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Bolsonaro è spacciato?

L'indice di gradimento del presidente sta calando considerevolmente, ma se non si arriverà all'impeachment Bolsonaro potrebbe riuscire a recuperare.

Renzo Maria Grosselli
Il presidente Jair Bolsonaro

È partita nei giorni scorsi la vera campagna elettorale per le presidenziali brasiliane del 2022. E il presidente Jair Bolsonaro, militare di basso grado, populista, negazionista sul Covid e privo di una visione politica all’altezza di un grande paese, rischia di arrivarci molto indebolito. Le sue prese di posizione di estrema destra e nazionaliste, succubi di un mediocre pensiero militarista e degli interessi di una borghesia conservatrice fatta di latifondisti, capitale parassitario, sfruttatori di ricchezze naturali (minerali, legnami e terra dell’Amazzonia) e le sette evangeliche più retrive, stanno procurando sempre più fastidio anche agli ambienti moderati che lo avevano appoggiato per sconfiggere la sinistra.

Due le dimostrazioni lampanti. Bolsonaro ha perduto le elezioni municipali in due turni, il ballottaggio domenica 29 novembre, e persino alti gradi dell’esercito hanno finto di scaricarlo a male parole. Mentre un importante settore della magistratura, compreso il sempre meno credibile Di Pietro brasiliano, il giudice Sergio Moro appena licenziato dal presidente come ministro della Giustizia, continua a scavare sulle marachelle di almeno due dei figli del presidente. E su quanto il padre sta facendo per sottrarli alla giustizia.

È gia spacciato il presidente Bolsonaro? I sondaggi dicono che diminuisce il gradimento nei suoi confronti ed aumenta di pari grado la percentuale dei brasiliani che ne riprovano la condotta politica e morale. Ma se non si arriverà all’impeachment, cosa che molti analisti sono disposti a pensare, le elezioni presidenziali del 2022 si giocheranno su altri piani: la situazione economica del paese in quel momento, la politica anti Covid di un governo sino ad ora negazionista e incapace (grande imbarazzo del ministro della Sanità generale Pazuello di fronte alla denuncia che nei magazzini pubblici 7 milioni di kit per la diagnosi Covid in dicembre vedranno scadere la loro validità) e gli aiuti alla popolazione che un governo populista in affanno certamente elargirà nell’anno elettorale.

L’opposizione interna

Le proteste anti-governative a Rio de Janeiro

Dopo una serie di pronunciamenti presidenziali clamorosi i militari hanno deciso di dare un altolà al presidente. Il generale Paulo Chagas l’ha messa giù così: “Da tempo ho smesso di prestare attenzione alle prese di posizione dei fanfaroni, alle loro minacce assurde e alle manifestazioni di impreparazione e mancanza di maturità”. È fatta quindi? Uno dei presidenti più contraddittori della modernità sarà cacciato dal suo studio manu militari?

Il Brasile è un paese complesso, dalle dinamiche politiche poco leggibili per occhi europei. E le forze economiche che si celano dietro la politica usano artifizi raffinati per nascondere i loro fini. Che sono prima di tutto quello di sbarrare la strada a qualsiasi revanscismo sinistrista e soprattutto al Partito dei Lavoratori, quello di Lula.

Il generale Santos Cruz, ex ministro, ha anche dichiarato, in tono perentorio: “Il Brasile è un paese anche troppo tollerante verso le diseguaglianze sociali, la corruzione, i privilegi”. E la popolazione “ha votato a favore di equilibrio ed unità ed ha bisogno pertanto di serietà e non di spettacolo, furbate, fanfaronaggine e mancanza di rispetto”. E un consiglio: “Tocca a noi invitare costoro ad abbandonare la retorica dei discorsi senza logica”.

Cosa era successo di particolare, visto che il presidente Bolsonaro sin dall’inizio ha abituato l’opinione pubblica ad uscite clamorose, spesso smentite da lui stesso nel giro di ore? Era quasi cambiato il mondo.

Negli Stati Uniti Trump aveva perso le elezioni e ora Bolsonaro rischia di trovarsi completamente isolato sulla ribalta internazionale. Nervoso, quindi, ne aveva sparata una delle sue ripescando una frase del vincitore delle elezioni americane, Joe Biden, che affermava che il Brasile avrebbe dovuto difendere l’area amazzonica, o gli Stati Uniti avrebbero imposto al paese delle sanzioni economiche (ma lo stesso in campagna elettorale aveva proposto al mondo di mettere a disposizioni 20 miliardi di dollari per salvare l’Amazzonia). Poco meditata la risposta di Bolsonaro: “Quando finisce la saliva viene il tempo della polvere da sparo, altrimenti non funziona”.

La risposta machista serviva a far dimenticare che durante la sua presidenza in Amazzonia sono stati deforestati 41.000 ettari di territorio. E che praticamente l’Ibama (Instituto Brasileiro do Meio Ambiente) ha lasciato mano libera ai madereiros (gli sfruttatori del legname). Suo figlio, Eduardo Bolsonaro, presidente della Commissione parlamentare per i rapporti con l’estero, pochi giorni dopo ne ha combinata un’altra delle sue. Dando alla stampa un comunicato anti-cinese dai termini durissimi. Che ha ottenuto una replica più forte ancora da parte del governo di Pechino. Con il vicepresidente Hamilton Mourão, che cerca di farsi trovare pronto in caso di impeachment del suo superiore, che ha prontamente ricordato che al di là delle parole la Cina è il primo partner commerciale del Brasile. Costituirebbe un suicidio rompere con quella potenza “amica”.

