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QT n. 12, dicembre 2023 Servizi

Il patto di Esaù

Maurizio Fugatti, per farsi un suo spottone elettorale, ha venduto l'integrità della nostra autonomia finanziaria.

Cosa c’è di male nel farsi dare quasi mezzo miliardo di euro? Che c’è di male nel riuscire finalmente a riscuotere un debito che il governo centrale aveva con la nostra Provincia da oltre 10 anni?

Di male c’è che, nonostante la consistenza della cifra, quei soldi sono in effetti “pochi, sporchi e neanche subito”; ma soprattutto di male c’è che, per poter sbandierare ai quattro venti che lui ha recuperato mezzo miliardo - e ditemi voi se nel pieno di una campagna elettorale questo non è un bel colpo -, Maurizio Fugatti ha aperto una crepa nel sistema di autonomia finanziaria del Trentino. E da questa crepa potrebbero (noi temiamo di dover usare il futuro semplice: potranno) passare altri colpi fatali per le nostre finanze. Che è come dire per l’Autonomia, scritto proprio con l’A maiuscola.

Stiamo parlando dell’accordo firmato il 25 settembre scorso a San Michele tra Maurizio Fugatti e il ministro Giorgetti col quale ci vengono riconosciuti crediti accumulati nei confronti dello Stato fin dal 2009.

Il governo ci darà 468 milioni (in quattro comode rate annuali, che potrebbero però slittare se a Roma mancassero i soldi, com’è scritto nero su bianco nell’accordo) e noi, in cambio, abbiamo accettato di tagliare uno dei rami su cui siamo seduti. Un rametto, per ora. Ma la strada è aperta.

Abbiamo chiesto a Gianfranco Postal, uno dei nostri massimi esperti di Autonomia, di spiegarci in dettaglio la questione.

La premessa - esordisce Postal - è che il nostro statuto prevede (in realtà a questo punto prevedeva) che tutti i tributi statali sono di competenza provinciale al 90 per cento. E questo dato non si può modificare facilmente perché lo statuto è una legge costituzionale. Questo fa sì che le nostre entrate siano garantite. Le Regioni ordinarie invece non hanno nessuna certezza di quanto riceveranno ogni anno dallo Stato”. E quindi, diciamo noi, questo ci consente di non andare cappello in mano a pietire ogni anno i soldi che servono per la gestione della cosa pubblica. E soprattutto noi non dipendiamo dalla volontà del governo del momento per avere più o meno soldi. Abbiamo quello che la nostra economia produce.

(Fuori tema, ma non troppo. L’argomento elettorale ripetuto ossessivamente da Fratelli d’Italia sul fatto che avere un “governo amico” è un vantaggio, è in questo caso la dimostrazione plastica di quanto poco conti la nostra Autonomia per i Fratelli di Giorgia. O di quanto poco la capiscano).

Nell’accordo - prosegue Postal - viene concordata, tra le altre cose, una modifica strutturale dell’art. 75 dello Statuto, che è il cuore della nostra autonomia finanziaria. In quell’articolo si dice che a noi compete il 90 per cento - o i nove decimi, detto in altri termini - delle entrate fiscali raccolte sul nostro territorio”. Di tutte le tasse, di qualsiasi genere, tipo e misura.

Per questo obiettivo, spiega Postal, il Trentino ha lavorato moltissimo: “Se guardiamo ai vari statuti, dal ’48 in avanti, c’è stata una continua crescita. Non tanto del numero di decimi che ci toccano, ma del tipo di tributi ai quali compartecipiamo. Fino ad arrivare al top, al ‘dentro tutto’, nove decimi di tutte le tasse. Con quell’accordo ora noi abbiamo rinunciato a quello che è stato costruito dal dopoguerra fino ad oggi. Con quell’accordo abbiamo rotto il sistema”.

Il punto incriminato è il numero 3 dell’accordo di San Michele dove si dice: “A decorrere dall’anno 2023, le Province autonome di Trento e di Bolzano rinunciano alla compartecipazione al gettito delle accise sui prodotti petroliferi ad uso riscaldamento di cui all’articolo 75, comma 1, lettera f), del decreto del Presidente della Repubblica n. 670 del 1972”.

Come vedete non si parla di quantità. Si individua “un tipo” di tassa, le accise sui prodotti petroliferi ad uso riscaldamento. Pochi soldi, si dice. Forse tre, forse quattro milioni l’anno. Perché, secondo la giunta, si parla di gasolio per riscaldamento. Un prodotto che a breve sparirà dai combustili con cui ci scaldiamo.

Un rametto già quasi secco. Questo, in altre parole, dice la giunta quando, alla vigilia della trasformazione in decreto legge di questo pezzo dell’accordo, i partiti di opposizione hanno sollevato un polverone sui rischi connessi.

