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QT n. 3, marzo 2020 Seconda cover

Il pasticcio di San Michele

Provocando le proteste del mondo agricolo, la Giunta provinciale vuole imporre alla Fondazione Mach dei manager privi di esperienza nel settore

Laura Mezzanotte
La sede della Fondazione Mach

Bisogna lavorare per rafforzare il rapporto tra ricerca, formazione e mondo agricolo”. Questa la spiegazione che il presidente della giunta Maurizio Fugatti ha dato a coloro che chiedevano il senso di un cambio al contempo radicale e poco comprensibile alla guida della Fondazione Mach (FEM).

Peccato che il profilo del presidente nominato il 21 febbraio scorso, Mirco Maria Franco Cattani, 68 anni, di professione consulente aziendale, a prima vista risulti estraneo sia alla ricerca che alla formazione. E che la sua frequentazione del mondo agricolo risalga all’inizio degli anni Duemila - prima al consorzio La Trentina e poi alla cantina LaVis - ma da un’ottica molto specifica: quella del marketing. Insomma, uno non proprio al centro dell’ecosistema agricolo trentino.

C’è di più. Per effettuare questo cambio la Giunta provinciale ha rischiato un serio incidente diplomatico con il mondo agricolo, che è andato compatto e durissimo alla protesta contro una Amministrazione con cui finora aveva collaborato in grande sintonia.

Per provare a capire, riavvolgiamo il film di questa nomina che dovrebbe catalizzare in sé anche - Fugatti dixit - la volontà di “cambiare la governance” della Fondazione Mach.

I candidati

I primi rulli di tamburo si erano sentiti a cavallo di Capodanno. Le tre principali organizzazioni degli agricoltori, alla fine dell’anno scorso, avevano detto, pressoché all’unisono, che volevano tenersi stretto Andrea Segrè, presidente in scadenza di Fem nonché docente di politica agraria a Bologna. “Segrè è stato un ottimo presidente, ha saputo creare rete, merita la riconferma” (Diego Coller, presidente di Confagricoltura).

Segrè è una persona molto valida, è opportuno che venga riconfermato” (Gianluca Barbacovi, presidente di Coldiretti).

La Fondazione ha bisogno di continuità e non vediamo motivo di cambiare il presidente anche perché Segrè è stato un ottimo presidente” (Paolo Calovi di Confederazione Italiana Agricoltori - CIA).

In quel momento, tra un brindisi di capodanno e l’altro, gli addetti ai lavori facevano i conti con le voci insistenti che davano un nome favorito per la guida della Mach: era quello del professor Giuseppe Valditara, eminente giurista, a capo del dipartimento Formazione e Ricerca del Miur.

Lasciava però tutti perplessi il campo di competenze di Valditara: diritto privato romano. Nonché il suo essere un luminare al servizio del sovranismo. Il suo “Sovranismo. Una speranza per la democrazia”, pubblicato nel 2018, non lasciava dubbi su quali fossero i meriti del professor Valditara.

Il messaggio arriva chiaro e forte alla Giunta: l’ipotesi Valditara viene scartata (perde punti l’assessore-segretario Bisesti, che sarebbe stato lo sponsor del docente).

Il nome per la presidenza di Fem diventa quindi anche un’indicazione della direzione che la Giunta vuole prendere per il proclamato cambio di governance.

Andrea Segrè

Va detto che negli ultimi dieci anni c’è stata, dentro FEM, una tensione a corrente alternata tra due mondi: quello che vuole una Fondazione molto intrecciata all’agricoltura trentina, che studia ed è comunque un’eccellenza nel settore, ma si occupa anche di far ricadere i risultati sul terreno, e quello che invece vede la Fondazione come un istituto di ricerca di altissimo livello che punta a risultati scientifici internazionali. Durante la presidenza Segrè il “partito” della ricerca era andato in minoranza, - consentiteci la banalizzazione per necessità di sintesi. E la FEM aveva subito la fuga di ricercatori importanti. Tra loro Riccardo Velasco, che aveva diretto il dipartimento di genomica della FEM, punta di diamante di quella ricerca a livello internazionale a cui si ambiva.

Al contrario, la Fondazione si era occupata molto dei contadini. Dei loro problemi, delle ricerche utili e anche di mantenere un rapporto stretto con il mondo agricolo.

Ci tocca fare a questo punto un altro passo indietro, a fine 2018, il vero momento d’inizio di questa storia. In quel momento la giunta appena insediata blocca la riconferma del direttore uscente, Sergio Menapace, già decisa dal consiglio di amministrazione.

