Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca
QT n. 13, 26 giugno 2004 Servizi

Irak: “Era meglio quando si stava peggio”

Dalla tremenda vita quotidiana alle incerte prospettive future; all'unico esito positivo, la fine dell'occupazione. A colloquio col sociologo irakeno Adel Jabbar.

La vicenda irakena tiene banco da lungo tempo sui mezzi d’informazione occidentali; grazie a tutte le implicazioni che offre al dibattito politico interno dei singoli paesi, questa guerra non ha fatto la fine dei tanti conflitti ignorati, soprattutto in Africa (vedi, in questo numero di Questotrentino, gli articoli Judith, un rapimento lungo nove anni e Burundi, Africa.). Ma i mass media parlano soprattutto di giochi diplomatici, di risoluzioni delle Nazioni Unite, e poi naturalmente di guerriglia, di attentati, di kamikaze. La vita quotidiana della popolazione la si intravvede fuggevolmente in qualche ripresa televisiva, ma se ne parla ben poco; eppure sono proprio le condizioni in cui si svolge la quotidianità a determinare, presso la gente, gli stati d’animo, i sentimenti, i confronti fra il prima e il dopo.

Adel Jabbar.

Ed è proprio da questi temi che avviamo una conversazione con Adel Jabbar, il sociologo irakeno che già in passato ci ha aiutato a comprendere la realtà di quel paese.

"Qualche dato concreto: nell’estate di Baghdad, dove il termometro arriva a toccare i 50 gradi, la corrente elettrica è disponibile al massimo per 15 ore al giorno, con le prevedibili conseguenze sul funzionamento di condizionatori d’aria, ventilatori, frigoriferi, eccetera.

Il disordine e l’insicurezza, sono totali: donne e bambini non possono uscire di casa se non sotto scorta armata, perché i rapimenti a scopo di riscatto - fino a poco fa sconosciuti in Irak - sono oggi molto frequenti. Così come si è ingigantito il fenomeno della prostituzione, anche minorile, e dei ragazzi di strada, per lo più orfani di guerra. E’ inevitabile che la popolazione, che pure aveva salutato con favore la caduta di Saddam Hussein, adesso si basi su questi elementi per concludere che si stava meglio prima, quando c’era un ordine dittatoriale, sanguinario, ma comunque un ordine in base quale era possibile regolarsi".

Puoi farci qualche esempio di cui hai conoscenza diretta?

"Posso raccontare quello che è successo a mio fratello. Faceva il tecnico industriale, ma come tanti ha perso il lavoro (oggi in Irak la disoccupazione si aggira attorno al 75%). Per vivere, si dedica ad un piccolo commercio: raccoglie ordinazioni da commercianti e da privati e si reca periodicamente in Giordania (è la frontiera più vicina a Baghdad, anche se la strada, quella che passa per Falluja, è pericolosa) a comperare delle merci introvabili in Irak. Ebbene, una ventina di giorni fa è stato fermato per un controllo ad un posto di blocco americano, come spesso gli succede; solo che stavolta gli hanno portato via quasi tutto il denaro che aveva con sé, circa 2.500 dollari, per di più schernendolo e minacciandolo quando ha chiesto ragione di un tale comportamento.

Cose del genere sono una novità: al massimo, negli ultimi tempi del regime, i soldati ti costringevano al pagamento di un modesto pedaggio. Mio fratello era uno di quelli che avevano gioito per la fine del regime, non era certo anti-americano, ma adesso...

Un altro esempio: un mio nipote deve essere operato, ma per ora non è possibile perché mancano gli anestetici. Si arriva a questi eccessi: la casa dove abita la mia famiglia avrebbe bisogno di essere restaurata, ma i miei non lo fanno, hanno paura. ‘Se vedono che facciamo dei lavori - mi hanno spiegato - si convincono che siamo ricchi, e allora si rischia un furto, un rapimento, un’aggressione’".

A chi o a cosa va attribuita la responsabilità di questo disordine pubblico?

"La disoccupazione e la miseria hanno dato vita ad una criminalità che l’Irak non aveva mai conosciuto. Gli americani, appena finita ufficialmente la guerra, hanno mandato a casa un milione di soldati, che si sono aggiunti alle migliaia di carcerati liberati da Saddam prima dell’inizio del conflitto: tutte persone pressoché impossibili da rintracciare, con le distruzioni di archivi e documenti, gli incendi, il caos che regna. Ma la gente si chiede: questi 150.000 soldati stranieri cosa fanno per noi?

E poi, naturalmente, ci sono gli scontri fra i soldati della coalizione e la resistenza armata, scontri che coinvolgono pesantemente la popolazione civile. Due miei lontani parenti sono rimasti uccisi in episodi del genere: uno si è trovato in mezzo ad una sparatoria, l’altro è stato colpito dalle schegge di una bomba".

