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50 centesimi l'ora, 14 ore al giorno

L'orribile mondo dello sfruttamento e del caporalato nell’Agro Pontino, piccola parte di un sistema che ormai riguarda il Nord come il Sud. Da “Una Città”, mensile di Forlì.

Marco Omizzolo, Iacopo Gardelli

La comunità sikh in Agro Pontino nasce alla metà degli anni '80. Io, essendo originario di quel territorio, sono cresciuto con questa presenza. Un sikh è immediatamente visibile: la barba lunga, il pugnale, il turbante. Come volontario, avevo già sviluppato qualche progetto di dialogo culturale, ma ci sono state almeno tre variabili che sono intervenute in questo avvicinamento.

La prima è la curiosità. Il sociologo è per sua natura curioso: non aspetta il “paziente” in ufficio, deve necessariamente andare nei luoghi. La seconda è il caso, un incidente accaduto sotto casa mia: una persona che scivola dalla bicicletta per la stanchezza. Era un sikh. E poi la tesi di dottorato: avevo vinto il concorso alla Scuola di Scienze Politiche di Firenze e mi era stato chiesto di presentare un progetto di ricerca.

Stavo tornando a casa, vedo un uomo che scivola dalla bicicletta, lo aiuto, ci stringiamo la mano. Era un bracciante indiano residente a Latina da vent’anni che non sapeva una parola di italiano. Se mi trasferisco in Cina, dopo vent’anni magari non parlo perfettamente il cinese, ma qualche parola la so dire. A meno che non sia io stesso a non volere imparare o non viva in una condizione di emarginazione.

Ho dormito nel retro del tempio sikh di Sabaudia: un vecchio magazzino dove abitavamo in dodici. Dodici letti, dodici armadi, una doccia, una lampadina. La condizione di povertà e isolamento era evidente, e tutto ciò accadeva a un chilometro dal centro di Sabaudia. Una comunità di 20 mila persone, residenti qui da 25 anni, che non parlano italiano, girano in bicicletta a prescindere dalle condizioni meteorologiche, vivono in contesti difficili... tutto questo determinava un interesse ad approfondire.

Il fenomeno del caporalato è emerso dopo. Ho passato un anno e mezzo assieme alla comunità indiana. Un anno e mezzo di vita di comunità: mangiavo e dormivo con loro, organizzavo con loro le feste religiose, piccoli incontri. Dopo, per tre mesi, ho lavorato nelle campagne, osservando fenomeni così estremi che per un po' li ho considerati eccezionali. Mi chiedevo: sono stato così “fortunato” da aver colto l’eccezionalità di un fenomeno? Non c’è stato un disvelamento improvviso del fenomeno dell’agromafia. Ho dovuto sommare diverse esperienze per capirlo. Mi dicevo: se accade a Rosarno, nel Pontino, a Nardò, se è accaduto negli anni '30 e '40 in Basilicata, in Puglia, nelle risaie emiliane e piemontesi, allora significa che c’è una struttura del sistema sociale e produttivo che replica se stesso reiterando lo sfruttamento lavorativo. Ho iniziato a riflettere in termini di sistema dello sfruttamento e non di eccezionalità.

Le fonti ci dicono che ogni anno, in Italia, e solo nel sistema agricolo, 450 mila persone vivono in condizioni di sfruttamento e di emarginazione. Per emarginazione intendiamo disagio abitativo, in tutte le sue gradazioni: dal ghetto di Rosarno al residence Bella Farnia Mare di Sabaudia, fino alle forme più sofisticate in Piemonte e Lombardia. Al tempo della pubblicazione del mio libro “Sotto padrone” (2019), di queste 450 mila persone, 140 mila vivevano in condizioni para-schiavistiche, riconosciute anche dall'ONU. Oggi, dopo la pandemia e il lockdown, siamo passati a 180 mila. L’80% sono migranti, il 20% italiani, per un business che secondo l’Eurispes arriva a 25,6 miliardi.

Gli italiani: a volte sono ex-giovani che hanno interrotto gli studi. Quindi hanno una bassa scolarizzazione, vivono già in aree agricole e a 18 anni entrano nel sistema agricolo come braccianti. In alcuni casi sono nati nel sistema agricolo, magari avevano un’impresa contadina, poi fagocitata dal sistema agro-industriale, e ora si ritrovano a fare i braccianti.

