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QT n. 2, febbraio 2020 Seconda cover

“Hanno colpito nei punti giusti”

La politica della Giunta sull’accoglienza ai migranti ha saputo scardinare con poche mosse una realtà che funzionava. La testimonianza di alcuni operatori.

Laura Mezzanotte

Pensano di essere stati i primi, perché erano i più esposti. E pensano che quello che è successo a loro capiterà anche ad altri. Perché, pensano, è il lavoro di cura ad essere sotto attacco, l’idea di società che questo esprime, che viene picconata alla base.

È la conclusione amara a cui arrivano tre operatori del sistema di accoglienza dei migranti con cui abbiamo fatto il punto della situazione sullo stato dell’accoglienza in Trentino e la situazione lavorativa di chi in quel sistema lavora o lavorava. E per molti il passato è d’obbligo, visto che su circa 200 operatori occupati nel settore a fine 2018, oggi ne rimangono la metà.

La tempesta comunque l’avevano vista arrivare e non per caso già a settembre del 2018 era nata una rete degli operatori dell’accoglienza. L’hanno chiamata ROAR, Rete Operatori/operatrici Accoglienti Resistenti, con il retrogusto ironico di quel “ruggito” nel nome.

Erano tanti all’inizio. In centotrenta circa avevano firmato una lettera aperta per rivendicare ruolo e competenze.

La protesta degli operatori davanti al palazzo della Provincia

La rete è nata come esigenza di fare qualcosa - dice Igor - per non avere un ruolo solo passivo. Per noi era importante cercare di dare dignità al nostro lavoro, perché ci siamo sentiti trattare - dalla stampa e dai politici locali - come finti volontari. C’erano battutine del tipo ‘Io non pensavo che fossero pagati’. Noi invece volevamo mostrare tutte le nostre competenze, il nostro non indifferente capitale umano, le nostre competenze. Questo aspetto ci premeva. Abbiamo fatto un lavoro iniziale per capire cosa eravamo, cosa volevamo fare. Poi ci siamo divisi in tre gruppi: uno che curava la comunicazione e che ha aperto una pagina Facebook, un altro che curava la comunicazione con gli ospiti, facendo iniziative per informarli dei cambiamenti. Infine un gruppo per le sinergie tra di noi e con le realtà che erano fuori dalla rete ROAR: non solo nell’ambito dell’accoglienza, abbiamo tessuto contatti con partiti e sindacati, con le organizzazioni della società civile che si stava muovendo”.

È nei momenti di crisi che le cose cominciano a cambiare. Il sistema del Cinformi è un po’ come la struttura dell’atomo: un nucleo centrale che è l’ente vero e proprio e un sacco di protoni ed elettroni, le associazioni e gli enti che ci girano intorno, ognuna che fa la sua parte o il suo pezzo di lavoro (lezioni di italiano, assistenza psicologica, ricerca di opportunità di lavoro, inserimento nella società...) con un coordinamento dell’insieme solo tra i vertici.

Il sistema Cinformi - aggiunge Igor - è basato sulla segmentazione. Ci sono molti enti, ognuno aveva le sue policy interne e quindi c’era divisione tra lavoratori. Perché i trattamenti dei lavoratori variano da un ente all’altro. Nel momento di crisi questa diversità e non conoscenza è diventata una debolezza”.

Le chiusure

Su questo organismo in formazione si è poi abbattuta la scure delle decisioni della giunta. Chiusure, come quella del campo per rifugiati di Marco o degli appartamenti dove, nella seconda fase dell’accoglienza, cominciava l’inserimento dei rifugiati. Le realtà delle valli, che sono state accorpate tutte a Trento. “Una parte del lavoro che abbiamo fatto l’anno scorso è stato provare a fare connessione tra la città e le valli - dice Simona - Gli operatori delle valli a volte non li conoscevamo neanche perché avevano l’appartamento e un tot di persone da gestire e da lì non si muovevano. Costruire la rete ci ha permesso anche di conoscere le condizioni lavorative, a volte difficili, di alcuni di noi nelle valli.

Ma il cambiamento non è stato solo quantitativo.

Chiediamo qual è l’attenzione alla professionalità degli operatori. “Quello dipende molto dagli enti”. -risponde Simona.

Però la maggior parte di loro - aggiunge Igor - sono laureati, che parlano almeno una lingua straniera, o anche più di una. Molti avevano fatto esperienze nella cooperazione internazionale oppure hanno campi d’azione molto specifici, come psicologi, laureati in legge per l’assistenza legale o assistenti sociali”.

Ma si capisce che per loro e probabilmente per tanti in questo campo c’è anche una forte motivazione che va oltre il lavoro.

