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I possibili scenari di una guerra mondiale

Un conflitto USA-Iran per risollevare le sorti elettorali di Trump? O un effetto domino provocato dalle annessioni di Netanyahu?

È iniziato malamente questo anno 2020, con l’assassinio del generale Soleymani e la risposta dei missili iraniani sulle basi USA in Irak, e, giunti a metà anno, le prospettive della pace nel mondo non potrebbero essere più cupe, visto che nubi minacciose si addensano sui due grandi bacini, il Mediterraneo e il Golfo Persico, i due mari in cui da anni si confrontano potenze planetarie e regionali. Certamente anche la crisi epidemica su scala planetaria ci ha messo del suo, complicando il quadro e per certi aspetti aggravandolo.

Prendiamo il caso degli Stati Uniti. Il dilagare dell’epidemia che porta l’attuale conta dei morti a oltre 120.000 e il numero di disoccupati a decine di milioni e, non bastasse questo, i disordini razziali seguiti alle violenze della “blue gang” (come i giornali americani chiamano ormai la polizia), si sono rivelati un micidiale uno-due che ha messo al tappeto la campagna elettorale di Trump. Anche di fronte allo scialbo concorrente, Joe Biden, ora l’esuberante presidente americano rischia una sonora sconfitta nelle elezioni di novembre. Ed è proprio questa prospettiva che sta allarmando più di un osservatore, che sospetta che ormai solo un evento eccezionale come una guerra potrebbe risollevare le sorti di Trump distraendo la opinione pubblica americana dal disastro della sua gestione. Una guerra-lampo contro l’Iran per esempio, una intensa campagna di bombardamenti sulle sue installazioni militari, i pozzi, le industrie e le comunicazioni, con l’ipotizzato sbarco di truppe sullo stretto di Hormuz per imporre il controllo americano sulla principale via del petrolio: qualcosa da presentare poi ai media come la “grande vittoria” contro un paese-cardine del cosiddetto Asse del Male (Corea, Iran, Siria, Venezuela).

Ma perché l’Iran? La Corea non si può toccarla (ha i missili nucleari…); il Venezuela è nel cortile di casa, troppo pericoloso per l’immagine pubblica degli USA e disastroso in vista delle elezioni di novembre, perché un attacco a Caracas alienerebbe il voto degli ispano-americani; alla Siria ci stanno già pensando egregiamente i bombardieri di Israele e i movimenti qa’edisti anti-Assad, gli Americani si limitano al supporto logistico e, più di recente, a bombardare i campi di grano siriani con ordigni incendiari per affamare le popolazioni controllate dal governo centrale. Dunque, resterebbe l’Iran, ben lontano geograficamente dagli USA dove peraltro i cittadini di origine iraniana sono relativamente pochi e concentrati soprattutto in California. L’Iran oltretutto da ottobre vedrà tolto il blocco all’acquisto di armi (con Russia e Cina in pole position per vendergli aerei militari e altre attrezzature sofisticate). L’Iran ha fatto, costretto proprio dalle ormai decennali sanzioni americane, progressi da gigante in tutti i settori industriali, dal farmaceutico al missilistico, dal navale allo spaziale (col recente lancio di satelliti). Spaventando naturalmente Israele e i vicini paesi arabi sunniti, che da anni accusano l’Iran di mire espansionistiche sul Medio Oriente in vista della creazione di una “mezzaluna sciita” che si estenderebbe dall’Iran al Libano.

Accuse fondate? Certo, in Medio Oriente ognuno fa il suo gioco, magari sfruttando la religione senza scrupoli. I Sauditi hanno creato la loro rete di influenze a suon di petrodollari, costruendo una vasta alleanza politico-militare sunnita che va dall’Egitto di al-Sisi agli Emirati Arabi Uniti passando per quasi tutti i paesi del Golfo (Qatar escluso). Dicono di non avere mire espansionistiche, ma intanto da anni bombardano e affamano il già martoriato Yemen, uno dei paesi più poveri del mondo.

In Medio Oriente si distinguono oggi due grandi blocchi-coalizioni: quella guidata dall’Iran che include gli stati sciiti d’Irak, Siria e Libano e quella guidata dall’Arabia Saudita. Gli Americani e gli Israeliani notoriamente appoggiano quest’ultima, acerrima nemica del paese degli ayatollah. E dunque, se Trump pensa a una guerra per uscire dai suoi guai, l’unica avventura militare “ragionevole”, e che oltretutto farebbe contenti Israele e paesi arabi sunniti, sarebbe un attacco all’Iran. Un attacco, limitato nelle intenzioni anche se imprevedibile nelle conseguenze, è possibile e da qualche analista è dato persino per probabile, specie se i sondaggi di Trump continueranno ad andare in picchiata.