Altre volte sono donne che fanno le “stagioni” per arrotondare lo stipendio familiare. Generalmente i mariti fanno attività manuali, spesso precarie. Poi ci sono gli impoveriti, che in precedenza vivevano tutt’altra situazione, ma con la crisi hanno perso il lavoro. O infine, degli anziani che arrotondano la pensione minima con quei 300-400 euro in più.

Il fenomeno delle agromafie è diffuso nel Sud come nel Nord, con forme e modalità diverse. Nel Sud è brutalmente evidente: chi visita Rosarno o le baraccopoli pugliesi vive l’impatto drammatico del ghetto. Baracche, lamiere, fango, povertà, improvvisazione, prostituzione. Chi visita il Pontino tutto questo non lo vede. I residence sono in muratura, ci sono le fogne, tutta una serie di servizi. Eppure la gente vive ugualmente in condizioni di grave sfruttamento.

Ho raccolto la frutta assieme a persone che percepivano 50 centesimi l’ora per lavorare 14 ore al giorno, tutti i giorni del mese. Chi va in Emilia-Romagna a volte trova situazioni analoghe, anche se numericamente più ristrette rispetto a quelle di Rosarno. Non lo dico solo io: le Forze dell’Ordine e le Procure hanno scoperchiato un sistema ampio e collegato con un certo modello di produzione. E il fenomeno è diffuso anche all’estero, perché è una delle caratteristiche del sistema di produzione occidentale, e non solo nell'agro-alimentare.

C'è poi il caporalato urbano, o comunque forme di sfruttamento organizzato, che riguardano l'edilizia, la logistica, i rider. Si stratta di una scelta politica adottata da un pezzo del nostro sistema capitalistico, che trova conveniente reclutare manodopera non attraverso i canali ufficiali, ma mediante pratiche illegali vantaggiose sia dal punto vista sociale che economico.

Diverse aziende agricole in provincia di Latina accusate di caporalato fatturano 15-20 milioni di euro all’anno. Non è quindi l’attività di un capitalismo arretrato, ma di un capitalismo che sta nel mercato e ha deciso di moltiplicare i suoi profitti, già notevoli, attraverso lo sfruttamento dei lavoratori.

Mi sono sempre domandato come riuscisse un padrone a organizzare per vent'anni un tale sistema senza essere colto in fallo dagli ispettori. Non poteva dipendere da “semplici” attività di corruzione. È vero che il numero degli ispettori è estremamente basso, che le modalità di ispezione non sono sempre adeguate. Ma la risposta è più complessa: lo sfruttamento è una grande macchina che permette la costruzione e la gestione del consenso sociale. E ciò avviene perché il padrone non agisce da solo. Spesso costui non ha straordinarie capacità, ma sa appoggiarsi sulle spalle di avvocati, commercialisti, notai, consulenti del lavoro, che gli spiegano come aggirare le norme. Non solo quelle del lavoro, anche quelle ambientali.

Facciamo i conti. Nel Pontino ci sono 7.000 aziende agricole. Una parte di queste possono rivolgersi a – diciamo - 2000 studi legali e ad altri 2000 studi di commercialisti. Metti assieme i padroni, le famiglie dei padroni, i commercialisti, gli impiegati negli studi, gli stagisti, gli avvocati: ecco un sistema che si ramifica nella società, molto più ampio rispetto a quello strettamente aziendale.

Ho visto spesso la busta paga dei braccianti. Questa non viene fatta dall’imprenditore, ma dal commercialista. Quando in una busta paga sono segnati 4 giorni di lavoro per persone che ne lavorano 26, a te, operatore amministrativo, non viene un dubbio? O quando gestisci l’amministrazione di un’azienda da 20 ettari coltivati a cocomeri, raccolti in due settimane impiegando formalmente solo tre lavoratori per un giorno, non ti rendi conto della contraddizione? Non puoi non sapere se sei un professionista. Non puoi non partecipare: ed è una partecipazione etica, ma anche culturale e giudiziaria.