La ragione è risibile: si sarebbe dovuto chiedere anche alle altre branche dell’amministrazione provinciale se c’erano dipendenti con le competenze necessarie.

Si riapre la questione e partono le procedure: chi è interessato si faccia avanti.

Mirco Maria Franco Cattani

È in quel momento che spunta per la prima volta il nome di Mirco Maria Franco Cattani.

Il quale presenta, assieme ad altri, il suo curriculum. Lo presenta, si dice, perché lo invita caldamente a farlo un alto dirigente dell’assessorato all’agricoltura.

La domanda incombe: è un’iniziativa personale del dirigente? Improbabile. In ogni caso Cattani, dopo aver depositato la documentazione, non si presenta poi al colloquio di selezione. Motivo? Mistero.

Alla fine, a metà estate 2019, la direzione di Fem viene affidata a Mario Del Grosso Destreri, ingegnere, un manager di esperienza che negli ultimi dieci anni ha lavorato in aziende del settore sanità. Di lui in Fondazione si dice che si sia presentato con l’umiltà di dire “non conosco”, cosa che gli ha guadagnato un credito iniziale. Ma dopo alcuni mesi si dice anche che non sia una figura troppo presente. Voci di corridoio, ovviamente. In ogni caso nell’arco di un semestre o poco più si va al cambio di direttore e presidente.

Ai primi di febbraio riappare il nome di Cattani, che per quasi tutti, però, è nuovo e sconosciuto. E i contadini insorgono.

Cattani, per quel poco che si riesce a sapere, è sostanzialmente un manager. Proprio come il direttore nominato pochi mesi prima.

E l’alto profilo? E la ricerca? E, soprattutto: perché non ci avete coinvolti in questa scelta?

Assessore e presidente rispondono che “la nomina è competenza della giunta”. Punto e basta. I contadini non la prendono bene: partono lettere di protesta, documenti durissimi, dichiarazioni di fuoco.

Quello del nuovo presidente di FEM non è il profilo della persona che noi sollecitavamo. La riteniamo una scelta non corrispondente alle esigenze del mondo agricolo” (Gianluca Barbacovi di Coldiretti).

L’assessore sottolinea l’importanza del ricambio generazionale e poi mettono al vertice della più importante e strategica istituzione per il mondo agricolo un pensionato? Tutto il mondo agricolo è rimasto allibito da questa scelta” (Paolo Calovi di CIA).

Non si riesce a capire che tipo di governo per la Fem ha in mente la giunta provinciale” (Diego Coller di Confagricoltura).

Maurizio Fugatti butta acqua sul fuoco dicendo che sono stati già contattati due nomi importanti già Fem: il professor Attilio Scienza e Riccardo Velasco. Dice che hanno dato disponibilità, specifica che si valuteranno le incompatibilità rispetto ai loro ruoli attuali (tradotto: non ci pensano neanche a tornare in pianta stabile a San Michele) e si vedrà in quale organo coinvolgerli (tradotto: ci serve una mano di scienza su questa decisione. Una mano, come si dà una mano di bianco sui muri).

E dire che soggetti più adeguati non mancavano. Alcuni dal profilo molto manageriale, ma altri con eccellenti curriculum in ambiti di ricerca in agricoltura e alimentazione.

Due manager senza competenza

Il mondo contadino si preoccupa e non capisce.

Cosa intende la giunta per “cambio di governance”? E lo vorrà fare senza sentire nessuno, com’è avvenuto per il presidente? L’assessore Zanotelli però corre ai ripari e prima che esca un altro documento di fuoco, convoca Coldiretti, Confagricoltura e CIA. Una riunione, il 25 febbraio, in cui - ci spiega Diego Coller presidente di Confagricoltura - “l’assessore Zanotelli e il dirigente Masè ci hanno proposto la loro idea per il cambio di governance e ci hanno chiesto le nostre valutazioni entro la metà di marzo”.

Ma si parla soltanto: “Non ci hanno consegnato nessun documento, solo un’esposizione orale”. Coller si trincera dietro una promessa di riservatezza fatta all’assessore per quanto riguarda i contenuti. Poi comunque aggiunge che “la nomina della presidenza di Fondazione Mach è competenza della giunta”. Tradotto: per ora non possiamo farci niente.

Tirando le somme, ci troviamo con una Fondazione Mach che va in mano a due manager con poca o nulla esperienza del settore, senza nessuna competenza nella gestione di un ambito di ricerca. Un po’ poco per portare avanti un grande cambio di governance.

Questa storia si conclude, per ora, con una domanda maliziosa: la Giunta voleva fin dall’inizio Cattani alla guida di FEM?

E se sì, perché, tutto considerato?

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