Lo stesso Mourão stava da tempo lavorando ad una norma che prevede l’esproprio di aree rurali ed urbane a chi abbia commesso crimini ambientali. L’unica proposta seria per rallentare la devastante speculazione che sta sottraendo al polmone del mondo aree sempre più vaste, con una rapacità mai vista prima. Al che Bolsonaro è sbottato: “Chi ha fatto questa proposta sarà obbligato a dimettersi dalla sua carica, a meno che non mi sia impossibile farlo dimettere”. Ben sapendo che il suo vice è esattamente in queste condizioni.

Un paio di giorni dopo il comandante in capo dell’esercito, Edson Pujol, mentre negava che al momento ci siano potenze che minacciano direttamente il Brasile, ha dichiarato: “Non vogliamo prendere parte alla politica del governo o del parlamento nazionale. E molto meno vogliamo che la politica entri nelle nostre caserme”. L’esercito, che in gran parte aveva sostenuto Bolsonaro nella sua corsa alla presidenza, sta ora cambiando idea? Ha capito che il paese, sotto l’improvvida guida di un politico di mediocri capacità, con un certo fiuto ma mancanza assoluta di visione strategica e di dirittura morale nell’agire pubblico, deve cambiare rotta prima di sbattere?

Dubitiamo di ciò. Il gioco delle parti è tipico della politica brasiliana, dove a decidere sono quasi sempre gli stessi, con maschere diverse. L’esercito ha solo fatto capire che ha ancora un grande potere nel paese ed ha avvertito il presidente: basta avventure.

Intanto, improvvisamente, da un mese l’infezione da Covid ha incominciato di nuovo a riprendere forza e gli infettivologi ormai parlano di una seconda fase in atto. Con un governo centrale praticamente fermo e incapace di misure efficaci. Il tasso di infezione, che era sceso a fine ottobre sotto l’unità, ora nella maggior parte degli stati, anche i più popolosi, è tornato stabilmente sopra quel livello. E il numero medio di nuove infezioni e di morti da Covid negli ultimi 14 giorni (è questo, intelligentemente, il dato fornito alla popolazione dagli ambienti scientifici) ha compiuto un balzo in avanti anche del 15%, 20% o 25% nelle ultime settimane di novembre. E mentre gli ospedali stanno entrando in affanno da Santa Catarina a San Paolo, da Rio de Janeiro ad Espirito Santo, la popolazione incomincia di nuovo ad avere paura. Anche in questo senso la presidenza paga in popolarità e potrebbe pagare molto in proiezione elettorale.

I partiti

Intanto Mourão e il centro politico (una vera destra “situazionista” e solo a parole un poco più moderata) si tengono pronti. Si tratta del Partito Democratico, del MDB e di una pletora di altri gruppi minori che alle recenti elezioni municipali hanno avuto successo. Con un elettorato molto mutevole ma comunque stanco degli scoppi umorali del suo presidente e della sua concomitante incapacità di mettere in campo una politica anti Covid, ma anche internazionale e persino economica all’altezza dei tempi. Questo gruppo di partiti (O Centrão, come qui sono chiamati), ogni tanto criticano il loro presidente. E poi si riallineano. Come del resto fa lui col suo popolo: le spara e poi le nega. E i media ne parlano.

Più accorto e politicamente capace è, dall’opposizione, il PSDB (Partido de la Social Democracia Brasileña) dell’ex presidente Fernando Henrique Cardoso, uno dei migliori uomini politici brasiliani degli ultimi decenni. Il partito, spostatosi molto a destra rispetto ai tempi dei “sinistri” Mario Covas e José Serra, sta cercando ora una sua via, visti anche i contraddittori risultati alle recenti elezioni municipali. E così il governatore di S. Paolo João Doria, possibile alternativa a Bolsonaro, torna a parlare di alleanza con le forze della sinistra moderata. Anche perché spaventato dal risultato di Guilherme Boulos nelle elezioni municipali della grande S. Paolo, ex uomo del partito di Lula ma ora nel PSOL (Partido Socialismo e Liberdade), che ha però ottenuto l’appoggio del suo ex partito al ballottaggio.

A sinistra non credono troppo a Doria e il suo livello di gradimento presso l’elettorato paolista è diminuito negli ultimi sondaggi.

E Lula? E lo stesso Partido dos Trabalhadores? Non sono certamente finiti e anche se alle municipali hanno ottenuto in genere risultati mediocri, rimangono una forza rilevante in Brasile. Scontando però due debolezze: la lentezza nel portare avanti una politica delle alleanze che sappia coinvolgere le istanze moderate più progressiste e il ricordo lasciato negli anni di presidenza di Dilma Roussef. Scarsi passi in avanti sulla strada del cambiamento profondo del paese: scuola e sanità pubblica, pensioni soprattutto. Ma il Partito dei Lavoratori sia con l’ultima presidenza Lula che nel periodo di Dilma aveva dimostrato di non essere in grado nemmeno di cambiare un sistema politico basato sulla compravendita di deputati e senatori da parte della maggioranza. Anzi, di aver usato a sua volta queste pratiche esecrabili.

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