C’è una passione per questo tipo di impegno - spiega Igor - In generale si tratta di persone predisposte alla cura e all’attenzione per gli altri in generale. Senza dubbio molti tra noi hanno un interesse particolare per le altre culture, per l’immigrazione, i rifugiati. Io ad esempio ho studiato fenomeni migratori già all’università. E penso ad altri miei colleghi che avevano lavorato in Africa e quindi avevano conoscenze e sensibilità. C’era la passione”.

Simona ci tiene ad aggiungere che “c’era anche l’ottica e l’amore per la società in cui si viveva. Si lavorava tanto dentro le strutture, ma anche con le comunità intorno per fare una vera integrazione”. E poi spiega il senso del suo lavoro specifico, che chiama “relazioni di comunità”: “C’erano cinque persone che si occupavano di lavoro di comunità, ovvero delle relazioni con il territorio. Ad esempio, nei quartieri dove c’erano appartamenti o nella stessa residenza Fersina, cercavamo di creare le condizioni per l’incontro. Ad esempio, se c’era la festa del quartiere si andava con i richiedenti asilo a fare i volontari, così loro si mettevano in relazione con i residenti. Lo scopo era entrare nel tessuto cittadino assieme ai richiedenti asilo perché questo comporta anche riconoscere le persone, non solo vedere il macroquadro del fenomeno migratorio. Vedere il migrante in questa maniera ti permette di dire che questo non è un macrotema che io non gestisco: io mi relaziono con una persona’. Queste cinque figure sono state tutte tagliate. È stato uno dei primi tagli, e si capisce: se tu sensibilizzi tanto la comunità locale e crei relazioni, poi è difficile chiudere appartamenti nell’indifferenza”.

“Oggi la figura più richiesta è quella del guardiano”

Come hanno agito i tagli?

Filippo: “I tagli sono stati fatti a livello ministeriale. Però va spiegato che nel resto d’Italia il rapporto era diretto tra le prefetture e le singole associazioni. C’erano bandi che duravano un tot di tempo e alla fine del periodo venivano effettuati i tagli. In Trentino, siccome la Provincia aveva sempre centralizzato tutto e il rapporto era all’origine tra Commissariato del governo e Provincia e poi tra la Provincia e gli enti, la Provincia era in condizione di fare eseguire questi tagli immediatamente. Da una situazione in cui c’era la Provincia ‘che ci protegge e ci tutela’, nel momento in cui è cambiato il governo questa è diventata una centralizzazione che ha permesso di effettuare tagli molto più rapidamente ed efficacemente che nel resto d’Italia”.

Ma come sono avvenuti questi tagli? Vengono tagliati solo i fondi o si indica anche quali profili professionali non servono più?

Filippo: “Hanno tagliato soldi, ma con indicazioni molto chiare rispetto a quali figure ci potevano ancora essere e quali no. Hanno cancellato tutte le attività per l’integrazione, come ad esempio l’orientamento al lavoro, poi l’insegnamento dell’italiano, le psicologhe, le assistenti sociali ridotte all’osso…”.

È stato cancellato anche il supporto psicologico alle persone torturate?

Sì, certo. - risponde Simona. - Poi però l’Azienda sanitaria ha scelto di finanziare il servizio”.

Come mai questa scelta?

“Crediamo che l’Azienda sanitaria - dice Igor - si sia resa conto di non avere figure specifiche per questi utenti, che comunque avrebbero diritto, come esseri umani, all’assistenza sanitaria; e quindi il supporto psicologico è rimasto. Però non tutti i richiedenti asilo hanno bisogno dello psicologo. Solo i più fragili e traumatizzati. In questo senso il diritto alla salute si è ‘salvato’ rispetto ad altri. E l’Azienda ha riconosciuto le competenze delle persone che sanno lavorare con gli stranieri”.

E voi come valutate il lavoro che avete fatto?

Igor: “Una delle cose che ci ha fatto muovere per creare ROAR è stato che in campagna elettorale abbiamo sentito tutti parlare di noi, abbiamo sentito dire qualunque cosa. A dire il vero, forse quelli più informati erano ancora i leghisti. Anche partiti politici diciamo più ‘vicini’ a noi, almeno teoricamente, poi hanno dimostrato di non sapere cosa si faceva, qual era il nostro lavoro, la nostra professionalità. Per quel che riguarda i risultati, innanzitutto vedevamo che qui c’era una situazione migliore rispetto ad altre parti d’Italia. Perché la divisione in settori (ricerca lavoro, assistenza legale, psicologica, le assistenti sociali) non era presente in molti altri progetti in Italia. In questi casi, un operatore doveva fare da accompagnatore della persona e preoccuparsi soprattutto che non desse fastidio, una sorta di badante. Qui c’era molta attenzione all’integrazione e all’autonomia delle persone”.

