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QT n. 6, giugno 2020 Trentagiorni

La triste fiaba di M49

Diventato presto idolo per la rocambolesca fuga ha percorso centinaia di km e infine tradito dalla nostalgia dei luoghi in cui era nato

Ivana Sandri

Erano arrivati da lontano i dieci orsi, per rinsanguare una popolazione in declino: il progetto che li aveva fatti giungere in Trentino era importante e godeva di un cospicuo contributo europeo. Una veloce ricerca sul territorio, per monitorarne l'accettazione, aveva dato buoni risultati e le ricerche in tema di marketing e promozione territoriale davano riscontri più che incoraggianti: il turismo se ne avvantaggiava alla grande.

Insomma, nei primi anni 2000 gli orsi erano i protagonisti della fiaba bella di un territorio integro, di un ambiente naturale incontaminato e tutelato.

Ma gli anni passano e il bel progetto inizia a mostrare le rughe: introdurre grandi carnivori - normalmente elusivi e flemmatici, ma comunque imponenti e potenzialmente aggressivi - senza aver prima condotto una diffusa e incisiva campagna di informazione sui corretti comportamenti da osservare, e senza averla affiancata con la formazione sistematica della popolazione scolastica, rappresenta un cattivo punto di partenza. Infatti la trama della fiaba inizia presto a sfilacciarsi: c'è l'allevatore che non accetta di vigilare sui propri animali, perché abituato a lasciarli incustoditi; c'è chi non conferisce correttamente i rifiuti e in questo modo abitua gli orsi ad avvicinarsi all'uomo, in quanto fonte di cibo comodo; c'è chi li insegue in macchina, facendoli correre disperatamente lungo strade senza scampo, per fare video che riscuotono una pioggia di like; c'è chi induce le femmine con i cuccioli a mostrarsi ai turisti, che perdono letteralmente la ragione davanti al bel quadretto. E c'è chi, per potersi vantare al bar, attira un cucciolo con secchiate di latte.

È noto che i selvatici "confidenti" vanno sempre incontro a una brutta fine. Nel caso dei nostri orsi sarebbe meglio definirli "resi confidenti", come dimostra la triste fiaba di M49, abituato da cucciolo a ricevere sempre un gustoso secchio di latte. Quando chi credeva amico aveva smesso di offrirglielo, ha cominciato ad avvicinarsi a malghe e baite (però solo quando erano disabitati), penetrando all'interno per cercarne ancora e ancora. Non aveva mai voluto entrare in conflitto con l'uomo, ma basta un errore, basta l'incontro troppo ravvicinato con un pastore, sebbene si dia ad una fuga precipitosa senza fare alcun male, e il passaggio da "dannoso" a "pericoloso" è subito confezionato: invece che insegnare a convivere è più facile dare risposta alla paura. M49 è rimasto alla macchia per molti mesi, elusivo, quasi invisibile, ma si è fatto fregare dalla nostalgia (gli animali provano emozioni, lo hanno dimostrato innumerevoli ricerche, ce ne dobbiamo fare una ragione!): nostalgia di casa, ed ha macinato chilometri su chilometri, attraversando territori mai conosciuti, per tornare nei luoghi in cui era nato; nostalgia di quel secchio di latte che riceveva da cucciolo.

Solo con l'inganno hanno avuto ragione di lui: se non lo avessero attirato con un secchio di latte, sarebbe ancora libero sui suoi monti. Ed oggi è lì, in un piccolo recinto, lui che percorreva chilometri ogni giorno: la sua vita si consumerà in poco più di 2.000 metri quadri (lo spazio del Casteller destinato agli orsi è di circa 8.000 metri, suddivisi in tre recinti). Se rinchiudere un cane in una gabbia di pochi metri rappresenta un maltrattamento (e lo è, eccome se lo è!), come possiamo sostenere che la prigionia di M49 non sia un maltrattamento? E che non lo sia quella di DJ3?

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