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QT n. 5, maggio 2020 Cover story

L’assessore-ombra

La latitanza di Stefania Segnana e le scelte sciagurate di Giancarlo Ruscitti

Laura Mezzanotte
Giancarlo Ruscitti

Che Stefania Segnana non sarebbe stata in grado di gestire quella specie di transatlantico che è la sanità trentina lo sapevano, ab origine, soprattutto i suoi. Per questo alla guida della macchina amministrativa dell’assessorato, Fugatti aveva bisogno di un uomo di assoluta fiducia. Non si poteva fare, in Trentino, quel che la Lega ha poi fatto paracadutato direttamente dal Veneto. Si rischiava la sollevazione popolare.

Così il primo marzo dell’anno scorso, con una procedura un po’ singolare, è arrivato al vertice dirigenziale dell’assessorato Giancarlo Ruscitti. Che per competenze ed esperienza era l’uomo che doveva assicurare alla Lega una capacità di gestione e trasformazione delle macchine sanitarie. Per anni dirigente generale della sanità del Veneto e, fino al trasferimento a Trento, dirigente della sanità pugliese, con un lunghissimo intermezzo di lavoro nella sanità privata cattolica, presso la Fondazione Opera San Camillo. Ma anche con ottimi contatti a livello nazionale per incarichi in comitati consultivi e agenzie. E, cosa che non guastava, una originaria formazione medica virata poi sul campo alla digitalizzazione sanitaria e alla gestione di mercato della sanità.

Per il peso specifico delle persone, tra dirigente e assessora, era evidentissimo fin dall’inizio il rischio (o la volontà?) di sovvertire i ruoli. Ma senza che si vedesse troppo.

Un assaggio del reale potere (e del suo malaccorto uso) di Giancarlo Ruscitti dentro l’assessorato e la giunta si manifesta già con la vicenda della facoltà di Medicina. Il percorso professionale e i contatti personali di Ruscitti fanno risalire a lui il progetto di appaltare a Padova la creazione e gestione della facoltà di Trento. Il progetto è demenziale, avrebbe messo l’ateneo trentino in un angolo, per di più in un’ottica di subalternità a Padova di cui non si capisce la ragione. La sollevazione dell’università, spalleggiata dall’opinione pubblica, lo affonda.

Poi la natura ha fatto il suo corso e il virus ha esposto in piena luce l’assoluta mancanza di visione strategica e programmatica dell’assessora e della giunta.

I già ampi poteri di fatto del dirigente, a quel punto aumentano ancora con la funzione di capo della task force anti-virus.

A lui, date tutte queste premesse, dobbiamo quindi chiedere conto di alcune scelte sciagurate.

Prima di tutto quella di non avere avuto una vera strategia di contenimento. I famosi tamponi, di cui Fugatti disse che “non servono”, e che per molto tempo vengono fatti col contagocce perfino al personale sanitario. E che non vengono usati nemmeno per chi mostra sintomi chiari, seppur non gravi e che viene lasciato a casa con la possibilità di contagiare la famiglia. Di questo parliamo più approfonditamente nell’articolo precedente.

La seconda scelta, troppo pesante per non essere stata condivisa al vertice, pur se poi l’ordine è stato materialmente firmato da Enrico Nava, uno dei dirigenti dell’Azienda sanitaria, è quella di ordinare alle case di riposo di non portare gli anziani malati in ospedale. Che l’abbiano fatto in tutta Europa poco importa. Il nostro sistema sanitario era tra quelli che poteva almeno provare ad arginare la strage delle Rsa.

Il terzo fatto riguarda direttamente la persona Giancarlo Ruscitti che, mentre si chiede alla gente di donare soldi per protezione civile e ospedali, si fa aumentare lo stipendio. La giunta firma il provvedimento il 13 marzo, quando l’aria che tirava era già pessima, ma si viene a sapere solo il 29 marzo; e questo mentre - e ancora oggi - il personale sanitario non riceve quasi niente per il proprio impegno che spesso sfiora il sacrificio. Perfino i consiglieri di maggioranza, il 30 marzo, dicono a Fugatti che per questo aumento si poteva almeno aspettare la fine dell’emergenza. Una fine che adesso intravvediamo, ma per la quale, di nuovo, la tendenza è quella di scaricare il peso della crisi sulle persone.

Questa cosa emerge chiaramente dall’intervista rilasciata da Ruscitti all’Adige il sabato santo, un’intervista in cui vengono toccati tutti i temi importanti, per il presente e il futuro di convivenza col virus: un livello di comunicazione - oltre tutto - normalmente riservato agli assessori o addirittura al presidente. In quell’intervista si dice che, per proteggere gli anziani dal contagio saranno ancora vietate le visite. Non si dice in realtà per quanto tempo, ma facendo cortocircuito sul titolo tutti capiscono che sarà per i prossimi due anni.

L’apriti cielo che si scatena a quel punto non è in realtà importante. È molto più grave il fatto che Ruscitti (e quindi la giunta) nemmeno immagina di dover tener conto delle esigenze vitali delle persone. In sottofondo c’è, alla fin fine, sempre il refrain iroso di Fugatti - “state a casa” - mentre dal governo provinciale, chiunque abbia in mano il potere decisionale sulla nostra salute, non è mai venuta una seria strategia di attacco contro il virus..