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Una complessa partita a scacchi

Iran, Siria, Iraq e le prospettive dell’Impero americano in Medio Oriente

Manifestazioni a Teheran dopo l'uccisione di Qassem Suleimani

L’anno 2020 si è aperto con la terribile notizia del 3 gennaio, che veniva dall’aeroporto internazionale di Baghdad, della eliminazione con un drone del generale Soleimani, il comandante delle forze Qods che l’Iran impegna nelle sue missioni all’estero, in particolare tra Iraq e Siria. A nessuno è sfuggito che si è trattato di un vero salto di qualità nell’annosa guerra mediorientale: se prima era una guerra per procura, in cui gli attori principali agivano attraverso i loro proxy ossia le milizie amiche (gli USA e Israele finanziando e tele-guidando i kurdi e gruppi come Tahrir al-Sham, di ispirazione qa’edista; la Russia e l’Iran sostenendo l’esercito di Assad e gli sciiti di Hezbollah in Siria e Hashd al-Shaab in Iraq), da quel momento lo scontro si è fatto frontale e diretto: gli USA in sostanza hanno detto all’Iran che non tollereranno oltre la sua crescente influenza in Medio Oriente e vi si opporranno con ogni mezzo, anche con omicidi mirati come appunto avvenuto con il generale Soleimani.

Quello che gli strateghi americani però non avevano messo in conto è stata la risposta iraniana: i due attacchi missilistici seguiti a pochi giorni dall’assassinio di Soleimani su due basi americane in Iraq secondo gli analisti militari hanno cambiato le carte in tavola.

Per spiegarci meglio: non si trattava del tipo di razzi rudimentali che i palestinesi periodicamente lanciano dalla striscia di Gaza verso Israele e che di solito al massimo colpiscono qualche casa; i missili terra-terra iraniani hanno sofisticatissimi congegni di mira che permettono di guidarli sull’obbiettivo con precisione quasi millimetrica. Le fotografie della devastata base americana di Ain al-Asad, la più grande base aerea USA in Medio Oriente, mostravano come i missili iraniani, partiti da basi di lancio lontane oltre 600 km, avessero centrato i singoli edifici e hangar, distruggendo esattamente quello che si voleva distruggere. Com’è noto, gli iraniani si erano preoccupati di far sapere indirettamente agli americani luogo e ora dell’attacco, il che ha permesso di mettere i militari americani al sicuro nei bunker sotterranei, e all’Iran di evitare una contro-rappresaglia. Quello che i media europei e italiani (ma non quelli americani anti-Trump) hanno taciuto è che oltre un centinaio di militari americani sono finiti in ospedale per traumi cerebrali gravi nei giorni successivi, un tipo di lesioni interne che si manifesta in seguito al forte spostamento d’aria causato da esplosioni ravvicinate. Il che ha creato non pochi imbarazzi a Trump, che sin dall’inizio aveva minimizzato, affermando che nell’attacco iraniano non c’erano stati danni né a cose né a persone. Evidente, certo, il tentativo di sminuire la portata dell’attacco iraniano – secondo gli analisti il più grave mai subito da basi americane in Medio Oriente - per evitare di “dovere” poi dare via libera a una rappresaglia e rischiare così una escalation bellica che il presidente americano vuole assolutamente evitare in un anno elettorale.

Ma un dato militare e geo-strategico è emerso che ha gettato nella più viva preoccupazione i generali del Pentagono: in pratica non v’è base americana in Iraq o Afghanistan che non possa essere rasa al suolo nel giro di una mezz’ora. La notizia – data dall’Iran poco dopo l’attacco missilistico alle due basi – che, nel caso vi fosse stata una contro-rappresaglia americana, altre centinaia di missili erano pronti a distruggere le restanti basi americane, risultava insomma una minaccia del tutto credibile.

L’attacco missilistico iraniano contro le basi americane

L’altro dato preoccupante per il Pentagono, che è emerso subito, è la assoluta incapacità dei tanto decantati sistemi anti-missile Patriot di intercettare i missili iraniani. Notizia doppiamente preoccupante: da un punto di vista militare, visto che si confermava quel che era già accaduto mesi prima durante un attacco ai pozzi petroliferi sauditi dallo Yemen (ma si dice in realtà dall’Iran) con droni e missili che avevano agito indisturbati, gettando nella costernazione i vertici militari sauditi che avevano visto l’inutilità dei loro costosissimi missili Patriot; ma preoccupante anche da un punto di vista commerciale: non a caso oggi i Patriot americani non li compra più nessuno, mentre dalla Turchia di Erdogan sino all’India di Modi, c’è stata una corsa ad acquistare il meno costoso ma pare più efficiente sistema antimissile russo S-400, con grande scorno dell’apparato militare-industriale USA.