In cambio, sbandierava Fugatti a metà ottobre, lo Stato ha ridotto la quota di soldi che ogni anno noi versiamo al governo per contribuire all’abbattimento del debito statale. Quindici milioni l’anno in meno. (Oltre a darci i 468 milioni che comunque erano solo un credito arretrato anche se per averli stavamo discutendo da anni). Tutti contenti, no?

È un errore madornale di prospettiva - chiarisce Postal -. Il problema non è che i milioni siano uno, dieci o cento. È che io ho rotto il sistema che diceva ‘nove decimi di tutto’, era omnicomprensivo. L’ho rotto volontariamente e in accordo con lo Stato. Pensiamo che sia facile tornare indietro? È molto più probabile che la prossima volta lo Stato, in difficoltà finanziarie (e quando mai non lo è?, n.d.r.), ci chieda di togliere un altro tipo di tassa. Poi ovviamente ci dirà: ‘Trattiamo’. Ma un conto è trattare sulle cifre, un altro sui principi. Io paragono sempre le nostre entrate alle sorgenti. Con questo accordo noi rinunciamo ad una sorgente quando prima le avevamo tutte. E dico allo Stato: ‘Dammi in cambio 10 autotreni di acqua minerale’ che sono i 468 milioni. Ma quelli sono una tantum”.

E indietro non si torna. “Teniamo conto - aggiunge - che la giurisprudenza della Corte Costituzionale dice che quando lo Stato ha bisogno di soldi per garantire la sua unità economica e giuridica può anche fare degli interventi ‘birichini’, salvo poi avviare subito le trattative per arrivare ad un accordo con le autonomie speciali. Certo possiamo sempre trattare, però se volessimo ridiscutere questa cosa lo Stato ci direbbe: ‘Ma l’avete voluto voi! C’è un accordo, c’è scritto qui che rinunciate’”.

Gianfranco Postal sa di cosa parla quando ci prefigura quale potrebbe essere il comportamento del governo rispetto alle nostre questioni finanziarie perché ha gestito in passato, da dirigente provinciale, i lavori preparatori di molte trattative, finanziarie e non, con Roma.

Pensate che di tutto questo ci dovremo occupare in un futuro abbastanza lontano? Sbagliate, perché il primo problema nasce proprio dal rametto che abbiamo tagliato.

Nell’accordo si parla di prodotti petroliferi ad uso riscaldamento.

La giunta dice che si fa riferimento al gasolio. Ma il metano? È un prodotto petrolifero o no? Perché se quella definizione riguardasse anche il metano, allora dovremmo mettere in conto una perdita secca di oltre 40 milioni all’anno di tasse riscosse sul metano che consumiamo e che non vedremmo più. E quando magari useremo l’idrogeno, che viene prodotto anche a partire dal petrolio, sarà considerato prodotto petrolifero o no?

Come minimo possiamo prevedere di dover andare a discutere di queste cose perché, ci ricorda Postal, il governo non ci dà mai niente per niente. E a prima vista pare che in questo accordo sia solo lo Stato a rinunciare a dei soldi (i 15 milioni meno i tre/quattro del gasolio). Ma il governo ha una fame di soldi tale che non gli è consentito rinunciare a qualcosa che potrebbe avere solo usando una interpretazione “poco amichevole” di una parolina.

E quando le interpretazioni di una norma divergono, la Provincia finisce per litigare col governo in Corte Costituzionale. La quale non ci ama.

La ciliegina sulla torta

Questo è il tipo di problemi a cui abbiamo aperto la strada tagliando quel rametto. Con un piccolo giallo di contorno che è indizio di quanto poco accorta sia stata la giunta nel mettere quella firma.

Dovete sapere che, una volta firmato, l’accordo deve essere trasferito pari pari in una legge. Per la precisione un decreto legge del governo che poi il Parlamento converte in legge. (In questo caso la modifica dello Statuto è con procedura ordinaria perché si basa sull’accordo tra Provincia e Stato).

A metà ottobre sono cominciate a circolare le bozze del decreto che sarebbe stato a brevissimo firmato dal governo. Ebbene, in quelle bozze c’era scritto che noi rinunciavamo alle imposte sui “prodotti energetici per uso riscaldamento”, non sui “prodotti petroliferi”. Prodotti energetici vuol dire qualunque cosa: dalla legna al metano, giù giù fino al fiato dell’asino e del bue. E il contatore dei milioni persi saliva a raffica.

Non possiamo dire se sia stata una svista, una sciatteria degli estensori del testo o se ci sia stata una “manina” che ha provato a metterci l’anello al naso. Ce ne siamo accorti.

La giunta, quando le opposizioni l’hanno visto e hanno fatto rumore, ha detto che se n’era già accorta e stava provvedendo. Sta di fatto che il testo è stato emanato con la dicitura corretta esattamente il giorno dopo che le opposizioni a Trento hanno sollevato un polverone. Alla faccia del “governo amico”.