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QT n. 1, gennaio 2020 L’editoriale

Fugatti e le Casse rurali

La giunta provinciale si è schierata a fianco di coloro che hanno fatto ricorso contro la fusione tra le casse rurali di Trento e di Lavis

La fusione tra le Casse rurali di Trento e di Lavis risulta molto più tormentata del previsto. Ha registrato un’approvazione tutt’altro che unanime (1.265 soci favorevoli, ma ben 512 contrari); i numeri stessi e le modalità di votazione sono duramente contestati da ben 400 soci che hanno presentato ricorso al Tar; la Giunta provinciale si è schierata a fianco dei 400 con un ricorso ad adiuvandum.

Nel valutare questa vicenda, che è un aspetto dell’importantissima ristrutturazione del credito trentino, distinguiamo – anche se sono intrecciati - gli aspetti strettamente giuridici da quelli politico-strategici. Sui primi dobbiamo soprattutto rimetterci ai pronunciamenti della magistratura. In ogni caso diciamo subito che fanno bene, anzi benissimo, a protestare e adire le vie legali, i soci che ritengono conculcati i loro diritti di voto. Ed ha fatto molto male Cassa Centrale Banca a gestire l’assemblea in maniera evidentemente non convincente, probabilmente arrogante e non rispettosa delle opinioni contrarie. Più articolato il discorso sull’intervento della Giunta Fugatti, tutta giocata sull’obbligatorietà o meno di un parere della Provincia sulla fusione, non dovuto secondo Cassa Centrale e Banca d’Italia, obbligatorio invece secondo il consulente della Pat prof. Falcon. Come abbiamo detto, non ci interessa né siamo in grado di esprimerci sul contenzioso giuridico; che però, ai fini del futuro delle Casse rurali, è irrilevante: se il parere della Provincia risulterà obbligatorio, lo potrà sempre emettere a posteriori, facendo così salve le prerogative dell’Autonomia, che Fugatti vuole difendere. Il punto è la sostanza del parere della Pat: se, ritenuto obbligatorio, sarà positivo rispetto alla fusione, nulla cambia; se sarà negativo, saranno problemi seri per Cassa Centrale.

E qui allora arriviamo alla questione di merito, sottesa (e sottaciuta) all’intera vicenda, ma ingombrante come un macigno: il giudizio sul destino del credito cooperativo trentino una volta che sarà inglobato in un grande gruppo nazionale (per ora a guida trentina) che, contrariamente alle aspettative, ha assunto caratteri fortissimamente centralizzati. Questo è quello che in realtà contestano i soci contrari alla fusione; come pure è quello che – dietro le spoglie del contenzioso burocratico-istituzionale – contesta Fugatti, peraltro in linea con quanto sosteneva quando era all’opposizione.

Diciamo francamente che anche QT ha nutrito e nutre queste perplessità. Passare da un articolato sistema di istituti locali riuniti in un efficiente consorzio ad un grande gruppo bancario nazionale sostanzialmente uguale agli altri, non ci è sembrata una grande soluzione; e il primo pegno da pagare, il salvataggio della Cassa di Risparmio di Genova, ci sembra un segnale vagamente inquietante (“Che senso ha? Serve proprio avere sportelli in Liguria?” abbiamo chiesto a un economista dell’Università “Cercano lo sbocco al mare” - è stata l’ironica risposta, che significa: “Ragionano da grande potenza”). Eppure queste pur condivisibili perplessità, ora sono sostanzialmente fuori tempo.

Il gruppo Cassa Centrale è già costituito, è ormai un treno in corsa, mettergli un paracarro sui binari sarebbe un delitto. La presidente della Federazione Cooperative Marina Mattarei (che su altri fronti abbiamo criticato) cercò a suo tempo di dare corpo a queste perplessità, andando di persona al convegno di Firenze del settembre 2018 in cui a livello nazionale si era cercato di condizionare gli esiti della riforma del credito cooperativo.

Fu lasciata sola. Anzi, le fu rimproverata “l’alzata d’ingegno”. La Lega a livello nazionale diede un supporto poco convinto a queste obiezioni. A livello locale Fugatti era troppo impegnato nella campagna elettorale, e una volta eletto presidente troppo impegnato contro gli immigrati.

Adesso ormai è tardi, non è proprio il caso di mettere bastoni tra le ruote.

Eppure, pur con i buoi ormai scappati, si può fare ancora qualcosa. Impedire che muoia il mutualismo trovando modalità per far contare i soci, posto che in assemblee di 20.000 persone il socio conta zero.

Questa è la sfida attuale per il movimento cooperativo; con cui i partiti, Lega compresa, potranno, ma a rispettosa distanza, interloquire.

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