto sullo stesso tema propone Vannacci, il quale “fa politiche della scuola pensando di ghettizzare le persone con bisogni educativi speciali”. Una citazione che avvalora il sospetto che il decreto sia stato ideato in primis proprio pensando alla concorrenza del Generale.
Purtroppo, dopo l'alleggerimento delle misure imposto dal Quirinale, la sua efficacia propagandistica si è un po' attenuata. Ma comunque – come si dice - “è il pensiero che conta”, un pensiero chiarissimo.
Personalmente ci resta una curiosità: questo continuo, malevolo agitarsi della destra sul tema del rapporto coi cittadini stranieri è il frutto scomposto di una patologia xenofoba, o un preciso progetto perseguito lucidamente da decenni?