Per un anno mi sono occupato delle condizioni di lavoro e di vita delle donne impiegate nell’agricoltura pontina, non solo indiane, ma anche italiane, rumene ecc.. Ne è uscito un quadro molto grave, per i ricatti sessuali, le violenze e gli effetti che questa ricattabilità produce.

Un esempio: in alcune aziende, due lavoratrici immigrate erano costrette, durante la loro pausa, a parlare tra loro solo in italiano, pena una multa di 25 euro. È una violenza culturale, in primo luogo, ma anche un metodo di controllo. Non ci sono solo le mani che ti toccano e ti stuprano, ci sono anche le orecchie del padrone che ascoltano una tua confessione, che riescono a intercettare la tua volontà di incontrare il sindacato, i carabinieri.

La lotta

In certe situazioni non è sufficiente l’analisi, la descrizione, la fotografia, l’etnografia; è necessario mettere in campo una strategia che ho adottato unendo gli insegnamenti di due grandi intellettuali: il brasiliano Paulo Freire, e il nostro Danilo Dolci. Abbiamo cominciato a organizzare lezioni d’italiano serali e notturne nei luoghi di residenza, introducendo l’elaborazione del non-verbale (bisogna saper interpretare il silenzio dei lavoratori ad alcune domande), assistenze legali, tutoraggio su alcune pratiche e così via. Proprio in questi mesi abbiamo in corso, con Tempi Moderni, un progetto che prevede l’oscuramento del servizio: ovvero, non diamo ai padroni la possibilità di capire dove operiamo, perché lo facciamo sempre in luoghi diversi. A volte siamo noi a entrare in casa degli sfruttati per raccogliere testimonianze, o fornire assistenza psicologica

Tutto questo ha portato alle mobilitazioni, fino ad arrivare alla morte di Paola Clemente, nel 2015, e allo sciopero del 18 aprile 2016. La combinazione di questi due fattori, la morte drammatica di una bracciante italiana e lo sciopero di immigrati più importante mai organizzato in Italia, ha spinto la politica a elaborare la legge 199 contro il capolarato. Una legge molto avanzata, tecnicamente e sul piano dei valori, la prima legge italiana che riconosce la responsabilità penale, per sfruttamento e caporalato, del datore di lavoro, non fermandosi più al caporale. Prevede il sequestro e la confisca dei beni utilizzati dal padrone nell’esercizio della sua attività criminale.

Oltre allo sfruttamento sul lavoro c’è anche una questione ambientale. Nel 2019 decido di tornare nei campi viaggiando nei furgoncini dei caporali. Volevo studiare le modalità di reclutamento, capire dove partivano e arrivavano e quali fossero le relazioni fra il caporale e le aziende. Durante quell’esperienza raccolgo i flaconi che trovo dentro questi furgoncini, o che alcuni lavoratori mi passano: delle bombe chimiche, prodotti vietati fin dal 2009 perché cancerogeni eppure ancora presenti sul mercato. Prodotti in Cina, questi fitofarmaci vengono sbarcati nei porti di Napoli e Gioia Tauro, lavorati dai laboratori della camorra e venduti ai padroni, che obbligano i lavoratori a diffonderli nelle serre, e che non solo li intossicano, ma restano sul terreno, sui teloni delle serre, sui prodotti stessi. Nel corso dell’ultimo anno molti mercati del nord Europa hanno respinto alcuni carichi di ortaggi perché contenevano livelli troppo alti di sostanze velenose. Tutto questo l’ho denunciato con un’inchiesta pubblicata sul Venerdì di Repubblica, assieme ad Angelo Mastrandrea: va a nostro onore che a distanza di un anno ci sia stato un intervento dei carabinieri e del Noe, che ha arrestato un datore di lavoro colpevole, con la complicità di un professionista, di diffondere queste sostanze in una zona compresa o limitrofa al Parco del Circeo.

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Marco Omizzolo, sociologo, ricercatore Eurispes e docente alla Sapienza di Roma, affianca all’attività accademica l’impegno come presidente dell’associazione Tempi Moderni e responsabile scientifico della cooperativa In Migrazione, e collabora con numerose testate (L’Espresso, il Manifesto, Il Venerdì). Nel 2019 il Presidente Mattarella lo ha nominato Cavaliere della Repubblica per la sua attività contro le agromafie e lo sfruttamento del lavoro.