Attraverso il sistema sono passate migliaia di persone. Per quanti c’è stato un esito positivo di integrazione?

Igor: “Non si può rispondere. È un fenomeno superdinamico. Quanti si sono fermati poi qui? Quanti hanno beneficiato di quello che hanno appreso e l’hanno utilizzato altrove? Sono domande cui non sappiamo rispondere”.

Filippo: “È un po’ complicato farlo senza tenere conto del contesto. Io sto conoscendo un sacco di persone in crisi per il mancato rinnovo del permesso umanitario. Un lavoro non può mai prescindere dal contesto. Quindi non è detto che tutto quello è stato fatto non subisca dei colpi. È difficile fare delle valutazioni sul breve termine. La sensazione è che fosse molto buono, a prescindere anche solo da un livello di indotto economico, ma a parte quello… Nella mia esperienza, durante la quale ho fatto uscire dal progetto quasi 100 persone, la maggioranza delle uscite sono avvenute salutando una persona che prendeva una casa e pagava un affitto. Poi, di sicuro il nostro lavoro era migliorabile, ma si è invece scelto il contrario”.

Igor: “Basta guardare quante persone hanno fatto il servizio civile. È stata una cosa che ha permesso a questi ragazzi di farsi conoscere… che so, dalle case di riposo o al centro diurno o con persone disabili e sono state tutte esperienze molto positive. Così pure, se andiamo a vedere i tirocini, il 40 per cento si concludeva con l’assunzione. Dipende anche dal contesto produttivo ed economico della provincia chiaramente, perché se lavoro non ce n’è… Noi comunque abbiamo fatto un lavoro di mediazione importante che ha aiutato molte persone”.

Il Cinformi non è stato abolito, come era stato minacciato dalla destra in campagna elettorale. Ma il sistema è stato destrutturato. In maniera chirurgica, come ci spiegano i tre operatori. Uno degli snodi sono i profili professionali che vengono oggi impiegati nell’accoglienza.

Oggi nei bandi - dice Simona. - viene chiesta più che altro la guardiania. Non sono richiesti educatori. Mentre prima la focalizzazione era sull’integrazione, ora è sul controllo. Prima i migranti, dalla residenza Fersina venivano trasferiti e dislocati su tutto il territorio, ora non più. Però quelli già usciti dalla residenza, per fortuna, non stanno tornando indietro…”.

Cosa vuol dire?

Simona: “Non stanno riportando le persone dagli appartamenti ad altre strutture”.

Ma nelle valli molti appartamenti sono stati chiusi.

Simona: “Sì, questa Giunta considera una priorità chiudere l’accoglienza nelle valli. Anche se invece quella era la soluzione migliore; l’accoglienza diffusa con appartamenti sul territorio porta a maggior integrazione e a minori spese di una grande struttura”.

Senza contare - aggiunge Igor. - gli aspetti di dignità umana. Se si fa un giro alla residenza Fersina non parliamo di situazioni limite, però ditemi voi se è accettabile che per 70 persone funzionino due docce, per dire”.

Cosa ha comportato cambiare il focus da integrazione a controllo?

Igor: “Vediamo appunto la residenza Fersina. Lì per il migrante una volta c’era una prospettiva che serviva come disinnesco delle tensioni. Lui stava lì in quelle condizioni (a momenti anche in 12 per stanza), ma dopo un anno o un anno e mezzo poteva spostarsi e andare in un appartamento dove poteva finalmente cucinare, vivere in una piccola struttura. Magari finiva in un paesino lontano. Avevamo alcuni appartamenti in posti sperduti tipo in cima alla val di Pejo. Però, lì tutti poi trovavano lavoro. Perché ci sono gli alberghi e quindi facevi, che so, il lavapiatti. Con l’operatore in loco che ti presentava, andava in giro, all’inizio magari facevano i volontari… Lì proprio dove c’era necessità di manodopera, perlomeno stagionale, di bassa manovalanza, molti dei nostri utenti avevano i profili giusti perché se si impegnavano un po’ e riuscivano a comunicare, parlavano un po’ di italiano, avevano più possibilità là che a Trento. È per questo che l’hanno smantellato, perché il sistema funzionava”.

Simona: “E l’albergatore lo conosci perchè vive in paese”.