Ad aggravare la delusione ed il risentimento c’è poi la constatazione di una odiosa discriminazione: "La parte più bella di Baghdad è inaccessibile ai cittadini, e sono i quartieri dove vivono i soldati e la nuova classe dirigente, ripescata fra il personale fedele a Saddam, rimesso in sella a dirigere perfino i servizi segreti, e beneficiato con una valanga di subappalti conseguenti alla privatizzazione dell’economia.

Il polmone verde della città, le rive del fiume, le strade con i più bei negozi, là dove la gente passeggiava nelle sere d’estate, oggi sono impraticabili per i comuni cittadini. Lì, a differenza che altrove, non manca mai l’elettricità, e gli ospedali funzionano. Nei quartieri ‘normali’, invece, i militari hanno addirittura abbattuto gli alberi, per migliorare la visuale e scoraggiare gli attentati. E la stessa cosa avviene nelle altre città dell’Irak occupate".

Non c’è da sperare in un miglioramento della situazione con la costituzione del nuovo governo?

"L’attuale primo ministro, fino al 1991, era un uomo di Saddam, e anche gli altri sono persone che si sono dissociate solo quando hanno capito che il regime stava crollando. I veri oppositori non sono mai stati presi in considerazione come possibile classe dirigente, e paradossalmente proprio costoro, oggi, sono anti-americani. Se non ai livelli più alti, almeno sul piano delle amministrazioni locali si sarebbe potuto dare voce ai cittadini, farli votare. Ma neanche questo è stato concesso.

Esportazione della democrazia? Da mesi gli avvocati irakeni denunciavano le torture praticate nel carcere di Abu Ghraib, ma senza nessun risultato, e senza nemmeno riuscire a far pubblicare le notizie sui giornali, che vengono sottoposti ad una censura preventiva da parte dell’autorità militare americana".

In quale modo reagisce la popolazione a questo stato di cose?

"Il clan familiare o il gruppo religioso si organizza autonomamente con milizie private. Le scelte operate dall’amministrazione americana hanno prodotto una sorta di feudalizzazione del paese, costringendo i cittadini a compattarsi in aggregazioni tribali o confessionali allo scopo di difendersi fisicamente e di ottenere diritti o privilegi. Questa suddivisione artificiosa si intreccia poi con l’appartenenza politica, per cui all’interno del medesimo clan tribale o gruppo religioso trovi persone che sul piano politico la pensano in maniera opposta".

Come potrebbe svilupparsi la situazione?

"Se le cose non cambieranno, se questa articolazione fittizia della società non verrà meno, l’attuale tragica instabilità è destinata a durare indefinitamente. Le soluzioni, a questo punto, mi sembrano due. La più auspicabile, naturalmente, è che si arrivi quanto prima a vere elezioni, garantite internazionalmente, e che gli americani ne accettino comunque il risultato. Questo neutralizzerebbe in larga misura la protesta armata. Altrimenti, l’unico modo per ricostruire una qualche normalità sarebbe il ritorno ad una dittatura, ai sistemi di Saddam senza Saddam; sarebbe comunque meglio di adesso. In entrambi i casi è indispensabile che gli americani lascino l’Irak".

L’obiezione è la solita: cosa succederebbe se da un giorno all’altro le truppe della coalizione lasciassero l’Irak? Tanto più che non si vede, da parte di altri governi meno sgraditi, molta disponibilità a sostituire gli attuali occupanti...

"Si teme il disastro? Ma il disastro c’è già! Ed è la presenza americana, oggettivamente, la principale causa del disordine che regna in Irak. Gli americani non godono più, presso la popolazione, di alcuna credibilità come liberatori, come esportatori di democrazia: è un dato di fatto. E lo stesso vale per i governanti che hanno imposto al paese, i quali non sono stati neppure capaci di protestare contro le torture al carcere di Abu Ghraib.

Gli irakeni sono divisi? Ma quale società non è divisa? Questo però non significa disintegrazione. Certe previsioni tragiche sono senza fondamento. Un esempio: i cristiani caldei, che pure sono stati fra i principali sostenitori del regime, nessuno li ha toccati, eppure abitano in zone ben individuate di Baghdad, e tutti li conoscono.

Ma ammettiamo pure che i pessimisti abbiano ragione e che la partenza delle truppe di occupazione faccia precipitare l’Irak in un conflitto intestino. Sarò di un fatalismo eccessivo, ma arrivo a dire: che si facciano pure la loro guerra, per lo meno si arriverà ad un risultato, ad una conclusione, ad un punto fermo. Mentre il disordine, la violenza, la tragedia che si vivono oggi, rischiano di non aver fine".