Questa lunga premessa tecnico-militare è stata necessaria per comprendere meglio che cosa si sta preparando in Medio Oriente. Oggi, come si sa, il fronte caldo è la Siria. Qui pareva fino a un mese fa che l’accordo tra Russia e Turchia avesse segnato un punto fermo nella risistemazione della regione. Invece tutto si è rimesso in discussione con la pretesa di Assad di riconquistare la provincia di Idlib, in mano ai ribelli qa’edisti da parecchi anni e finora discretamente sostenuti da Ankara, la quale di fatto cominciava a considerare la provincia siriana quasi come un territorio ormai annesso alla Turchia. Erdogan in una intervista aveva detto spavaldamente: “A Idlib siamo padroni noi”, posizione che non può certo essere digerita da Assad, il presidente siriano che fa del recupero della piena integrità territoriale del paese il suo primo obiettivo. Ora, Assad ha avuto nella Russia un potente alleato che lo ha appoggiato nella recente campagna militare di riconquista della provincia di Idlib, fornendogli una copertura aerea e di intelligence. Ne hanno fatto le spese i soldati turchi che, presenti nella zona ufficialmente come “osservatori”, di fatto guidano e sostengono i ribelli anti-Assad, ovvero le formazioni di ispirazione qa’edista summenzionate e l’Esercito Libero Siriano filo-turco. In una sola notte, sotto i bombardamenti russi, almeno 33 soldati turchi sono morti.

La situazione ha fornito subito il destro a Trump per reinserirsi nel gioco e cercare di spezzare l’intesa turco-russa, qualcosa che evidentemente lo preoccupava, visto che la Turchia è sempre stato un paese della NATO. Ma perché, ci si chiederà, la Russia dovrebbe spendersi tanto per sostenere Assad, correndo il rischio di rompere con la Turchia di Erdogan, con cui da alcuni anni era avviato un dialogo che sembrava destinato a sfociare in una alleanza regionale? È presto detto: la Russia ha in Siria le sue più importanti basi aeree (Latakia e Hmeimim) e navali (Tartus), che le hanno premesso dopo la crisi seguita alla fine dell’Unione Sovietica di tornare da protagonista nello scacchiere. Non a caso Putin, barcamenandosi tra Assad e Erdogan, sta tentando ora di salvare la situazione convincendo i turchi ad accettare un compromesso: il ritiro dei loro “osservatori” a ridosso del confine siro-turco per lasciare a Assad la sua provincia di Idlib e a Erdogan il controllo di una più stretta fascia lungo il confine (non dissimile da quella che oggi i turchi, sempre a seguito della mediazione russa, controllano più verso est in zone kurde).

Ancora il petrolio

Come si vede, una situazione complessa, in cui il gioco sporco ancora una volta lo fanno soprattutto gli USA, a cui la spaccatura tra russi e turchi è parsa una vera manna dal cielo. In sintesi, gli USA continuano imperterriti a finanziare e sostenere (con Israele) i gruppi anti-Assad, che pure figurerebbero nella loro lista ufficiale delle organizzazioni terroristiche; e continuano a occupare illegalmente l’estremo Est della Siria, questa volta in accordo con gruppi kurdi, in una zona a est del fiume Eufrate dove si trovano alcuni dei maggiori campi petroliferi della Siria (Deir el-Zohr).

È certo che Assad, una volta riconquistata la provincia di Idlib, si volgerà inevitabilmente proprio a Est per riconquistare l’ultima parte di territorio siriano in mano straniera. E qui davvero, intorno a Deir el-Zohr, potrebbe scoppiare il casus belli: una conquista manu militari dei pozzi oggi controllati da americani e kurdi potrebbe scatenare la reazione degli USA e inevitabilmente metterli contro la Russia di Putin. Ma si sa che la vecchia volpe del Cremlino ben difficilmente si lascerebbe coinvolgere in uno scontro diretto con gli USA e, probabilmente, proverà a convincere Assad che la riconquista di questa ultima parte del suo martoriato paese è impresa non ancora all’ordine del giorno.

In questa complicata situazione siriana anche l’Iran gioca la sua partita. A fianco di Assad attraverso le forze Qods del defunto generale Soleimani, durante la lunga lotta di liberazione della Siria dalle milizie dell’ISIS, l’Iran si trova oggi a condividere le ansie turche riguardo i kurdi, minoranza che, com’è noto, è presente ampiamente anche nel suo territorio. In caso di attacco dell’Est siriano da parte di Assad, è presumibile che gli americani e i kurdi avranno la loro retrovia oltreconfine nell’adiacente Iraq kurdo, dove le basi americane sono ancora in piedi. E qui si capisce che una guerra aperta porterebbe rapidamente a una disgregazione dell’Iraq: la sua parte kurda, adiacente alla Siria, che gode già di ampia autonomia amministrativa e che è sempre stata filo-americana, si troverebbe in contrasto aperto con il governo centrale di Baghdad più filo-iraniano che, tra l’altro, dopo l’assassinio del generale Soleimani, ha decretato l’espulsione delle truppe e basi americane. Facile prevedere, secondo vari analisti, l’esito finale: gli americani, cui preme essenzialmente mantenere le loro basi in Medio Oriente, si riposizionerebbero nell’ Iraq kurdo, dichiarando il resto dell’Iraq territorio ostile e “stato canaglia”, e magari riconoscerebbero l’indipendenza di un Kurdistan irakeno sotto loro tutela. Sarebbe l’inizio della balcanizzazione di tutta la regione su basi etniche o etnico-confessionali: divide et impera… lo hanno insegnato i nostri avi, i Romani, i creatori del modello insuperato dell’Impero di Trump.

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