Ma avrebbe Trump via libera? Ci sono indizi che il suo partito, il Partito Repubblicano, vedendolo ormai come un’ “anatra zoppa”, si stia sganciando da lui per non venire travolto dalla paventata sconfitta elettorale e, in questo quadro, è ipotizzabile che una avventura militare contro l’Iran sarebbe fortemente osteggiata da consistenti fette della direzione del Partito, oltre che dal Pentagono. L’alto comando delle forze militari USA sa bene che l’Iran, il piccolo “Davide del Golfo”, non costituisce una minaccia per il “Golia a stelle e strisce”, certamente soccomberebbe in una guerra aperta, ma grazie ai suoi missili sarebbe in grado di vendere cara la pelle. Un altro segnale che lascia sperare in una evoluzione diversa è costituito dai colloqui segreti che USA e Iran hanno avuto recentemente, attraverso la mediazione svizzera, per uno scambio di prigionieri che è andato a buon fine; e qualcuno si è spinto sino a ipotizzare che i due paesi, in crisi economica nera sia pure per cause diverse, stiano segretamente trattando un accordo. C’è in effetti da alcuni mesi calma piatta nel Golfo Persico, una strana calma che però non deve trarre in inganno. La flotta americana da un lato e i missili iraniani dall’altro sono in stato d’allerta: gli Americani hanno fatto sapere che non tollereranno “provocazioni”, gli Iraniani hanno risposto che ogni “provocazione” americana troverà una risposta adeguata.

Il Mediterraneo bollente

Rimane un dubbio: in quale scacchiere potrebbe avvenire, se avverrà, lo scontro? Al momento il Mediterraneo sembra in ebollizione, dalla Libia alla Palestina. In Libia però - dove si sono formati due fronti, l’uno guidato dalla Turchia che difende al-Sarraj e il governo di Tripoli e, l’altro, guidato dalla Russia (ma con l’appoggio di Egitto, Arabia Saudita e Emirati) che appoggia Haftar e il governo di Tobruk - l’Iran non è presente. Ma in Palestina il discorso è diverso. Le cose potrebbero cambiare bruscamente con la temeraria decisione di Netanyahu di annettere un terzo del territorio palestinese a partire dal 1° luglio, qualcosa che secondo molti osservatori potrebbe scatenare non una semplice nuova Intifada, ma un vero terremoto.

La provocazione israeliana è evidente e persino sfacciata, e Netanyahu sembra intenzionato a tirare dritto per la sua strada, anche perché desideroso di presentare ai suoi elettori un successo che faccia dimenticare i non risolti guai giudiziari. Ma i Palestinesi e i loro alleati - da Hezbollah in Libano alle milizie irakene sciite di Hashd al-Shaab per finire con l’Iran - resteranno con le mani in mano? Una reazione di Hamas che iniziasse a lanciare da Gaza i suoi razzi su Israele o di Hezbollah che facesse altrettanto dal Libano, non fornirebbe al governo Netanyahu il pretesto per regolare i conti con questi movimenti, e magari con lo stesso Iran di Khamenei? Quest’ultimo, d’altronde, in caso di conflitto aperto tra Hamas, Hezbollah e Israele difficilmente potrebbe rimanere alla finestra, pena lo sgretolamento di quell’Asse della Resistenza faticosamente costruito in anni di lavoro dal generale Soleymani. Ma non sarebbe proprio questa l’occasione attesa da Trump per soccorrere l’alleato aggredito, Israele, e per assestare la mazzata definitiva all’Iran e ai suoi alleati?

Facile prevedere che un devastante attacco americano all’Iran scatenerebbe una rappresaglia missilistica su Israele, che gli Iraniani considerano (non a torto) la proiezione dell’imperialismo USA in Medio Oriente.

L'incognita dell'Orso russo

In questo terribile scenario c’è tuttavia una grossa incognita: la Russia di Putin. Nel sistema di alleanze russo, l’Iran rappresenta un po’ il ventre molle, l’accesso ai mari del sud, una delle vecchie direttrici dell’imperialismo degli zar non certo obliterata dalla Russia sovietica né da quella post-sovietica. L’Iran in altre parole potrebbe costituire la linea rossa, varcando la quale gli Stati Uniti si scontrerebbero frontalmente con gli interessi geopolitici russi (e cinesi, se si pensa alla posizione strategica dell’Iran sulla Via della seta). La Russia in effetti è sotto pressione da tempo, con la NATO che fa provocatorie manovre militari nel “suo” Mar Nero, che ha piazzato basi di missili e aerei negli ex-paesi del Patto di Varsavia, dalla Polonia agli stati baltici, che manifestamente sobilla e sostiene l’Ucraina.

È una situazione che richiama, alla rovescia, la crisi di Cuba di kennediana memoria. Un attacco all’Iran potrebbe essere per la Russia la classica goccia che fa traboccare il vaso, e segnare davvero l’inizio di una guerra su scala planetaria. Oppure… oppure la Russia e gli USA potrebbero fare un accordo sotto banco e scambiare l’Ucraina con l’Iran: gli USA toglierebbero l’assedio NATO all’Orso russo in cambio del sacrifico dell’ Iran che sarebbe lasciato al suo destino.

Resta un dato inquietante: le leve del potere della Grande Triade (USA, Israele, Arabia Saudita) che in questi ultimi decenni ha letteralmente seminato il caos in Medio Oriente con le guerre del Golfo contro l’Irak prima, e poi con le aggressioni all’Afghanistan, allo Yemen e alla Siria tuttora in corso, sono in mano a personaggi che hanno il grilletto facile, come dimostra la cronaca del calvario interminabile delle popolazioni del Medio Oriente. Stiamo naturalmente solo parlando di possibili scenari di terza guerra mondiale, che non è detto si avverino necessariamente ma, ecco il punto, mai come in questi ultimi mesi sembrano essere maturate tutte le condizioni e essersi accumulate tutte le “ragioni” che potrebbero portare allo scatenarsi di un conflitto.

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