Igor: “Avevano il tempo di conoscerlo. Sia per le attività di chi faceva relazioni di comunità, sia per gli operatori del servizio lavoro che andavano a cercare tirocini per inserirli, fargli fare una esperienza, farli conoscere e vedere se erano in grado di fare il lavoro. Per non parlare delle persone che, una volta conosciuti questi ragazzi, si prendevano a cuore la situazione e cercavano di aiutarli. Da questo punto di vista la Lega si è rivelata ben conscia di quello che stava facendo. Erano forse quelli che avevano capito meglio come funzionava il sistema dell’accoglienza, perché sono andati a colpirlo nei punti giusti. Mentre chi avrebbe dovuto supportarci, dal mio punto di vista ha dimostrato grande ignoranza sul sistema, su come funzionava, su chi ci lavorava”.

Filippo: “Il discorso di passare da operatore sociale a guardiano non si chiude con il sistema di accoglienza. Nel senso che c’è un gran bisogno di operatori sociali e invece c’è un sacco di desiderio percepito di guardiani. Ma per il futuro la dignità del lavoro di cura è un grosso nodo. Vedi il caso di Bibbiano, diventato un attacco al lavoro di cura”.

Ma cosa comporta tutto questo per il futuro?

Igor: “Per i richiedenti asilo meno opportunità. Si devono arrangiare in tutto e per tutto. Se prima c’era un servizio che ti obbligava ad andare a scuola di italiano tutti i giorni, anche il pelandrone, quello che passa tutto il tempo col suo gruppetto di amici o connazionali, qualcosa imparava. Adesso quello rimane tre anni in Italia e non impara niente. Io sono convinto che una fetta, i più bravi, i più motivati, più o meno troveranno il modo di arrangiarsi. Magari impiegheranno più tempo per inserirsi, però ce la faranno. Quelli che verranno penalizzati saranno i più fragili, quelli che hanno meno risorse, che hanno bisogno di qualcuno che gli spieghi come funziona la vita qua”.

Ma chi non ce la fa, viene risucchiato in giri criminali?

Igor: “Direi che il rischio maggiore è la marginalità. Rimanendo a carico dei servizi sociali del territorio, vivendo per strada, chiedendo l’elemosina”.

Filippo: “O finiscono nelle reti di connazionali. Lo dico per cose che ho studiato più che per esperienza: i connazionali più fragili sono le prime vittime, ad esempio delle mafie nigeriane. I nigeriani che chiedono l’elemosina non sono affiliati. Sono sfruttati. Va anche detto che l’impatto tra chi è passato in un percorso di accoglienza e chi è arrivato e ha dormito per strada, anche solo le prime settimane, è visibile nell’atteggiamento, nell’incattivimento verso la società, nella rabbia dei secondi. E questo apre la strada ai gruppi criminali. Le persone che escono dai nostri progetti hanno una resistenza spesso molto forte a queste cose”.

Chiediamo alla fine cosa sarà della rete ROAR che avevano cominciato a costruire. Sono rimasti una ventina, ci dicono, dai circa 50 che erano effettivamente attivi lo scorso anno. Molti hanno trovato un altro lavoro, spiegano. La sensazione è che il percorso che avevano svolto insieme fosse arrivato ad una conclusione naturale, ma che ciò che hanno imparato in quel periodo sarà importante anche in battaglie future.

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Commenti (1)

I partiti politici e la società civile Silvano Bert

Il rapporto, la distanza, fra i partiti e la società civile mi ha interrogato per tutta la vita: negli anni del "movimento" ('68-'73), dell'iscrizione al Pci ('73-'87), dell'impegno sociale ed ecclesiale a fronte di una sinistra frammentata e polemica ('87-2019). Quando la Lega-Salvini ha stravinto in Trentino, sulla soglia degli 80 anni, mi sono iscritto al Partito Democratico, per portare il mio granello di sabbia alla riduzione della distanza. La lettera a QT è sul n.2 /2019.
Dopo un anno il bilancio è contraddittorio: ho avuto aperture e chiusure, dei "sì" e dei "no" sia nel PD che dalla società civile. La malattia, a mio parere, è la crescita a dismisura della "personalizzazione della politica". Mentre, scriveva Hannah Arendt, "La politica siamo noi". Certo "tutti quei cittadini che hanno diritto di associarsi in partiti per determinare democraticamente la politica nazionale", di cui parla a memoria la Costituzione all'articolo 49, non sono più quelli di quando la Carta fu scritta. Sono diversi, hanno pregi e difetti diversi. E' questa la "sofferenza della politica" di cui ciancia Pierangelo Schiera. E' questa la cura che grava sulle spalle di tutti, in tempi di virus.
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